giovedì 27 settembre 2018

PERCHÉ HO VOTATO SCHEDA BIANCA PER IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PD.


Un vecchio adagio recita “ se l’esser libero ti stanca, vota pure scheda bianca”, stavolta, per la prima volta in vita mia, non ho dato retta alle indicazioni degli antichi e ho deposto la scheda bianca nell'urna. L’ho fatto, come iscritto, per la votazione del Segretario Regionale del PD.
I motivi sono più di uno:
Il primo è che si tratta di una votazione che serve a poco, per non dire a niente.  Le elezioni “vere”, le così dette primarie aperte, quelle dove parteciperanno anche i non iscritti, ci saranno il 14 ottobre ed è lì che si sceglierà il segretario. Che la consultazione degli iscritti sia poco sentita lo dimostrano le percentuali dei votanti, un iscritto su 3, poco più del 30%, come a dire: cari dirigenti fate quel che vi pare, tanto a noi non ce ne frega niente.

Secondo perchè ritenevo che le assemblee degli iscritti, invece che diventare dei “contifici”, potessero essere usate per riaprire un dialogo con la gente sui problemi della Toscana e questo non è stato fatto. Terzo perché i programmi, o meglio le piattaforme, che i due candidati hanno presentato, sono così poveri d’idee da non consentire alcun tipo di scelta: solo titoli e niente sostanza. E’ inquietante pensare di affrontare, con quest’approssimazione, appuntamenti decisivi come le prossime amministrative e le elezioni regionali.
In ultimo credevo che occorresse ribaltare completamente la prospettiva. Ho l’impressione, ma a questo punto è più di un’impressione, che in troppi passino da una riunione all'altra, senza fermarsi a guardare quello che succede intorno. Se così non fosse un appuntamento come il congresso regionale avrebbe avuto un altro percorso.
Occorreva per prima cosa partire da un’analisi su quello che è successo in Toscana, dove abbiamo perso tutto quello che si poteva perdere, poi affrontare i bisogni della gente, comprendere le loro preoccupazioni, decifrare le loro aspettative e su questo mettere in fila i candidati e i programmi.
Invece si è fatto il contrario: prima i nomi poi si vedrà.
Detto in maniera brutale ho la sensazione che ci sia già un tentativo di accaparrarsi poltrone future, senza rendersi conto che, di questo passo, non ci sarà nemmeno uno strapuntino.
Paolo Brandi


mercoledì 26 settembre 2018

BIGLIETTERIA CHIUSA ALLA STAZIONE CASTIGLIONESE. È INCIVILTÀ’



Sempre più spesso, visto che la SR 71, in certe ore del giorno, è un “inferno”, prendo il treno per spostarmi da Castiglioni ad Arezzo e ritorno. 
Dieci minuti di viaggio, senza code, senza lavori in corso e senza imbecilli che sorpassano, come se fosse in autodromo, sono un toccasana per il fegato e lo stress.  Per altro, un treno ogni ora, consente di programmare la giornata senza affanni e rincorse.
Purtroppo ho notato un paio di cose che non vanno.
La prima, la meno prosaica, ma non per questo meno importante,  è che da anni i bagni sono sbarrati. E questo fatto non va bene vista la quantità di persone che transitano per la stazione.
La seconda, più eclatante, è la chiusura della biglietteria, preannunciata da un malinconico cartello che avverte della chiusura ma non dice quando verrà riaperta.
Se, come dice qualcuno, i centri storici sono l'anima di una città e la stazione è il suo biglietto da visita, possiamo dire che il biglietto da visita di Castiglioni si sia un pò sgualcito.

E questo fatto è ancor più grave perché la stazione castiglionese serve un bacino molto più ampio di quello comunale, si parla di centinaia di persone il giorno: pendolari, turisti, semplici viaggiatori.
Perché privarli di un servizio così importante? 
Il problema non è solo dove fare i biglietti, c’è anche quello, perché, a certe ore del giorno, i rivenditori sono chiusi e non sempre le macchine automatiche funzionano. Ma oltre a questo vengono fuori anche altri problemi:  c’è un problema di presidio per evitare il degrado, c’è un problema di informazione nei confronti dei turisti, che spesso utilizzano il nostro paese come base per poi vistare le città: ad Arezzo si arriva in dieci minuti, a Firenze in un’ora e a Roma in due ore e mezzo. C’è un problema di un’utenza anziana che spesso non s’intende di automatismi e rimane spiazzata.
La battaglia per la biglietteria alla stazione non è una battaglia di gente che non accetta la modernità, la battaglia per la biglietteria è una questione di civiltà. Non si può gradualmente smantellare la stazione di un comune di oltre 13.000 abitanti e che serve un territorio che spazia da Rigutino a Foiano.
E poi, lasciatemelo dire, le stazioni meritano rispetto perché sono luoghi incantati.
Come diceva Zafron: “Avevo sempre pensato che le vecchie stazioni ferroviarie fossero tra i pochi luoghi magici rimasti al mondo. I fantasmi di ricordi e di addii vi si mescolano con l'inizio di centinaia di viaggi per destinazioni lontane, senza ritorno. Se un giorno dovessi perdermi, che mi cerchino in una stazione ferroviaria". 

Paolo Brandi




martedì 25 settembre 2018

CASTIGLIONI: IL CENTRO STORICO SALVATO DAL COMMERCIO E DALL’ARTE


Che cosa può salvare l’anima e il destino dei centri storici?
La risposta non è per niente facile, non a caso, generazioni di amministratori si sono dannate senza, alla fine, trovare una soluzione che accontentasse tutti.
La prima cosa da dire è che i centri storici non sono uguali: ci sono quelli isolati, ci sono quelli che si collegano con le periferie, ci sono quelli ridotti a città fantasma. E poi, senza offendere nessuno, ci sono quelli belli e quelli brutti, ci sono quelli pieni di storia e quelli imbottiti di miserie.  
Castiglion Fiorentino rientra nella categoria dei centri storici belli e per certi versi incontaminati: basta un giro in via Adimari, a S.Lazzo, in Via Rosa, in vicolo Bongini, per rendersi conto di quello che dico.

La parte storica di Castiglioni ha grandissime potenzialità e può diventare il volano di un nuovo modello di sviluppo. Ma, per essere tale, deve diventare il luogo dell’efficienza, un contenitore d’idee, un incubatore di progetti. Uno spazio fisico dove la capacità amministrativa sfidi, senza paure, i luoghi comuni e i pregiudizi.
Il primo tema è quello del traffico e della sosta, ci sono le condizioni, almeno d’estate, per liberarci dal traffico e da una sosta invasiva e pervasiva?
Una volta fatto questo, ci sono le condizioni per recuperare, attraverso un piano d’iniziativa pubblico-privata, i fondi commerciali e artigianali sfitti e/o in abbandono?
È possibile pensare a un piano di valorizzazione economico/culturale dei palazzi storici o almeno di alcuni di essi? In ultimo ma non ultimo, è possibile rivitalizzare la rete commerciale che, di fatto, rappresenta la spina dorsale di ogni centro storico?  
Un tempo c’erano tante piccole botteghe. Oggi, sono sopravvissuti pochi punti vendita tradizionali, in compenso si è assistito a uno sviluppo, assai interessante, di ristoranti e gastronomie, concentrato però nell'asse principale. E’ un passo avanti ma non basta, perché la grande bellezza del nostro centro storico è data dall'armonia del suo insieme e non possano convivere aree piene di vita con altre soggette al degrado e all'abbandono.  
Il commercio, in tal senso, può svolgere una funzione essenziale. Per questo va aiutato e sostenuto con sgravi fiscali, aiuti ai giovani, nuovi modelli imprenditoriali. L’obiettivo deve essere duplice: più lavoro e tutela di un bene immenso fatto di storia e arte.
Attenti però a non cadere nel rimpianto per i bei tempi andati. Qui si parla di modernità, le nuove botteghe devono essere smart, connesse con il mondo, multifunzionali, animate, devono rappresentare un esempio di futuro positivo.
Serve uno sforzo collettivo, un’alleanza tra istituzioni, associazioni di categoria e cittadini per ridisegnare insieme il futuro del paese.
Paolo Brandi

martedì 18 settembre 2018

PER RISOLLEVARE IL PD CI VOGLIONO CACCIARI, SAVIANO e BARCA



Quando osservo le vicende del PD mi pare di sfogliare il “Libro della Giungla”. È una selva dove s’inseguono lupi, scimmie, serpenti e pavoni. 
Che ci crediate o no, ho il cuore a pezzi, nel veder disperdere, in mille rivoli, un’eredità gloriosa costruita, con tanti sacrifici, dalle generazioni passate. Sacrifici veri, mica chiacchere, perchè ci sono state persone finite in galera per quelle idee, costrette all'esilio, discriminate sui posti di lavoro. È retorica? No, è storia, e la storia, come si sa, va avanti per corsi e ricorsi, non è un processo lineare, tocca punte altissime e poi precipita. Oggi siamo a un punto molto basso.
Prendete per esempio la polemica sulle cene. Calenda invita Gentiloni, Renzi e Minniti e Zingaretti se ne va in trattoria con uno studente, un piccolo imprenditore e un operaio.  
Ma è possibile, mi domando io, ridurre la politica a queste scempiaggini?
Ormai ci ridono tutti dietro: c’è chi parla di “Ultima cena”, chi della “Cena delle beffe”, qualcuno, più carogna, rammenta il film “La cena dei cretini” e via dicendo.
Invece delle cene ci vorrebbe un bel digiuno, quell'astinenza dal cibo che induceva Pietro Crisologo a dire “Chi digiuna comprenda bene cosa significhi per gli altri non aver da mangiare“.
Il problema è tutto lì, questi sono ormai disconnessi dalla realtà, e sembrano non capire che forse sarebbe meglio andare a un fast food, non per farsi un panino, ma per domandare ai ragazzi che lavorano lì, con poco stipendio e meno diritti, per chi hanno votato.  

Ma ormai siamo arrivati alla scissione dalla logica oltre che dalla realtà.
Quando il Presidente di un partito, leggi Orfini, che per funzione dovrebbe garantire le regole, propone di stracciare lo statuto del PD e andare a costruire un altro soggetto politico, vuol dire che siamo alla frutta.
Attenzione, l’idea non è strampalata, che ci sia necessità di un fronte ampio, in grado andare oltre il Pd e interpretare a livello europeo i sentimenti di libertà, tolleranza, uguaglianza, solidarietà è necessario, ma non può farsi carico di quest’idea chi ha contribuito allo sfascio.
Forse c’è bisogno di un cambio e siccome le idee viaggiano sulle gambe degli uomini, c’è bisogno che qualcuno, con umiltà, ceda il passo. Che non si sia capita questa necessità è dimostrato dalle vicende del PD toscano, dove si va, in un clima di sconforto, a un congresso che dovrebbe essere cruciale, visto che incombono  le amministrative del 2019 e le regionali del 2020.
Lo sconforto di costatare che un gruppo dirigente, che ha perso tutto quello che c’era da perdere, pretenda di guidare ancora il PD Toscano riparandosi dietro una persona capace come Simona Bonafè. L’alternativa? Il candidato della “sinistra” in verità c’entra poco con le politiche fallimentari, ma non si risolvono i dilemmi dei democratici toscani con i dejà vu.
Ma dove vogliamo andare in queste condizioni?  C’è chi litiga e accetta compromessi su poltrone, seggiole e strapuntini che, tra due anni, forse non ci saranno più. La cosa migliore è evitare di intraprendere un viaggio in questo deserto d’idee. Andate a leggere le linee programmatiche dei due candidati e capirete a cosa mi riferisco.  
Qualcuno potrà dire: tu parli bene ma la ricetta ce l’hai? Non sono un cuoco e non ho ricette, mi è rimasto solo un po’ di buon senso e anche quello va scemando. Volete per forza una soluzione? Mettiamo alla testa di un fronte ampio, di cui farà parte anche il PD, tre persone: Massimo  Cacciari, Roberto Saviano e Fabrizio Barca. Come a dire intelligenza, rigore morale e il sentimento di una sinistra solidale e poi vediamo come va a finire.

Paolo Brandi


martedì 11 settembre 2018

COSA SUCCEDEREBBE ALL’OUTLET CON LA CHIUSURA DOMENICALE?


L’argomento del giorno è l’obbligo di chiusura domenicale per le attività commerciali. Dal punto di vista dei principi il riposo settimanale non solo è sacrosanto ma è garantito dalla carta costituzionale: “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale” (articolo 36).
Ciò detto bisogna anche capire cosa accadrebbe se questa norma venisse applicata in un mondo che non ha più i bioritmi del passato. Ho fatto qualche domanda in giro e ne ho ricavato un quadro ben poco tranquillizzante.
Prendiamo ad esempio l’outlet, vien fuori che un divieto come quello che è stato anticipato produrrebbe i seguenti effetti:
Un calo del fatturato intorno al 30%, una riduzione di circa 300 posti di lavoro, una diminuzione drastica delle assunzioni stagionali, un calo considerevole dell’indotto, con conseguente perdita di reddito e ulteriori posti di lavoro. Senza considerare che ormai i grandi centri commerciali sono diventati le piazze degli anni 2000, ci si scapiterebbe oltre che economicamente anche socialmente.
Tutto sbagliato dunque proporre la chiusura domenicale?

No, perché in punta di diritto le aperture domenicali (e in altri giorni festivi) contrastano in molti casi con un altro principio costituzionale, quello che dice, riguardo alle donne lavoratrici ma potremmo estendere il concetto anche agli uomini : “Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.” (articolo 37).
È indubbio che lavorare di domenica rompe equilibri familiari e costringe a molte rinunce.
Queste questioni tuttavia non si affrontano con atti d’imperio, tanto più se si va a incidere sulla sfera di libertà d’iniziativa privata.
Non è riportando indietro le lancette dell’orologio che si risolvono i problemi ma affrontandoli con una prospettiva diversa che tenga insieme diritti e occupazione, libertà e autonomia.

lunedì 10 settembre 2018

CASTIGLION FIORENTINO: LA GRANDE BELLEZZA DI S. AGOSTINO


La grande bellezza dell’Italia non è fatta solo dall'architettura e dagli edifici che disegnano i nostri centri storici, ma anche dalla vita che pulsa tra le loro mura.
Castiglion Fiorentino, con il suo intreccio di strade, vicoli e piazze, in cui si affacciano edifici pieni di storia, è un bell'esempio di come la socialità si sia coniugata, nel tempo, all'armonia urbana.
Purtroppo, come gran parte dei centri storici, subisce la violenza del tempo e degli uomini. Piazze, che non erano pensate a quello scopo, sono diventate parcheggi, vicoli, un tempo pieni di vita, sono diventati terreno di conquista di erbe e cartacce. Le stesse strade maestre, che da secoli svolgono egregiamente la loro funzione, cominciano a subire il peso di del traffico e di un’usura che gli antichi architetti non potevano preventivare.
I centri storici sono come organismi viventi, hanno bisogno di cure di attenzioni e, più sono vecchi, più l’affetto e il rispetto verso di loro deve essere grande. Per renderli vivi ci vogliono il commercio, la residenza, servizi, quelle attività che li rendano vivaci ogni giorno dell’anno. Il turismo, per quanto importante, non può essere la sola risposta in grado di evitare la polverizzazione del tessuto sociale, commerciale e produttivo, né possono esserlo le manifestazioni, per quanto belle e ben organizzate. Ma di queste avremo modo di parlare.

sabato 8 settembre 2018

DUE PICCOLI CARTELLI APPESI ALLE COLONNE DELLA MAESTÀ’ DI MAMMI

Qualcuno ha avuto l’idea di attaccare, con il nastro adesivo, due frasi, una di Bukowski, l’altra di Conrad, sulle colonnette che sorreggono il piccolo porticato della Maestà di Mammi.
Non conosco la ragione del gesto, comunque sia lo considero un atto gentile. Se è vero come diceva Goethe che “si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole” quell'atto così bizzarro, mi appare meno bizzarro. 
M’indica che le parole poetiche, nella loro relazione grammaticale e sentimentale, ci aiutano a capire il mondo meglio delle immagini di una Polaroid e delle frasi da 120 battute.
So bene che è faticoso concentrarsi nella lettura, perché costringe a pensare e non è detto che alla fine ci si capisca qualcosa. Però, come dicevo, aiuta. Per questo forse dovremo, per qualche minuto, mettere il silenziatore alla grancassa e fermarsi, come suggeriva Goethe, ad ascoltare musica, a leggere e alla fine tirare fuori qualche frase sensata.
Accolgo l’obiezione di chi dice che queste cose si possono fare con la pancia piena. E’ vero, è più facile essere incazzati che tranquilli quando c’è incertezza, quando le ingiustizie sono palesi, quando al merito si sostituisce la raccomandazione, quando assistiamo impotenti a un mondo che si ribalta su se stesso. 
Non è facile perdersi tra le note musicali quando intorno soffia la tempesta. Però uno sforzo dobbiamo pur farlo. Ci sono tante cose da scoprire e da recuperare: sicurezze, principi, identità. Ma per far questo non serve affidarsi all'istinto predatorio, mostrando i canini come lupi, perché mordi, mordi, alla fine non rimarrà più nulla da sbranare. 
L’unica strada è trovare un equilibrio diverso, che però non metta in crisi i nostri valori, che io continuo a considerare parte fondamentale della nostra storia. E la storia, nella vita delle persone, è importante perché “chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”.
Per questo ringrazio chi ha appeso quelle frasi sulle colonne della Maestà, perché mi ha dato una mano a riflettere.

Paolo Brandi

lunedì 3 settembre 2018

PD: BASTA COL GIOCO DELLE TRE CARTE!


Dire quello che si pensa non deve essere un’eccezione ma la regola, ed io voglio dire quello che penso.
Cosa penso?
Penso che sia ora di farla finita con il gioco delle tre carte.
Un esempio è la battuta, per modo di dire di Del Rio, persona per altro seria, quando, alla festa dell’Unità di Ravenna, afferma, sulla possibilità di un dialogo PD 5stelle, “ad aprile era molto difficile, gli elettori in gran parte erano contrari. Non è stata colpa di Renzi".

Il ragionamento, in un partito che si dice democratico, non farebbe una grinza, c’è solo un piccolo problema che nessuno, in quell’occasione, ha sentito quello che ne pensavano veramente iscritti e simpatizzanti del PD.
Se ne deduce che qualcuno ha interpretato quella presunta volontà provocando un abbraccio mortale tra Lega e 5stelle.
Con il dialogo si sarebbe arrivati a un accordo? Non lo so, probabilmente no, ma era doveroso provarci.
Ma al di là di questo io affermo che il PD non deve avere paura dei propri militanti. Mi domando perché l’SPD tedesca chieda, con un referendum ai propri iscritti, se sono d’accordo a fare un governo con la  CDU e invece da noi questo non si fa?
Quanti errori, compreso il referendum costituzionale, si sarebbero potuti evitare se si ascoltava, prima di prendere una decisione, i sentimenti della gente del PD.
Io non voglio più che qualcuno interpreti quello che penso.
Dirò di più pretendo, esigo, reclamo a gran voce che quell’aggettivo “democratico” abbia un valore qualitativo e quella qualità può essere data solo da un voto. I militanti del PD vogliono decidere e non fare solo i portatori d’acqua.
E per sgombrare il campo da qualunque equivoco dico anche che quando una decisione è presa, in maniera democratica e trasparente, si rispetta, anche se si pensa in maniera diversa.

Paolo Brandi

mercoledì 22 agosto 2018

INVECE CHE FESTE DELL'UNITA' CHIAMIAMOLE FESTE DELL'UMILTA'


Diceva Albert O. Hirschman che "non c'è peggior categoria di politici di coloro che credono di sapere sempre come stanno le cose, senza bisogno di confrontarsi con chi non la pensa come loro poiché, oltre ad aver la mente chiusa al dubbio e all'apprendimento, hanno la supponenza di chi non ha nulla da imparare".
Quelle parole mi risuonano in testa come una campana a lutto. Quanta ragione e quanta difficoltà nell'applicare quella dote che si chiama Umiltà. Umiltà nello smettere di pensare che ragione e verità stiano da una parte sola, umiltà come servizio nel mettere se stessi e le proprie azioni a disposizione degli altri.
E’ un esercizio difficile lo so, basta vedere come l’agire politico che, per sua natura, dovrebbe essere finalizzato al bene comune, e dunque non avere bisogno di esaltazioni su face book, instagram e chi più ne ha più ne metta, diventi sempre più spesso spettacolo per coprire il vuoto d’idee e proposte.
Dobbiamo scendere dal piedistallo e tornare a immergerci nella vita reale delle persone: quelle che prendono il treno dei pendolari, quelle che fanno la fila allo sportello ella USL, quelle che vanno nei supermercati  a fare la spesa, quelle che arrivavano a stento a fine mese, quelle che pagano il 47% del proprio reddito in tasse, quelle che non capiscono perchè la bolletta del gas costa più di tasse che di consumi. L’elenco potrebbe continuare a lungo: lotta ai privilegi, prezzo dei libri scolastici, tasse universitarie, rette degli asili nido e delle case di riposo ma non voglio tediarvi. Umiltà e dedizione due vocaboli che sembrano scomparsi dal nostro vocabolario politico e che invece vanno rimessi al centro.
Una proposta: per un anno, due e forse anche tre invece le Feste dell'Unità chiamiamole feste dell'Umiltà.
Paolo Brandi

domenica 19 agosto 2018

QUELLI CHE PIANGONO E POI TI FREGANO, OVVERO POPULISMO VS. DEMAGOGIA





Il populismo, come ho cercato di spiegare, non è di per se negativo,  perché aiuta a capire quello che vuole la gente.  Diventa negativo quando si assecondano gli istinti peggiori e si promette ciò che non può essere mantenuto, perché così si produce ancor più scontentezza e alla fine si arriva, non solo metaforicamente, a tagliare le teste in piazza.  Il fatto di incolpare sempre qualcun altro senza assumersi responsabilità e soprattutto senza indicare soluzione, può accontentare tanta gente ma non risolve i problemi
Ecco perché io continuo a dire che attaccare i privilegi, l’ingiustizia sociale, garantire la sicurezza, pretendere il rispetto dei valori della nostra civiltà, diminuire la burocrazia, lottare contro la corruzione, dare un futuro ai giovani non è demagogia è rispondere ai bisogni. Poi, però, è necessario darsi da fare, non piangere sempre come gatti in amore.  «Chiagne e fotte» dicono a Napoli dei tipi così.

Bisogna farlo smettendo di bluffare, senza rilanciare sempre come se fosse una partita di poker. Di bluffatori ne abbiamo visti tanti e i risultati si toccano con mano. Chi è chiamato a governare deve risolvere i problemi punto e basta, sarà poi il popolo sovrano a giudicare.  
E l’opposizione che fa? Riproduce il solito copione, “tu dici una cosa a me, io dico una cosa a te”, teatrino, solo teatrino, ridotto a dichiarazioni da trenta secondi e twitter che non dicono più niente.  È indubbio che occorra difendersi dalla menzogne e dalle accuse ma questo non basta. O l’opposizione rilancia una sua proposta rispetti ai temi che ho elencati oppure è condannata alla estinzione, perché se si accetta la logica del “circo” vince sempre  il clown che per una stagione raccoglie tanti applausi e dopo che è venuto a noia colleziona solo insulti.

Paolo Brandi

martedì 14 agosto 2018

DITE PURE CHE SONO RAZZISTA…..

Posso essere accusato di molte nefandezze ma non di essere razzista, non credo che esistano razze, ma uomini e ritengo che le persone debbano essere giudicate non dal colore della pelle, ma dai comportamenti.
Per questo mi è difficile parlare di certe cose, il rischio di essere frainteso è grande. Accetto l’azzardo e dico le cose che penso.
Lo spunto me l’ha dato la vicenda della capotreno che al microfono avrebbe detto: «I passeggeri sono pregati di non dare monete ai molestatori. Scendete perché avete rotto. E nemmeno agli zingari: scendete alla prossima fermata, perché avete rotto i c...».
Apriti cielo e spalancati terra, sono partire accuse di razzismo, xenofobia, richiami all’apartheid e chi più ne ha, più ne metta.
La capotreno ha sbagliato e quindi non è, come dice qualcuno, meritevole di un premio. Certe cose, in questo paese, si possono pensare ma non urlare a un microfono, specie se si è dipendenti di un servizio pubblico.
Nonostante questo non credo che si tratti di razzismo, è questo lo sbaglio che una parte dell’intellighenzia (di sinistra) di questo paese continua a fare.  
Parliamoci chiaro, c’è una fetta di Italia che è razzista, che ritiene che i bianchi siano stati creati per comandare e i neri per servire. Salvo poi, quando arrivano gli sceicchi pieni di soldi e o i dittatori africani carichi d’oro, mettersi proni in attesa della mancia, ma così va il mondo.
Il caso della capotreno è diverso, il suo non è razzismo, è esasperazione.
La stessa esasperazione che ha portato tante persone, anche nella nostra Toscana, a votare per la Lega.

mercoledì 1 agosto 2018

IL SOLDATO PETER PAN



Qualche giorno fa sono andato a visitare il sacrario del Grappa. Era un impegno che avevo preso con me stesso mentre stendevo le ultime righe della mia tesi sul monumento ai caduti di Castiglion Fiorentino.
I morti castiglionesi sono sparsi su tutto l’arco del fronte ma in particolare nell’altopiano di Asiago, sul Montello e sul massiccio del Grappa. È partita da lì l’idea di una sorta di pellegrinaggio.  
Non sono andato in bicicletta, nonostante molti ardimentosi si cimentino sui trenta chilometri di salita spietata che portano alla cima, però anche in auto, quando si arriva, sembra di stare in un altro mondo. Saranno le suggestioni della storia o l’aria della montagna però ci si ritrova per un attimo fuori dal tempo.
Mal realtà reclama subito il suo posto mettendoci davanti agli occhi l’immenso sacrario con le spoglie di 22.910 soldati: 12.615 Italiani e 10.295 Austroungarici.
Tra le tombe di quelli che allora erano i nemici ce ne è una che è diventata famosa, non perché contenga i resti di un generale o di un eroe ma perché il nome che la contrassegna è “Peter Pan”.


Si, avete capito bene, quel soldatino portava il nome del famoso personaggio letterario creato nel 1902 dalla fantasia dello scrittore scozzese James Matthew Barrie.
Mi sono incuriosito ed ho scoperto che un giornalista, Ferdinando Celi, aveva scritto di questo ragazzo dal nome tanto celebrato.
Anche la Croce Nera Austriaca, l’istituzione del governo di Vienna che si occupa delle sepolture militari, aveva fatto delle ricerche ed è venuto fuori che Peter Pan non era austriaco ma ungherese. Apparteneva alla 7/a Compagnia del 30/o Reggimento Fanteria Honvèd ed era morto il 19 settembre del 1918 durante un'azione a Col Caprile una delle cime che fanno da contorno al Monte Grappa.
Chi era Peter Pan?

sabato 7 luglio 2018

IL PD E IL LEOPARDO



Una delle tattiche del leopardo per catturare le prede è di fingersi morto, così che le scimmie, curiose per natura, si avvicinano a quella che pensano, essere la carcassa del loro nemico e lui ne fa strage. 
Le leggende del popolo Aka raccontano di un leopardo ostinato e ormai vecchio che fingendosi morto alla fine morì davvero di fame.
Mi è venuta in mente questa storia leggendo le prime cronache dell’assemblea nazionale del Pd e rileggendo tutto quello che era accaduto prima, all'indomani delle batoste elettorali.

Una pausa di riflessione forse era necessaria ma le pause diventano utili se servono ad analizzare quello che è successo per poi ripartire. Invece il PD sembra non produrre niente, solo rinvii. Scappa di continuo da se stesso  come quel cavallo che aveva paura della sua ombra.
Come il leopardo fa finta di essere morto ma sta vigile e prepara la riscossa, così avrebbe dovuto fare il PD e invece a furia di star fermo rischia di rimanere fermo per sempre. Sarà bene che qualcuno suoni la sveglia.
Paolo Brandi

lunedì 25 giugno 2018

ELEZIONI CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO. In Italia e ad Arezzo cambio di marcia per non arrendersi


Ecco che arrivano i mediconi, tutti in fila a spiegarci perché la sinistra ha fatto un tonfo storico in quelle che una volta erano roccaforti inespugnabili.
E’ tutta gente dalla memoria corta. Già dopo le elezioni regionali della Liguria, madre di molte sconfitte, qualcuno avrebbe dovuto capire che forse era il caso di rimettere in discussione una politica che divideva a sinistra e ci faceva perdere i collegamenti col nostro mondo.
Si è preferito far finta di niente e così sono arrivate disfatte a catena: elezioni amministrative, referendum, politiche. Débâcle brucianti che però non hanno scalfito la pelle di certi rinoceronti.
In Toscana un disastro dopo l’altro: Arezzo, Grosseto, Pistoia, Livorno. Un massacro politico ridotto a fatto locale per evitare di assumersi qualunque responsabilità. Oggi Siena, Pisa, Massa, anche questi solo fatti locali? 

Anche da noi, dopo la sconfitta al comune capoluogo e in molti centri della provincia si è liquidato tutto con un’alzata di spalle, senza rendersi conto che era invece necessaria un’analisi seria per capire come la crisi avesse cambiato la struttura economica e sociale dei territori. Un approfondimento necessario per capire le difficoltà delle famiglie, del perchè i giovani ci voltassero le spalle, i motivi per cui il nostro popolo non riconoscesse più la bontà del governo locale. Non abbiamo capito che la crisi si portava dietro molte cose: l’incertezza del futuro, le paure, il disagio sociale che, con l’arrivo nei nostri paesi degli immigrati, tanti o pochi non importa, è diventato una miscela esplosiva.
Ci s’illudeva di arginare la piena e invece la piena ci ha travolto e in parecchi oggi allargano le braccia come a dire, non si può fare niente.

giovedì 21 giugno 2018

PAROLE CHIARE SU IMMIGRAZIONE E DISUGUAGLIANZA


E’ certo che le “politiche” del ministro Salvini su migranti e rom raccolgano un largo consenso. Le ragioni sono diverse: esiste in una parte della nostra gente, una disposizione al razzismo. Una disposizione alimenta da pregiudizi ma anche da comportamenti irrispettosi che alcuni migranti hanno nei confronti del vivere civile. C’è poi un tabù antico verso gli “zingari”, un preconcetto che nasce dalla diffidenza degli stanziali nei confronti dei nomadi ma che trova spiegazione in atteggiamenti come l’accattonaggio, i borseggi, i furti.
Sia chiaro, non dico di esser d’accordo, dico che questo spirito da apartheid nella testa della gente esiste ed è duro da estirpare, per fortuna riguarda una minoranza.
C’è poi la paura dettata dall'insicurezza.  Pur non essendo vero che tutti i migranti sono delinquenti, è altrettanto vero che i numeri sono impietosi.
 
Al 1 gennaio 2016 le persone nate all’estero ma residenti in Italia rappresentavano l’8,3% del totale della popolazione, mentre sfioravano il 27% nella popolazione carceraria. Le ragioni sono tante ma anche spiegandole, difficilmente, riusciremo a convincere le persone spaventate perché la notte non possono passeggiare tranquillamente, oppure le donne che subiscono molestie se attraversano un parco cittadino.
C’è poi un terzo elemento, a mio avviso il più forte di tutti, che porta acqua al mulino dell’intolleranza.  
Si chiama disagio economico e allora per combattere il populismo non bisogna diventare populisti ma aggredire le cause che lo generano.  
In questo paese la gente soffre di una crescente diseguaglianza. 
Da una parte lavori precari, contratti bloccati, stipendi bassi, scarsa mobilità sociale, fisco esoso, burocrazia alle stelle, dall’altra un pezzo di società che si arricchisce sempre di più, infischiandosene di tutto e di tutti.
In questa situazione è logico che gli animi si esasperino. Chi non può pagare l’asilo nido si arrabbia col figlio del migrante, chi non ha casa s’infuria se si vede scavalcato nella graduatoria delle case popolari da uno straniero, chi non ha un lavoro e vive di precariato  diventa idrofobo  se vede spendere miliardi per l’accoglienza. E di esempi se ne potrebbe fare molti altri. A fronte di questa situazione la sinistra ha perso la bussola, lasciando in mano ai demagoghi il tema della lotta alla disuguaglianza e ai privilegi. 
E’ dura recuperare lo svantaggio ma non impossibile.  In primo luogo occorre spogliarsi di una veste troppo stretta che ci siamo cuciti addosso. Ci vuole più umiltà, più capacità di ascolto, ci vuole più popolo e meno élite. Bisogna scegliere da che parte stare: con i grandi gruppi industriali e finanziari o con la gente comune?
Proviamo a dare una risposta e forse daremo una svolta al nostro futuro.  

Paolo Brandi

giovedì 14 giugno 2018

SABATO MATTINA A CORTONA PER IL MIO LIBRO CON ANDREA VIGNINI E ALBANO RICCI



Sabato mattina sarò a Cortona a presentare il mio ultimo libro “Il Club degli atleti”, nonostante siano citati gli atleti, non credo si parlerà di sport. Il libro parla, infatti, di tutt'altre cose, qualcuno l’ha definito un romanzo hard boiled, insomma una storia un po’ fosca  non adatta a stomaci delicati.
Può essere, anzi è sicuramente così, d’altra parte è la realtà a non essere aggraziata, anzi spesso supera le fantasie più tetre e malate.
La cosa singolare di questa presentazione, che sarà condotta dal giornalista Massimo Pucci, è la presenza intorno allo stesso tavolo di Andrea Vignini, ex sindaco di Cortona ed esponente di LEU, Albano Ricci, ex assessore al comune di Cortona e attuale segretario provinciale del Pd e il sottoscritto che un po’ di esperienza amministrativa e politica nella sua vita l’ha messa insieme.
Immagino, e non lo dico per mettere le mani avanti, che ci sarà già qualcuno col naso arricciato che dirà –ma che ci incastrano questi con un romanzo? Tutta gente che ha fatto o fa politica, ma cosa cercano?-

Grave errore. L’hard boiled la politica, checché se ne dica, si sposano bene tra loro, un po’ come il burro e le acciughe.  Sono un pessimista? Date un’occhiata al panorama pubblico degli ultimi vent’anni, l’hard boiled è fatto di intrighi, violenza, sesso e una tonnellata  di cinismo. Ci vedete molte differenze? So bene che c’è anche altro, ci sono tante brave persone, ma purtroppo, come nelle più brutte favole, gli orchi sopravanzano gli elfi.
Alla fine verrebbe da dire che un politico è più adatto a parlare di un romanzo dai toni duri più di un fine letterato. 
Ma la verità per cui ho invitato Andrea e Albano è che entrambi leggano, scrivono, e conoscono le belle lettere. Caratteristiche che pochi politici di oggi possiedono. Il problema non sono i congiuntivi sbagliati, con cui spesso ci deliziano nei comizi, il problema è la mancanza d’idee, solo slogan, parole fritte e rifritte, messaggi di 120 caratteri e cazzate, un mare di cazzate che sommerge il buonsenso.
Una cosa che ho imparato è che se non si ha un disegno più ampio del piccolo perimetro che delimita l’interesse immediato, non si va da nessuna parte: non bisogna aver paura di superare i confini.
Paolo Brandi

martedì 12 giugno 2018

RIFLESSIONI SU UNA SIRINGA ABBANDONATA NEL CENTRO STORICO



Cari amici, ho visto su internet la fotografia di una siringa e altri accessori che, come veniva spiegato, era stata scattata in una strada del centro storico, in una di quelle strade che formano un mezzo anello intorno all’area  del Cassero.
Non so se quella siringa abbandonata sia appartenuta a un tossicodipendente, qualcuno commentando l’immagine ha detto che non è quello il “modello” utilizzato per certe operazioni. Confesso che ci sono rimasto male lo stesso, perché un tempo quelli erano luoghi dove pulsava la vita del paese e la gente se ne stava fuori, sugli scalini, a godersi il fresco delle notti estive.
Oggi tutto è cambiato e certi vicoli, certe stradicciole, certe piazze si sono trasformate, loro malgrado, in luoghi del degrado. 

Non voglio polemizzare con nessuno, so bene che spesso le autorità pubbliche siano esse gialle, rosse, nere o verdi, per vari motivi, si ritrovano le mani legate.  La mia vuol essere una riflessione sulla realtà che ci circonda e ci stringe da ogni lato.
Da una parte un mondo di lustrini, d’immagi patinate, di giovani e meno giovani che grondano opulenza (vera o falsa non importa) e si atteggiano come se si trovassero a Londra dalle parti di Shoreditch oppure a El Raval di Barcellona.
Intendiamoci, la gente fa bene a divertirsi, a gioire, a tentare di esser felice. Ma non bisogna dimenticare che la realtà non è solo quella.  Anche nel nostro comune, che non è certo una metropoli, basta percorrere duecento metri per ritrovarsi proiettati sull’altra faccia della luna.
Quella siringa non è di un tossicomane? Può essere, però domandate ai residenti di quelle zone come vivono quando arriva la notte. Andate a guardare  quei luoghi che per la storia che si portano dietro dovrebbero essere un vanto dal punto di vista architettonico, storico, culturale e osservate il loro stato.
Non m’interessa dire di chi è la colpa. La colpa probabilmente va ripartita un po’ tra tutti noi che ci accontentiamo di guardare in superfice, senza capire il disagio, le difficoltà in cui vivono le persone e non comprendiamo che le difficoltà si trasformano in rabbia, in odio e in certi casi in autodistruzione.   
Vorrei, ma mi rendo conto che è solo una flebile speranza, che guardassimo la realtà  per quella che è e non per quella che ci raccontano spalmandogli sopra una bello strato di nutella, che rende dolce anche il pane ammuffito.  
Tornerò a parlare del centro storico, perchè per me continua a rappresentare il cuore di una comunità.

Paolo Brandi

lunedì 4 giugno 2018

I CURRICULUM DEI MINISTRI, UNA COSA DA RIDERE



Questa storia dei curriculum dei ministri mi fa un po’ sorridere, conosco gente con la terza media che ha più sensibilità, intelligenza e responsabilità di parecchi laureati.  
Questo però non significa trasformare tutta nella sagra di Santa Ignoranza, una specie di carnevale dove chi meno sa è più degno di rispetto e merita una rapida ascesa nell’olimpo della politica.
Governare una nazione, una regione, una metropoli, un comune non è un esercizio facile perché si decide del destino di tante persone. Perciò, chi governa, non può vantarsi di “non sapere”.  
Detto in altre parole se uno sceglie un medico o un commercialista non va a cercare quelli messi peggio ma quelli che per competenza, esperienza ed affidabilità garantiscono il miglior risultato.

Lo stesso dovrebbe avvenire per chi fa politica con una dote in più: la propensione a guardare più al bene del prossimo che al proprio.  
Giovanni Marcora (chi è? Dirà qualcuno) è stato uno dei più grandi ministri dell’agricoltura di questo paese, però non era laureato e non era nemmeno un perito agrario, era un geometra.
Gianfranco Bartolini (chi era?) è stato presidente della Regione Toscana, iniziò a lavorare giovanissimo nella bottega di fabbro del padre e poi fece l’operaio.  
Eppure nei libri è ricordato come un valente amministratore.
Per cui, se mi è consentito, se è stupido dire che uno non può fare il ministro se non è laureato, è altrettanto stupido dire che uno può far bene il ministro del turismo perchè possiede una agenzia di viaggi. 
L’esperienza mi ha insegnato che le persone si misurano sui fatti non coi titoli.
Paolo Brandi