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venerdì 15 marzo 2019

PERCHE’ NON ANDRO’ IN PIAZZA PER FRIDAYSFORFUTURE



Oggi è il FridaysForFuture, nato dall’iniziativa di Greta Thunberg. Un venerdì “fortunato”, una grande mobilitazione per salvare il pianeta.  Per favore non facciamo diventare questa bella iniziativa qualcosa di diverso. Ho già visto che in parecchi vogliono metterci il cappello sopra.
E’ sbagliato! Lasciamo che i nostri ragazzi facciano quello che si sentono di fare, senza condizionamenti, senza bandiere. Anche perché i politici, gli economisti, gli scienziati che oggi sostengono (e fanno bene) questa manifestazione portano, ognuno per la sua parte, pesanti responsabilità per quello che sta accadendo al clima e all’ambiente: peccati di omissione, vigliaccheria, conformismo, opportunismo.
In questi anni si è volutamente ignorato il grido di allarme della terra, si è consumato, sperperato, distrutto senza pensare al domani. Rinviando quello che poteva e doveva essere fatto oggi.  
Per questo, pur guardando con grande simpatia e speranza al FridaysForFuture, non andrò, a differenza dei soliti “succhiaruote”, in piazza. Non ci andrò semplicemente perché non spetta a noi, generazioni che hanno sbagliato quasi tutto in tema di ambiente andare in piazza. Spetta a coloro che hanno ancora le mani pulite e lo sguardo puro gridare tutta la propria indignazione ma soprattutto lanciare verso il cielo una speranza.
Un’ultima avvertenza: nessun pasto è gratis. Quindi se si vuole affrontare seriamente questo tema è necessario ripensare il modello di sviluppo: questo significa rinunciare a qualcosa in termini di benessere (o presunto tale) diffuso, in termini di comodità, di consumo perché non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, questo i ragazzi e le ragazze che vanno in piazza devono saperlo.

giovedì 28 febbraio 2019

HA RAGIONE GIACHETTI: A ROMA COME AD AREZZO CI VUOLE CHIAREZZA


Del pensiero di Roberto Giachetti non condivido molto, di lui però apprezzo quel tipo di coerenza che fece dire a Bernard Berenson: “La coerenza richiede di ignorare oggi come si ignorava un anno fa”. 
Concordo però con lui quando esclude la possibilità di una segreteria unitaria per guidare il Pd.
Bravo Roberto!    
Non se ne può più del “volemose bene” per forza, non serve una mano di biacca per nascondere le crepe. La verità è che dentro il PD convivono idee politiche, scelte culturali, prospettive molto diverse da loro.
Fino a oggi come hanno fatto a convivere? Prima c’erano i “padri nobili” che, in virtù della loro storia e della loro autorevolezza, tenevano insieme la famiglia, poi è arrivato il cemento del potere, gestito alla maniera degli stati feudali. Tuttavia, quando le sconfitte hanno messo il re a nudo, è successo come in Jugoslavia: è scomparso lo stato e sono venute fuori le piccole patrie.  

Detto questo che succede dalle nostre parti? La scelta per rimettere in carreggiata un partito provinciale provato da sconfitte storiche, disorganizzazione e perdita di peso è stata quella di un triumvirato dove ai due uomini (io averi preferito anche qualche donna) indicati dalle aree politiche, si è aggiunto il regionale. Una scelta inevitabile, quasi obbligata, ma che serve solo a rinviare i problemi.

mercoledì 5 dicembre 2018

IN ITALIA E’ IN ATTO UNA RIVOLUZIONE?



Quello che alcuni commentatori, per esempio Ezio Mauro oggi su Repubblica, sembrano non aver capito (lo dico con tutta la modestia del mondo e con la consapevolezza di poter essere smentito), è che il concetto di  Democrazia, per certi pezzi grossi,  è un guscio vuoto, e non potrebbe essere diversamente. 
Il motivo è presto detto: in questo momento è in atto una “rivoluzione”.  Di che tipo? Difficile dirlo, di sicuro non si confà, a questa fase della vita italiana, la famosa frase di Alexis De Tocqueville per cui “La rivoluzione in Inghilterra è stata fatta unicamente in vista della libertà, mentre quella di Francia è stata fatta principalmente in vista dell'eguaglianza”. Da noi ho la sensazione che sia stata fatta da un lato per disperazione e dall’altro per convenienza.  
Però che ci sia stato un “ sovvertimento” è fuori di dubbio, non si può chiamare in altro modo un passaggio dove un giovanotto, di 32 anni,  con scarsi mezzi e molta fantasia, diventa  vicepresidente del Consiglio con deleghe allo sviluppo economico e al lavoro.
La stessa cosa avvenne, scusate il paradosso storico, nel 1959, quando un “ragazzo” di 32 anni, passò dallo status di guerrigliero a quello di Ministro dell'Industria e dell'Economia della Repubblica di Cuba. Si chiamava Ernesto “Che” Guevara. 

E’ chiaro che non intendo fare paragoni blasfemi, però è il segnale di come, quella in atto, sia de facto una “rivoluzione”. Che poi si possa trasformare in qualcosa di diverso da uno sconvolgimento planetario è molto probabile perché, come diceva Kafka, “ogni rivoluzione evapora, lasciando dietro solo la melma di una nuova burocrazia”.
Di certo per giudicare quello che avviene oggi non sono sufficienti le lenti della storia passata, ci vorrebbero quelli che alcuni definiscono pensieri lunghi.  
A chi quest’arduo compito? A una sinistra impantanata in discussioni sterili e con un ceto politico ormai indigeribile anche agli stomaci forti della nostra gente? Lo vedo improbabile.
Occorrerà inventarsi qualcosa di nuovo: imparare per una volta la mossa del cavallo, quella che arriva a coprire con due o tre mosse buona parte della scacchiera.
Paolo Brandi

lunedì 3 dicembre 2018

DALL'ANDALUSIA ALLA TOSCANA UN UNICO GRIDO DI ALLARME


Da molti anni esiste un rapporto di amicizia tra la Regione Toscana e l’Andalusia. Sono comunità entrambe ricche d’arte e di cultura, terre di agricoltura fiorente e paesaggi meravigliosi. Esiste (o meglio esisteva) anche un altro elemento che le tiene (le teneva) insieme da sempre: sono  (erano)  governate da partiti della sinistra.
In realtà oggi, il quadro, almeno per l’Andalusia, sembra cambiato. Le ultime elezioni regionali ci affidano un panorama (dal punto di vista della sinistra) drammatico.
Il Partito Socialista perde di brutto e l’estrema destra conquista ben 12 seggi. Teoricamente sarebbe possibile, dopo 36 anni, una maggioranza tra conservatori e destra che ribalterebbe completamente gli equilibri istituzionali dalle parti di Siviglia.
Questa non è solo cronaca politica è un campanello di allarme su quello che potrebbe accadere in Toscana tra meno di due anni. Qualcuno potrà giudicare il paragone azzardato, non è così.

Andiamo a vedere i contenuti di questa nuova forza politica di destra che ha sconvolto gli equilibri politici andalusi. Si chiama Vox. Sul sito web si presentano come “un partito politico creato per il rinnovamento e la fortificazione della vita democratica spagnola […] Scommettiamo sui Valori, la Famiglia e la Vita. Per noi la priorità sono le persone e crediamo in un sistema basato sulla libertà, dove tutte le tasse siano ridotte il più possibile o anche eliminate”. A questo si aggiunge il programma elettorale, intitolato “100 misure di urgenza”: si propone l’eliminazione dell’assistenza sanitaria agli immigranti illegali, la cancellazione dei sussidi sociali e dell’applicazione dell’aborto negli ospedali, l’approvazione della legge di violenza di genere e la sospensione dello spazio Schengen. Ma non finisce qui, propugnano la difesa della “sovranità nazionale” dall’ingerenza di Bruxelles e il blocco all’arrivo dell’immigrazione illegale. Vogliono chiudere le moschee ed espellere dal Paese gli imam che promuovono l’Islam fondamentalista.

domenica 25 novembre 2018

COSA RISERVA IL FUTURO A PAESI COME CASTIGLION FIORENTINO?




"Il modello dei grandi centri commerciali è in crisi in tutto il mondo. E segna il passo persino in Italia, dove nel 2018 le chiusure di questi paradisi dello shopping (10) sono state per la prima volta più delle aperture (9). A mettere in ginocchio il settore è l’implacabile evoluzione darwiniana della specie, in questo caso quella dei consumatori. Gli iper hanno soffocato i negozi di vicinato. Ora, per la legge del contrappasso,
l’e-commerce — dove corre ormai il 10% degli acquisti al dettaglio mondiali — sta togliendo l’ossigeno a loro.”
Questa notizia, contenuta in un articolo di un importante quotidiano, mi ha fatto riflettere sul destino di territori come il nostro.  Il commercio ha, infatti, svolto un ruolo importante nello sviluppo locale. Senza i commerci non sarebbero nate le città e i nostri paesi hanno funzionato, per lunghi anni, come “centri commerciali naturali”. 
Oggi, che tutto cambia in maniera vorticosa, si tratta di capire cosa fare per non arrendersi a quello che sembra un ineluttabile destino di lenta, ma costante decrescita, più o meno felice.

Detto in altre parole quali idee si possono tirare fuori per guardare con ragionevole speranza al futuro.  

venerdì 16 novembre 2018

IL CENTRO STORICO DI CASTIGLIONI COME MODELLO PER CREARE LAVORO E SVILUPPO


La parola che mi viene in mente, quando penso al nostro centro storico, è “riabilitare” nel significato di “renderlo di nuovo capace di svolgere determinate funzioni”. Non si tratta di tornare indietro nel tempo, quando il centro storico era il “centro” non solo geografico ma anche amministrativo, economico e politico della comunità. Si tratta di inventarsi qualcosa di nuovo, per non perdere definitivamente la memoria dei luoghi e la ricchezza di cultura, storia e tradizione che i centri storici, in particolare quello di Castiglion Fiorentino, si portano dietro.
Ci sono zone della “città murata” che presentano un degrado incipiente nonostante i residenti s’impegnino per  mantenere il decoro e l’ordine. Il problema nasce in gran parte dallo spopolamento, dalla perdita di attività economica e dobbiamo dirlo, con un certo rammarico, dal disinteresse e dallo scarso senso civico. Troppe volte si leggono dichiarazioni rassegnate di politici o di amministratori, sull'impossibilità materiale di fare qualcosa. Una resa inaccettabile perché molto può essere fatto, purché si abbia in testa un progetto. Talvolta occorre andare per tentativi, attraverso quelle che si chiamano congetture e confutazioni. Ci siamo accorti per esempio che aiutare economicamente le attività serve a poco, se non c’è un programma per riportare la gente dentro le mura. Così come ci siamo accorti che le politiche degli eventi per quanto rappresentino un’iniezione di fiducia non sono la soluzione. Un giorno puoi avere migliaia di persone ma per i restanti 364 giorni non hai nessuno. E c’è una differenza fondamentale tra avere le “luci delle case accese e il divertimentificio senza controllo”.

In questo senso occorrono riflessioni ragionate. Per esempio su quel che potrebbero fare le università, comprese quelle straniere, con le loro attività di ricerca. Oppure le imprese: quanti servizi non strettamente legati alla produzione possono tornare o essere collocati dentro le mura? Penso alle strutture di comunicazione, agli studi professionali, alle attività di servizio a tutto quello che viene prima e dopo la produzione.  
Non possiamo però pretendere di avere tutto e subito, occorre andare per gradi: la prima cosa è recuperare il decoro urbano, non esiste che intere zone siano abbandonate a se stesse. Penso alla Badiola, a piazza S. Agostino, ai vicoli che fanno da contorno alla parte alta del Corso Italia. La seconda operazione è lavorare su incentivi mirati per il recupero funzionale dei fondi commerciali e artigianali che oggi hanno le serrande abbassate. Un altro aspetto è la rivisitazione delle aree a parcheggio e del transito dei veicoli. In ultimo bisogna pesare a favorire la residenza anche con iniziative di edilizia pubblica in specie per le giovani coppie e anziani. Dopo si può passare a un'altra fase: per esempio il recupero della funzione scolastica, ci sono spazi inutilizzati come l’ex ospedale che potrebbero essere riacquisti a questo scopo . E’ un’ottima cosa l’idea di utilizzare la chiesa di S. Agostino per usi convegnistici ma non basta avere un grande spazio se poi mancano le strutture di supporto che fanno da contorno all'aula principale. Un'altra idea, mutuata da altre esperienze, è recuperare la vocazione artistica e artigianale del paese. Si potrebbe pensare alla via S. Michele come una strada dedicata a questo scopo. Agevolando con incentivi l’uso degli spazi commerciali e offrendoli gratuitamente, almeno per qualche mese a chi vuole mettere in piedi un laboratorio, una mostra, una piccola attività artigianale. In ultimo è necessario rafforzare la rete museale. Castiglion Fiorentino aveva una vera e propria rete costituita dal Museo archeologico, dalla Pinacoteca, dagli scavi sotterranei, dal museo della Pieve, dalla Torre del Cassero, dalla Porta Etrusca. Oggi questo tessuto si è arricchito di nuove collezioni sarebbe bello che il cuore del paese ricominciasse a pulsare al ritmo della grande ricchezza culturale ereditata dai secoli passati.
Tutto questo non significa abbandonare le periferie, anzi vuol dire il contrario, perché un centro stico vitale è volano per tutto il territorio. Castiglion Fiorentino ha enormi possibilità occorre trovare la chiave giusta per aprire la porta di un nuovo sviluppo.
Paolo Brandi


mercoledì 14 novembre 2018

I GIORNALISTI E LE PROSTITUTE. BREVE RIFLESSIONE E NESSUN SI SENTA OFFESO


Non amo la servitù delle parole, non amo chi, pur avendo l’intelligenza e la capacità di capire le cose si mette “a servizio”, confermando quel che disse un certo Bakunin, e cioè che il “servilismo è una schiavitù volontaria”. 
Ne consegue che mentre lo schiavo non è colpevole, i servi sono, in molti casi, meritevoli di condanna. 
Attenzione, non parlo di coloro che si mettono al servizio di un’idea, rischiando del proprio. Ho sempre avuto una segreta ammirazione per chi, pur stando dalla parte sbagliata, mostra coerenza e coraggio e dunque onoro i morti, quelli che stanno al “Campo della memoria” e quelli che stanno nei cimiteri partigiani e chi conosce un pò di storia sa a cosa mi riferisco. Sarà questa la ragione per cui ho sempre più difficoltà nel distinguere i buoni dai cattivi, specialmente quando la storia è scritta dai vincitori.

Io nego la mia solidarietà a chi si mette prono non per convinzione ma per interesse. Parlo di chi per mestiere dovrebbe informare e invece ignora fatti macroscopici e, di converso, esalta minuzie da niente. Allo stesso tempo però ritengo eccessivi i giudizi trancianti su tutta una categoria, sanno di razzismo intellettuale. Non è vero che i giornalisti sono tutti prostitute, alcuni però lo sono.

Mi si potrà rispondere che ci sono prostitute e prostituti in tutte le professioni. E’ vero. Ma ci sono mestieri come quello dell’insegnate o del giornalista che si portano dietro una responsabilità in più, perché formano la testa delle persone, le opinioni, orientano la mente. E questi lavori dovrebbero essere liberi dalla sottomissione che deriva dai mercanteggiamenti.
Non posso amare questa gente: cosa penseremmo di un macchinista che ferma il treno in aperta campagna, perché così conviene al suo amico o di un medico che sbaglia di proposito le diagnosi? Lo stesso succede a chi vende le parole. Ferma l’attenzione secondo i desideri di chi lo paga e confonde le analisi per favorire chi lo favorisce.  
Non tutti sono così, però, se ci guardiamo intorno, anche nel nostro piccolo modo antico, dobbiamo onestamente riconoscere che parecchi sono così.  
Paolo Brandi

venerdì 2 novembre 2018

ELEZIONI PROVINCIALI: IL PIANTO DEL GIORNO DOPO


C’è un film intitolato “L’uomo del giorno dopo” , oggi, dopo l’oscenità  delle elezioni per la presidenza della provincia assistiamo al “pianto del giorno dopo”.  
Mentre la destra plaude e improvvisa balli di gioia, nel centrosinistra sono tutti affranti, col cuore a pezzi e l’animo che stenta a ripartire.
Mi nasce spontanea una domanda: e prima a cosa pensavano? A cosa pensavano quei bravi ragazzi (e ragazze)? Che cosa hanno fatto perché quello che è successo non accadesse? 
Eppure di schiaffi in faccia ne avevamo presi tanti, ma non è bastato. 
Viene il dubbio, ma è solo un’iperbole per carità, che come successe alla repubblica spagnola nel 1936, ci sia una quinta colonna che lavora “scientificamente” per la distruzione. Non per la distruzione del PD, per quella si danno da fare a  Roma, ma per l’annichilimento di una storia politica di un intero territorio, quasi che le radici di sinistra fossero una cosa da cui emendare la provincia di Arezzo.

Ai piagnoni di oggi, che vengono fuori come funghi dopo la pioggia, dico solo che forse con un pò più di impegno, di onestà, di lealtà da parte di tutti si potevano evitare tante sconfitte nei comuni e oggi, di conseguenza, non saremmo  a discutere della provincia.
Certo la colpa, se di colpa vogliamo parlare, è di quei farabutti che hanno cambiato la preferenza nel segreto dell’urna, di chi si è astenuto, di chi ha preferito la festa di Halloween all'impegno istituzionale. Certo, sono loro i sicari, ma la storia è ben più lunga anche se nessuno e dico nessuno, se la vuol sentire raccontare.
Lo so che sono parole buttate al vento. Perché un partito che ha smesso da tempo di interrogarsi non ha bisogno di parole, come diceva qualcuno, le “parole sono pietre”. Sono pesanti e quando arrivano in testa fanno male.  
Meglio, molto meglio camminare sul filo al pari degli equilibristi per salvare se stessi e fregarsene di quello che succede intorno. Senza rendersi conto che quando la nave affonda, affoga l’intera ciurma: marinai, mozzi e capitani.
Oggi tutti indossano le gramaglie del lutto e ne hanno ben donde, ma non abbiate timore, domani,  quando si affacceranno le elezioni amministrative o più ancora quelle regionali, rindosseranno la divisa da parata e la danza macabra, che ci ha portato a questo punto, ricomincerà.
Io sono indignato, arcistufo di stare a guardare la rovina di quello che i nostri padri, i nostri nonni e prima di loro altre generazioni hanno costruito in più di un secolo di storia.  So altrettanto bene che indignarsi non serve a niente, in certi ambenti ovattati la risposta sarà sempre  –chissenefrega-. 
Ma  io lo grido lo stesso, quantomeno non avrò sulla coscienza il peccato di omissione.
Un’ultima cosa smettiamola di piangere e ricominciamo sorridere, ma non tra noi, in mezzo alla gente.  
Paolo Brandi

mercoledì 31 ottobre 2018

RIPARTIRE DAI PIÙ DEBOLI. LA LEZIONE DI ROSSANA E BETO VALE ANCHE PER LE AMMINISTRATIVE DEL 2019


Rossana Rossanda in un’intervista ha detto: "Colpa nostra se vince Salvini, la sinistra ha deluso le speranze" ed ha aggiunto “milioni di persone votavano a sinistra perché nel suo DNA c’era la difesa dei più deboli. Questo non lo pensa più nessuno”.
Già m’immagino qualche commento: “roba antica, da una signora di 94 anni, con tutto il rispetto, non ci si può aspettare che nostalgie e vecchi ricordi. Oggi quello che conta non è quello che fai, ma quello che dici e soprattutto come lo dici.”  Forse non è proprio così se Beto O’Rourke, considerato l’astro nascente dei democratici americani, ha affermato, riguardo al suo avversario repubblicano “Cruz è ricco, pensa ai soldi. Si preoccupa di difendere chi ha i soldi come lui. Io invece mi occupo di tutti, anche di chi è in difficoltà. Questa è la principale differenza tra me e lui”.
Due punti di vista lontani? Non mi pare. Eppure quella signora è nata nel 1924 e Beto nel 1972.  Tra loro c’è quasi mezzo secolo di differenza. Eppure sostengono più o meno la stessa cosa a dimostrazione che i valori non invecchiano.

Il problema è che la sinistra italiana lacerata tra un’identità incerta, quella del PD, e un estremismo a tratti autolesionista, non è più in grado di esprimere valori. Ha perso la capacità di elaborare quelli che Berlinguer chiamava “pensieri lungi”, in grado di guardare oltre l’orizzonte per indicare la strada. Al loro posto il vuoto mascherato da un diluvio di parole, un’alluvione di banalità che alla fine ha rotto gli argini travolgendo tutto dall'alto al basso, imprigionando in una palude di piccole rivalse, personalismi e  ripicche anche la politica locale.   
Veniamo alle nostre questioni locali. Anche qui come in larga parte della Toscana abbiamo perso parecchio, bruciando, senza vergogna, un patrimonio di voti, pensieri e passioni. Le prossime elezioni amministrative saranno come la linea del Piave. Se reggiamo, possiamo sperare di andare vanti, se l’avversario sfonda, rischia di dilagare. Tuttavia non si regge all'offensiva facendo appello ai buoni sentimenti, al “volemose bene”. I fanti italiani ressero alle armate austroungariche perché, oltre al sentimento patriottico, possedevano cannoni e mitraglie.
I nostri cannoni non sono d’acciaio, stanno tutti dentro la nostra testa e si chiamano idee. Per esempio è ora di farla finita di piangere sul fatto che i comuni non possono fare niente, stretti tra le richieste dei cittadini e la scarsità delle risorse.  E’ nelle difficoltà che si misura il talento di un amministratore. Ci vogliono programmi e insieme a questi ultimi sono necessari uomini e donne credibili.
Ripartiamo da quello che la vecchia Rossana e il giovane Beto dicono. “dalla difesa dei più deboli”. Non è difficile, basta volerlo fare. Sociale, ambiente, sicurezza, lavoro sono tutte questioni che riguardano i meno garantiti perché i ricchi non ne hanno bisogno.
C’è poi la questione della credibilità, qui mi dispiace dirlo ma già pronunciare il nome del PD fa calare i consensi. Non dico che sia giusto ma è così. Il PD dovrebbe imparare la lezione delle piene del Nilo nell'antico Egitto. Deve imparare a ritirarsi, recuperando la sua funzione originale, quella, come dice la costituzione di “concorrere a determinare la politica”. Concorrere è una bella parola perché lascia aperte tante opportunità di collaborazione e cooperazione con altri soggetti che non siano necessariamente i partiti. La politica, specialmente nei nostri comuni, ha necessità di rigenerarsi, un pò come avviene a una batteria che ha esaurito l’energia, deve mettersi sotto carica. 
Quando il Nilo ritornava nel suo alveo lasciava dietro di se distese di terreno fertile, allo stesso modo i partiti, tornando alla loro funzione originale, possono contribuire a far crescere una messe di nuove idee.     

Paolo Brandi

lunedì 29 ottobre 2018

I CAMPI DI STERMINIO RIDOTTI A PARCO GIOCHI. LA BANALITÀ DELL’IDIOZIA



Il 28 ottobre, anniversario della “Marcia su Roma”, si sono radunati, in quel di Predappio, qualche migliaio di fascisti, non trovo altro termine per definirli e non credo che i partecipanti lo considerino offensivo.
Non mi meraviglia che, ancor oggi, dopo quasi 100 anni, tante persone si riuniscano per celebrare quello che si può considerare l’avvio della dittatura nel nostro paese. Non mi meraviglia perché l’Italia non ha mai fatto i conti con la propria storia. Questo paese tende a digerire di tutto, un pò come accade ai biodigestori che dagli scarti organici (compreso il letame), ricavano energia.
Diciamo la verità quei conti non sono stati fatti perché il fascismo, non quello folkloristico dei fez e delle aquile sul berretto, è connaturato alla nostra storia.
L’unico che capì da subito come stavano le cose fu Gramsci che nel 1921 scrisse: “Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato”.


Ma di quella lezione non è rimasto niente e aver ignorato quest’aspetto è una delle grandi colpe dei partiti. In oltre settanta anni di Repubblica, a destra come a sinistra, si è evitata una pedagogia della democrazia preferendo invece la gestione del potere. E i risultati si toccano con mano.
Ma non è questo il punto che voglio rilevare. Quello che mi ha spinto a scrivere queste riflessioni è stata la “goliardata” di una signora, di cui per carità di patria non cito il nome, la quale si è presentata a Predappio con una maglietta con la scritta "Auschwitzland”, fatta coi caratteri della Disney e accompagnata dal disegno del campo di concentramento. Insomma il campo di sterminio trasformato a parco giochi.
La signora intervista ha risposto che trattasi di “humor nero". Che sia nero non c’è dubbio che faccia ridere è da dimostrare. Per di più alla domanda se sapesse che ad Auschwitz sono state ammazzate più di un milione di persone, ha risposto che “è stata un’esagerazione, una cosa sbagliata, dei nazisti”. Come se il problema fosse che ne hanno gassati troppi, insomma una questione di numeri e basta.
Il pericolo sta tutto lì, nel banalizzare, nel ridurre tutto a una “goliardata” infarcita di imbecillità. Ormai siamo portati a giustificare ogni cosa sulla base di un relativismo etico e storico che fa perdere di vista i valori. Tolleriamo qualunque stupidaggine in nome della leggerezza del vivere e, mi verrebbe da dire, del quieto vivere.
Tutto questo fa il paio con la perdita di autorità delle istituzioni, il declassamento della scuola, il menefreghismo imperante, in nome di una libertà che alla lunga si trasforma in sopraffazione. Attenzione, quando dico queste cose, non penso solo alla destra che cavalca antiche e nuove paure, penso anche a una parte di sinistra che, in nome di una sociologia d’accatto, scagiona ogni eccesso, compresi quelli di chi delinque e non rispetta leggi e valori della convivenza. Insomma a partire da quella maglietta immorale ci sono motivi di riflessione per tutti. 
E ora potete pure sputarmi addosso, da destra e da sinistra.

Paolo Brandi


sabato 27 ottobre 2018

Centro sinistra unito per Castiglioni Riceviamo e pubblichiamo.




In vista delle prossime elezioni amministrative, che saranno indette per la primavera prossima, ci accingiamo a presentare la lista del centro sinistra, aperta a tutte le forze politiche che si riconoscono in un progetto democratico, progressista e riformista.
E’ per questo motivo, che in un momento di crisi dei partiti storici che sono percepiti come inadeguati a rappresentare la collettività, desideriamo proporre una svolta per il riscatto della politica, attingendo alle forze migliori della società e proponendo un modello nuovo, rappresentato da uomini nuovi, che trovi la sua forza nel rapporto diretto con tutta la comunità, ma in cui il primo obiettivo da raggiungere dovrà essere quello di innalzare per tutti, la qualità e il livello della competizione elettorale.

Tutto questo può essere fatto riconquistando la fiducia delle persone intorno ad un progetto amministrativo in grado di dare risposte ai bisogni dei cittadini.

Questi saranno i nostri obbiettivi:
-      rafforzare il welfare locale impegnandosi a sviluppare l’economia ed il lavoro, salvaguardando l’ambiente, il diritto alla salute ed il rispetto dei diritti umani;
-      garantire la sicurezza della comunità con un controllo efficace del territorio aumentando le sinergie tra polizia locale e forze dell’ordine;
-      offrire un futuro alle giovani generazioni, tutelando gli anziani e le famiglie

In questo senso ci impegneremo per il comune di Castiglion Fiorentino, a costruire un percorso che vada nella direzione di sostenere un progetto amministrativo in grado di coinvolgere tutti i cittadini, riavvicinando i giovani e collaborando con le imprese e con il mondo del volontariato.

Tutto ciò per restituire slancio a una comunità che vuole uscire dalle contrapposizioni sterili, recuperando finalmente lo spirito civico e solidale che ha sempre contraddistinto Castiglion Fiorentino

Le forze politiche che sottoscrivono :

-CENTRO DEMOCRATICO-POPOLARI
-LIBERI E UGUALI
-PIU’ EUROPA
-PARTITO SOCIALISTA
-PARTITO DEMOCRATICO

Castiglion Fiorentino 27/10/2018

domenica 21 ottobre 2018

POLITICA, BRUTTA PAROLA. I ROMANI CI INSEGNANO, SE POI NON VOGLIAMO IMPARARE SONO CAVOLI NOSTRI


Tutti parlano, parlano e ciarlano, ciarlano e parlano, eppure basterebbe citare alcuni brevi motti, ricavati dalla saggezza latina per capire il senso delle cose e provare a rimediare ai danni fatti:
Parvum parva decet: Le piccole preoccupazioni fanno parlare quelle grandi lasciano muti.
Smettiamo dunque di pensare che i piccoli problemi quotidiani non contino nulla di fronte al formarsi di un’opinione sociale. Fa molto più danno vedere qualcuno che non paga il biglietto su di un treno e con arroganza si ribella al controllore che cento discorsi da un palco.
Parvula despiciens conquirit maxima nunquam: Disprezzando le piccole cose non si conquistano quelle grandi.
Non è sottovalutando le cose che pesano nella vita della gente comune: le liste di attesa a un pronto soccorso, le difficoltà a pagare un mutuo, la sofferenza di non avere i denari per mandare il figlio all’asilo nido,  una pensione che non consente di pagare contemporaneamente le bollette e una visita specialistica, che si raggiungono i grandi obbiettivi. Perché, in democrazia, le spinte che arrivano dal basso sono importanti quanto le teorie dei grandi pensatori.

Parvus pendetur fur, magnus abire videtur: il piccolo ladro viene impiccato mentre il grande viene visto fuggire.
Non possiamo non considerare la sete di giusta della gente, un moto che qualcuno ha trasformato furbescamente in una rivolta disordinata. La lotta ai privilegi, alla diseguaglianza, all’opulenza che diventa spreco è nel DNA della sinistra, perché l’abbiamo persa? Cominciamo a darci delle risposte e forse troveremo la strada.  
Patria mea totus hic mundus est: La mia patria è tutto questo mondo. Questo è un concetto bello ma complicato, se non lo colleghiamo con un altro e cioè Patria est ubicumque est bene: La patria è dove si sta bene. E se dentro questi schemi che si chiamano globalizzazione, multiculturalità, la gente si sente insicura, impaurita dobbiamo capire come rimediare. Perchè altrimenti prende ragione chi vuol tornare alle piccole patrie, che è come dire andiamo fare le comparse nel palcoscenico della storia. Tuttavia non possiamo nemmeno pretendere di fare gli attori abdicando ai nostri valori, alla nostra cultura, alle nostre tradizioni.
I nostri antenati avevano capito molte cose che oggi noi tendiamo a dimenticare. Non vogliamo ragione di siffatte questioni con spirito libero e senza schemi pre-costituiti? Benissimo, “ognun per se e Dio per tutti”. Però Il pericolo l’abbiamo davanti agli occhi: quello che per rabbia, disperazione, rassegnazione o vacua speranza si affidi l'ovile pieno al lupo di montagna: Plenum montano credis ovile lupo.
Con tutto quello che ne consegue.

Paolo Brandi


mercoledì 10 ottobre 2018

ZULLO CONTINUO



Zullare, come si dice in aretino, è diventata la parola d’ordine, si zulla su tutto dalle cose serie a quelle meno serie. 

Divertirsi, ridere e scherzare non è male, anzi dicono i medici che fa bene alla salute, ma alla fine qualcun altro si occuperà, al vostro posto , delle cose serie e da quel momento non ci saranno scuse.

martedì 9 ottobre 2018

IL VOTO PER IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PD. QUELLO CHE I NUMERI DICONO E QUELLO CHE LA POLITICA NON DICE


Come sapete, alla consultazione per individuare il segretario regionale del PD, mi sono astenuto, le ragioni le ho già spiegate e non voglio tornarci sopra. Il 14 ottobre prossimo, quando, oltre agli iscritti, saranno chiamati a votare anche gli elettori, vedrò cosa fare.
Di sicuro non mi entusiasma questa specie di referendum tra pro e contro, tra chi sposa, con convinzione, Renzi e la sua politica e chi si oppone a una riedizione del renzismo in salsa toscana.
Tuttavia una cosa la devo dire, a costo di inimicarmi qualcuno: in Toscana abbiamo perso (dico abbiamo e non hanno), tutto quello che si poteva perdere. Si è perso e nessuno se n’è assunto la responsabilità, anzi in parecchi se la sono cavata munendosi di paracadute grossi come il cupolone del Brunelleschi.
Detto in altre parole un allenatore e uno staff tecnico che prendono una squadra in seria A e la trascinano in serie D di solito sono esonerati a furor di popolo. Invece, qui, è avvenuto il contrario, si è continuato ad allenare, pretendendo che a sbagliare siano stati gli arbitri e i guardalinee.
Ma queste beghe mi hanno stufato, voglio parlare di altro.
I commenti giornalistici, sulla consultazione del PD, hanno tutti sostenuto che la “renziana” Bonafè ha stravinto ad Arezzo e provincia. In effetti, quando si prende il 62,35 % dei voti, si può legittimamente parlare di una grande vittoria.
I commentatori hanno però tralasciato alcuni aspetti che mi pare giusto indicare. Parto sempre dai numeri perché, come ebbe a dire il ministro Bernardino Grimaldi “la matematica non è una opinione”.
Un pò più di un anno fa, esattamente il 3 maggio 2017, Arezzo si scoprì come una delle capitali nazionali del renzismo. Con l’81 per cento dei voti per Renzi segretario.
Da allora la situazione sembrerebbe essere cambiata, uso il condizionale perché non escludo che il voto popolare del 14 ottobre, possa rimettere in capo alla candidata Bonafè quelle straordinarie percentuali.
Ma non è questo il punto. Quello che dovrebbe preoccupare tutti, renziani, non renziani, ortodossi e protestanti, è il dato di affluenza degli iscritti. Cioè di quelli che in teoria sarebbero più motivati a scegliere il segretario regionale.
In provincia di Arezzo parliamo di un magro 27,7 per cento di partecipazione al voto, una vera miseria. Che significa? Per me significa non solo che non esiste più un’organizzazione ma soprattutto che i militanti, così si chiamavano un tempo, si sono rotti le scatole di votare in elezioni che hanno  senso solo per il ceto politico.
Come si fa a votare a scatola chiusa? Senza un programma serio, senza discussione, senza un approfondimento sul futuro della Toscana? Tutto è fidelizzato, come se gli iscritti al PD dovessero compre una marca di frigorifero, invece di un’altra.
L’altro aspetto che i commentatori non hanno evidenziato è che se si estrapolasse (ma non sarebbe corretto) il dato della città di Arezzo, Fabiani e la Bonafè sarebbero quasi alla pari, con uno scarto di 36 (trentasei) voti tra l’europarlamentare e il suo semisconosciuto avversario.
-Perché- direbbe qualcuno -vuoi tirar via il dato di  Arezzo capoluogo? Proprio Arezzo, dove la Bonafè fa il pienone con l’84% dei voti staccando il suo avversario in maniera netta, con 238 voti a 45? Proprio Arezzo dove la Bonafè migliora il dato, pur straordinario, del voto a Renzi di un anno fa? Sei troppo furbo caro Brandi.-
No, non voglio fare il furbo, la mia era una semplice  considerazione sui numeri. Perché se i risultati della provincia sono diversi, evidentemente il dato della città segnala un disallineamento, il che non vuol dire per forza che sia una cosa negativa, si tratterebbe in ogni caso, di capire il motivo.
Paolo Brandi

domenica 7 ottobre 2018

I PROFESSIONISTI DELL’ INFORMAZIONE CHE TRASFORMANO IL RE CARNEVALE NEL RE SOLE


Se tutto si consuma in fretta, in fugaci immagini, in corbellerie spacciate per cose serie, se tutto diventa chiacchera senza memoria, la colpa non è di chi, per calcolo o incapacità, fa il buffone o lancia segnali che ricordano quelli del “caudillo Peron”.
No, signori cari, la colpa non è loro. Quelli fanno il loro mestiere, si difendono con le armi che hanno. La colpa, se vogliamo dirla tutta, è di chi, dalle grandi città alle nostre piccole comunità, non sente un moto di rigetto, la colpa è di chi, pur avendo argomenti, sta zitto, la colpa è di chi, e qui ci metto il carico da undici, pur facendo per mestiere informazione, mette sul  trono “re carnevale” facendolo passare come il Re Sole.

Il mio non vuol essere un ragionamento di parte, di esempi del deterioramento della intelligenza ne troviamo a bizzeffe a destra quanto a sinistra. Quello che mi preoccupa è il silenzio, che non è il silenzio degli innocenti ma dei colpevoli. Il silenzio in questo caso non è d’oro, il silenzio è pavidità, illusione che le cose cambino da sole. Che errore! Le cose mutano non perché a noi ripugnano, le cose cambiano, o meglio possono cambiare, solo con l’impegno, la dedizione, il lavoro. Possono cambiare se c’è passione nel fare le cose e non mero calcolo. Oggi mi sento pessimista, però, come diceva Scarlett O'Hara in “Via col vento”,
-Dopotutto, domani è un altro giorno.-
Paolo Brandi


giovedì 27 settembre 2018

PERCHÉ HO VOTATO SCHEDA BIANCA PER IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PD.


Un vecchio adagio recita “ se l’esser libero ti stanca, vota pure scheda bianca”, stavolta, per la prima volta in vita mia, non ho dato retta alle indicazioni degli antichi e ho deposto la scheda bianca nell'urna. L’ho fatto, come iscritto, per la votazione del Segretario Regionale del PD.
I motivi sono più di uno:
Il primo è che si tratta di una votazione che serve a poco, per non dire a niente.  Le elezioni “vere”, le così dette primarie aperte, quelle dove parteciperanno anche i non iscritti, ci saranno il 14 ottobre ed è lì che si sceglierà il segretario. Che la consultazione degli iscritti sia poco sentita lo dimostrano le percentuali dei votanti, un iscritto su 3, poco più del 30%, come a dire: cari dirigenti fate quel che vi pare, tanto a noi non ce ne frega niente.

Secondo perchè ritenevo che le assemblee degli iscritti, invece che diventare dei “contifici”, potessero essere usate per riaprire un dialogo con la gente sui problemi della Toscana e questo non è stato fatto. Terzo perché i programmi, o meglio le piattaforme, che i due candidati hanno presentato, sono così poveri d’idee da non consentire alcun tipo di scelta: solo titoli e niente sostanza. E’ inquietante pensare di affrontare, con quest’approssimazione, appuntamenti decisivi come le prossime amministrative e le elezioni regionali.
In ultimo credevo che occorresse ribaltare completamente la prospettiva. Ho l’impressione, ma a questo punto è più di un’impressione, che in troppi passino da una riunione all'altra, senza fermarsi a guardare quello che succede intorno. Se così non fosse un appuntamento come il congresso regionale avrebbe avuto un altro percorso.
Occorreva per prima cosa partire da un’analisi su quello che è successo in Toscana, dove abbiamo perso tutto quello che si poteva perdere, poi affrontare i bisogni della gente, comprendere le loro preoccupazioni, decifrare le loro aspettative e su questo mettere in fila i candidati e i programmi.
Invece si è fatto il contrario: prima i nomi poi si vedrà.
Detto in maniera brutale ho la sensazione che ci sia già un tentativo di accaparrarsi poltrone future, senza rendersi conto che, di questo passo, non ci sarà nemmeno uno strapuntino.
Paolo Brandi


martedì 18 settembre 2018

PER RISOLLEVARE IL PD CI VOGLIONO CACCIARI, SAVIANO e BARCA



Quando osservo le vicende del PD mi pare di sfogliare il “Libro della Giungla”. È una selva dove s’inseguono lupi, scimmie, serpenti e pavoni. 
Che ci crediate o no, ho il cuore a pezzi, nel veder disperdere, in mille rivoli, un’eredità gloriosa costruita, con tanti sacrifici, dalle generazioni passate. Sacrifici veri, mica chiacchere, perchè ci sono state persone finite in galera per quelle idee, costrette all'esilio, discriminate sui posti di lavoro. È retorica? No, è storia, e la storia, come si sa, va avanti per corsi e ricorsi, non è un processo lineare, tocca punte altissime e poi precipita. Oggi siamo a un punto molto basso.
Prendete per esempio la polemica sulle cene. Calenda invita Gentiloni, Renzi e Minniti e Zingaretti se ne va in trattoria con uno studente, un piccolo imprenditore e un operaio.  
Ma è possibile, mi domando io, ridurre la politica a queste scempiaggini?
Ormai ci ridono tutti dietro: c’è chi parla di “Ultima cena”, chi della “Cena delle beffe”, qualcuno, più carogna, rammenta il film “La cena dei cretini” e via dicendo.
Invece delle cene ci vorrebbe un bel digiuno, quell'astinenza dal cibo che induceva Pietro Crisologo a dire “Chi digiuna comprenda bene cosa significhi per gli altri non aver da mangiare“.
Il problema è tutto lì, questi sono ormai disconnessi dalla realtà, e sembrano non capire che forse sarebbe meglio andare a un fast food, non per farsi un panino, ma per domandare ai ragazzi che lavorano lì, con poco stipendio e meno diritti, per chi hanno votato.  

Ma ormai siamo arrivati alla scissione dalla logica oltre che dalla realtà.
Quando il Presidente di un partito, leggi Orfini, che per funzione dovrebbe garantire le regole, propone di stracciare lo statuto del PD e andare a costruire un altro soggetto politico, vuol dire che siamo alla frutta.
Attenzione, l’idea non è strampalata, che ci sia necessità di un fronte ampio, in grado andare oltre il Pd e interpretare a livello europeo i sentimenti di libertà, tolleranza, uguaglianza, solidarietà è necessario, ma non può farsi carico di quest’idea chi ha contribuito allo sfascio.
Forse c’è bisogno di un cambio e siccome le idee viaggiano sulle gambe degli uomini, c’è bisogno che qualcuno, con umiltà, ceda il passo. Che non si sia capita questa necessità è dimostrato dalle vicende del PD toscano, dove si va, in un clima di sconforto, a un congresso che dovrebbe essere cruciale, visto che incombono  le amministrative del 2019 e le regionali del 2020.
Lo sconforto di costatare che un gruppo dirigente, che ha perso tutto quello che c’era da perdere, pretenda di guidare ancora il PD Toscano riparandosi dietro una persona capace come Simona Bonafè. L’alternativa? Il candidato della “sinistra” in verità c’entra poco con le politiche fallimentari, ma non si risolvono i dilemmi dei democratici toscani con i dejà vu.
Ma dove vogliamo andare in queste condizioni?  C’è chi litiga e accetta compromessi su poltrone, seggiole e strapuntini che, tra due anni, forse non ci saranno più. La cosa migliore è evitare di intraprendere un viaggio in questo deserto d’idee. Andate a leggere le linee programmatiche dei due candidati e capirete a cosa mi riferisco.  
Qualcuno potrà dire: tu parli bene ma la ricetta ce l’hai? Non sono un cuoco e non ho ricette, mi è rimasto solo un po’ di buon senso e anche quello va scemando. Volete per forza una soluzione? Mettiamo alla testa di un fronte ampio, di cui farà parte anche il PD, tre persone: Massimo  Cacciari, Roberto Saviano e Fabrizio Barca. Come a dire intelligenza, rigore morale e il sentimento di una sinistra solidale e poi vediamo come va a finire.

Paolo Brandi


martedì 11 settembre 2018

COSA SUCCEDEREBBE ALL’OUTLET CON LA CHIUSURA DOMENICALE?


L’argomento del giorno è l’obbligo di chiusura domenicale per le attività commerciali. Dal punto di vista dei principi il riposo settimanale non solo è sacrosanto ma è garantito dalla carta costituzionale: “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale” (articolo 36).
Ciò detto bisogna anche capire cosa accadrebbe se questa norma venisse applicata in un mondo che non ha più i bioritmi del passato. Ho fatto qualche domanda in giro e ne ho ricavato un quadro ben poco tranquillizzante.
Prendiamo ad esempio l’outlet, vien fuori che un divieto come quello che è stato anticipato produrrebbe i seguenti effetti:
Un calo del fatturato intorno al 30%, una riduzione di circa 300 posti di lavoro, una diminuzione drastica delle assunzioni stagionali, un calo considerevole dell’indotto, con conseguente perdita di reddito e ulteriori posti di lavoro. Senza considerare che ormai i grandi centri commerciali sono diventati le piazze degli anni 2000, ci si scapiterebbe oltre che economicamente anche socialmente.
Tutto sbagliato dunque proporre la chiusura domenicale?

No, perché in punta di diritto le aperture domenicali (e in altri giorni festivi) contrastano in molti casi con un altro principio costituzionale, quello che dice, riguardo alle donne lavoratrici ma potremmo estendere il concetto anche agli uomini : “Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.” (articolo 37).
È indubbio che lavorare di domenica rompe equilibri familiari e costringe a molte rinunce.
Queste questioni tuttavia non si affrontano con atti d’imperio, tanto più se si va a incidere sulla sfera di libertà d’iniziativa privata.
Non è riportando indietro le lancette dell’orologio che si risolvono i problemi ma affrontandoli con una prospettiva diversa che tenga insieme diritti e occupazione, libertà e autonomia.

lunedì 3 settembre 2018

PD: BASTA COL GIOCO DELLE TRE CARTE!


Dire quello che si pensa non deve essere un’eccezione ma la regola, ed io voglio dire quello che penso.
Cosa penso?
Penso che sia ora di farla finita con il gioco delle tre carte.
Un esempio è la battuta, per modo di dire di Del Rio, persona per altro seria, quando, alla festa dell’Unità di Ravenna, afferma, sulla possibilità di un dialogo PD 5stelle, “ad aprile era molto difficile, gli elettori in gran parte erano contrari. Non è stata colpa di Renzi".

Il ragionamento, in un partito che si dice democratico, non farebbe una grinza, c’è solo un piccolo problema che nessuno, in quell’occasione, ha sentito quello che ne pensavano veramente iscritti e simpatizzanti del PD.
Se ne deduce che qualcuno ha interpretato quella presunta volontà provocando un abbraccio mortale tra Lega e 5stelle.
Con il dialogo si sarebbe arrivati a un accordo? Non lo so, probabilmente no, ma era doveroso provarci.
Ma al di là di questo io affermo che il PD non deve avere paura dei propri militanti. Mi domando perché l’SPD tedesca chieda, con un referendum ai propri iscritti, se sono d’accordo a fare un governo con la  CDU e invece da noi questo non si fa?
Quanti errori, compreso il referendum costituzionale, si sarebbero potuti evitare se si ascoltava, prima di prendere una decisione, i sentimenti della gente del PD.
Io non voglio più che qualcuno interpreti quello che penso.
Dirò di più pretendo, esigo, reclamo a gran voce che quell’aggettivo “democratico” abbia un valore qualitativo e quella qualità può essere data solo da un voto. I militanti del PD vogliono decidere e non fare solo i portatori d’acqua.
E per sgombrare il campo da qualunque equivoco dico anche che quando una decisione è presa, in maniera democratica e trasparente, si rispetta, anche se si pensa in maniera diversa.

Paolo Brandi