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lunedì 3 dicembre 2018

DALL'ANDALUSIA ALLA TOSCANA UN UNICO GRIDO DI ALLARME


Da molti anni esiste un rapporto di amicizia tra la Regione Toscana e l’Andalusia. Sono comunità entrambe ricche d’arte e di cultura, terre di agricoltura fiorente e paesaggi meravigliosi. Esiste (o meglio esisteva) anche un altro elemento che le tiene (le teneva) insieme da sempre: sono  (erano)  governate da partiti della sinistra.
In realtà oggi, il quadro, almeno per l’Andalusia, sembra cambiato. Le ultime elezioni regionali ci affidano un panorama (dal punto di vista della sinistra) drammatico.
Il Partito Socialista perde di brutto e l’estrema destra conquista ben 12 seggi. Teoricamente sarebbe possibile, dopo 36 anni, una maggioranza tra conservatori e destra che ribalterebbe completamente gli equilibri istituzionali dalle parti di Siviglia.
Questa non è solo cronaca politica è un campanello di allarme su quello che potrebbe accadere in Toscana tra meno di due anni. Qualcuno potrà giudicare il paragone azzardato, non è così.

Andiamo a vedere i contenuti di questa nuova forza politica di destra che ha sconvolto gli equilibri politici andalusi. Si chiama Vox. Sul sito web si presentano come “un partito politico creato per il rinnovamento e la fortificazione della vita democratica spagnola […] Scommettiamo sui Valori, la Famiglia e la Vita. Per noi la priorità sono le persone e crediamo in un sistema basato sulla libertà, dove tutte le tasse siano ridotte il più possibile o anche eliminate”. A questo si aggiunge il programma elettorale, intitolato “100 misure di urgenza”: si propone l’eliminazione dell’assistenza sanitaria agli immigranti illegali, la cancellazione dei sussidi sociali e dell’applicazione dell’aborto negli ospedali, l’approvazione della legge di violenza di genere e la sospensione dello spazio Schengen. Ma non finisce qui, propugnano la difesa della “sovranità nazionale” dall’ingerenza di Bruxelles e il blocco all’arrivo dell’immigrazione illegale. Vogliono chiudere le moschee ed espellere dal Paese gli imam che promuovono l’Islam fondamentalista.

lunedì 15 ottobre 2018

FARE ANALISI POLITICA NEL PD E’ COME PORTARE UN CANE IN CHIESA. I numeri aretini del Congresso Regionale



Da qualche tempo parlare di “analisi” nel Pd è come portare un cane in chiesa. Dopo le batoste subite nessuno ha sprecato un grammo di cervello per cercare di capire quello che, per esempio, era successo in Toscana, dove abbiamo perso, insieme a molti altri, quasi tutti i comuni capoluogo. La spiegazione è semplice, cercare di capire le ragioni delle sconfitte, analizzarle, vuol dire riconoscere che una linea politica ha fallito, con tutto quello che ne consegue.
Le analisi si fanno sui numeri per questo, oggi, metto sotto la lente d’ingrandimento il voto per il segretario regionale del PD. Per altro, la cervellotica invenzione di far votare prima gli iscritti e in seguito gli iscritti più gli elettori, consente di fare un’analisi comparata interessante.
Vediamo quello che è successo in provincia di Arezzo.
Il primo dato che dovrebbe preoccupare tutti, renziani e non renziani è la scarsa, per usare un eufemismo, partecipazione al voto. Alla prima tornata (quella degli iscritti) hanno votato in 994 su 3584 aventi diritto, cioè il 27,7%. In un partito questa percentuale è da suicidio. Se la “ditta” non riesce a far votare il 50 più 1 dei soci per il proprio amministratore delegato vuol dire che si è prossimi al collasso.
Alla seconda elezione, quella che vedeva coinvolti oltre agli iscritti, anche gli elettori, hanno votato in provincia di Arezzo 3257 persone, che in percentuale rappresentano circa 1,2 per cento degli aventi diritto.
Queste cifre dovrebbero far rizzare le antenne. 

Pur comprendendo la legittima felicità di alcuni e lo sconforto di altri, vorrei dire che stiamo ragionando del sesso degli angeli.  La cosa più preoccupante è che questo “niente” alla fine, avrà un peso, perché la figura del segretario regionale non è e non sarà neutrale rispetto a quello che accadrà dopo.
Tornando agli aspetti aretini un dato emerge con una certa nettezza, pur con  numeri risicati, sembra esseri rotta la macchina da guerra “renziana”. Il dato più interessante in questo senso è che mentre Simona Bonafè tra gli iscritti aretini aveva ottenuto un lusinghiero 62,69 %, alle primarie aperte ha ottenuto il 54,1%.  Che significa? Potrebbe voler dire che mentre nel partito, il controllo di alcune zone nevralgiche, leggi in particolare la città di Arezzo, consente di tenere alto il livello di consenso per i candidati renziani, quando al voto vanno gli elettori, le cose cambiano. Non in maniera clamorosa ma cambiano, da non sottovalutare che Renzi, da queste parti, arrivava all’80% alle primarie. In verità questo paragone regge poco, perché in quel caso si trattava di primarie nazionali, con tutto quello che ne consegue in termini di visibilità e partecipazione.
Ma tutto questo, alla luce di quanto sta succedendo in giro, sembra un gioco di società. Parliamoci chiaro queste elezioni consegnano alla nuova segretaria una brutta gatta da pelare. Non tanto per i numeri, alla fine la Bonafè in Toscana ha vinto bene, i dolori arrivano mirando alle prospettive.

martedì 9 ottobre 2018

IL VOTO PER IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PD. QUELLO CHE I NUMERI DICONO E QUELLO CHE LA POLITICA NON DICE


Come sapete, alla consultazione per individuare il segretario regionale del PD, mi sono astenuto, le ragioni le ho già spiegate e non voglio tornarci sopra. Il 14 ottobre prossimo, quando, oltre agli iscritti, saranno chiamati a votare anche gli elettori, vedrò cosa fare.
Di sicuro non mi entusiasma questa specie di referendum tra pro e contro, tra chi sposa, con convinzione, Renzi e la sua politica e chi si oppone a una riedizione del renzismo in salsa toscana.
Tuttavia una cosa la devo dire, a costo di inimicarmi qualcuno: in Toscana abbiamo perso (dico abbiamo e non hanno), tutto quello che si poteva perdere. Si è perso e nessuno se n’è assunto la responsabilità, anzi in parecchi se la sono cavata munendosi di paracadute grossi come il cupolone del Brunelleschi.
Detto in altre parole un allenatore e uno staff tecnico che prendono una squadra in seria A e la trascinano in serie D di solito sono esonerati a furor di popolo. Invece, qui, è avvenuto il contrario, si è continuato ad allenare, pretendendo che a sbagliare siano stati gli arbitri e i guardalinee.
Ma queste beghe mi hanno stufato, voglio parlare di altro.
I commenti giornalistici, sulla consultazione del PD, hanno tutti sostenuto che la “renziana” Bonafè ha stravinto ad Arezzo e provincia. In effetti, quando si prende il 62,35 % dei voti, si può legittimamente parlare di una grande vittoria.
I commentatori hanno però tralasciato alcuni aspetti che mi pare giusto indicare. Parto sempre dai numeri perché, come ebbe a dire il ministro Bernardino Grimaldi “la matematica non è una opinione”.
Un pò più di un anno fa, esattamente il 3 maggio 2017, Arezzo si scoprì come una delle capitali nazionali del renzismo. Con l’81 per cento dei voti per Renzi segretario.
Da allora la situazione sembrerebbe essere cambiata, uso il condizionale perché non escludo che il voto popolare del 14 ottobre, possa rimettere in capo alla candidata Bonafè quelle straordinarie percentuali.
Ma non è questo il punto. Quello che dovrebbe preoccupare tutti, renziani, non renziani, ortodossi e protestanti, è il dato di affluenza degli iscritti. Cioè di quelli che in teoria sarebbero più motivati a scegliere il segretario regionale.
In provincia di Arezzo parliamo di un magro 27,7 per cento di partecipazione al voto, una vera miseria. Che significa? Per me significa non solo che non esiste più un’organizzazione ma soprattutto che i militanti, così si chiamavano un tempo, si sono rotti le scatole di votare in elezioni che hanno  senso solo per il ceto politico.
Come si fa a votare a scatola chiusa? Senza un programma serio, senza discussione, senza un approfondimento sul futuro della Toscana? Tutto è fidelizzato, come se gli iscritti al PD dovessero compre una marca di frigorifero, invece di un’altra.
L’altro aspetto che i commentatori non hanno evidenziato è che se si estrapolasse (ma non sarebbe corretto) il dato della città di Arezzo, Fabiani e la Bonafè sarebbero quasi alla pari, con uno scarto di 36 (trentasei) voti tra l’europarlamentare e il suo semisconosciuto avversario.
-Perché- direbbe qualcuno -vuoi tirar via il dato di  Arezzo capoluogo? Proprio Arezzo, dove la Bonafè fa il pienone con l’84% dei voti staccando il suo avversario in maniera netta, con 238 voti a 45? Proprio Arezzo dove la Bonafè migliora il dato, pur straordinario, del voto a Renzi di un anno fa? Sei troppo furbo caro Brandi.-
No, non voglio fare il furbo, la mia era una semplice  considerazione sui numeri. Perché se i risultati della provincia sono diversi, evidentemente il dato della città segnala un disallineamento, il che non vuol dire per forza che sia una cosa negativa, si tratterebbe in ogni caso, di capire il motivo.
Paolo Brandi

giovedì 27 settembre 2018

PERCHÉ HO VOTATO SCHEDA BIANCA PER IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PD.


Un vecchio adagio recita “ se l’esser libero ti stanca, vota pure scheda bianca”, stavolta, per la prima volta in vita mia, non ho dato retta alle indicazioni degli antichi e ho deposto la scheda bianca nell'urna. L’ho fatto, come iscritto, per la votazione del Segretario Regionale del PD.
I motivi sono più di uno:
Il primo è che si tratta di una votazione che serve a poco, per non dire a niente.  Le elezioni “vere”, le così dette primarie aperte, quelle dove parteciperanno anche i non iscritti, ci saranno il 14 ottobre ed è lì che si sceglierà il segretario. Che la consultazione degli iscritti sia poco sentita lo dimostrano le percentuali dei votanti, un iscritto su 3, poco più del 30%, come a dire: cari dirigenti fate quel che vi pare, tanto a noi non ce ne frega niente.

Secondo perchè ritenevo che le assemblee degli iscritti, invece che diventare dei “contifici”, potessero essere usate per riaprire un dialogo con la gente sui problemi della Toscana e questo non è stato fatto. Terzo perché i programmi, o meglio le piattaforme, che i due candidati hanno presentato, sono così poveri d’idee da non consentire alcun tipo di scelta: solo titoli e niente sostanza. E’ inquietante pensare di affrontare, con quest’approssimazione, appuntamenti decisivi come le prossime amministrative e le elezioni regionali.
In ultimo credevo che occorresse ribaltare completamente la prospettiva. Ho l’impressione, ma a questo punto è più di un’impressione, che in troppi passino da una riunione all'altra, senza fermarsi a guardare quello che succede intorno. Se così non fosse un appuntamento come il congresso regionale avrebbe avuto un altro percorso.
Occorreva per prima cosa partire da un’analisi su quello che è successo in Toscana, dove abbiamo perso tutto quello che si poteva perdere, poi affrontare i bisogni della gente, comprendere le loro preoccupazioni, decifrare le loro aspettative e su questo mettere in fila i candidati e i programmi.
Invece si è fatto il contrario: prima i nomi poi si vedrà.
Detto in maniera brutale ho la sensazione che ci sia già un tentativo di accaparrarsi poltrone future, senza rendersi conto che, di questo passo, non ci sarà nemmeno uno strapuntino.
Paolo Brandi


martedì 18 settembre 2018

PER RISOLLEVARE IL PD CI VOGLIONO CACCIARI, SAVIANO e BARCA



Quando osservo le vicende del PD mi pare di sfogliare il “Libro della Giungla”. È una selva dove s’inseguono lupi, scimmie, serpenti e pavoni. 
Che ci crediate o no, ho il cuore a pezzi, nel veder disperdere, in mille rivoli, un’eredità gloriosa costruita, con tanti sacrifici, dalle generazioni passate. Sacrifici veri, mica chiacchere, perchè ci sono state persone finite in galera per quelle idee, costrette all'esilio, discriminate sui posti di lavoro. È retorica? No, è storia, e la storia, come si sa, va avanti per corsi e ricorsi, non è un processo lineare, tocca punte altissime e poi precipita. Oggi siamo a un punto molto basso.
Prendete per esempio la polemica sulle cene. Calenda invita Gentiloni, Renzi e Minniti e Zingaretti se ne va in trattoria con uno studente, un piccolo imprenditore e un operaio.  
Ma è possibile, mi domando io, ridurre la politica a queste scempiaggini?
Ormai ci ridono tutti dietro: c’è chi parla di “Ultima cena”, chi della “Cena delle beffe”, qualcuno, più carogna, rammenta il film “La cena dei cretini” e via dicendo.
Invece delle cene ci vorrebbe un bel digiuno, quell'astinenza dal cibo che induceva Pietro Crisologo a dire “Chi digiuna comprenda bene cosa significhi per gli altri non aver da mangiare“.
Il problema è tutto lì, questi sono ormai disconnessi dalla realtà, e sembrano non capire che forse sarebbe meglio andare a un fast food, non per farsi un panino, ma per domandare ai ragazzi che lavorano lì, con poco stipendio e meno diritti, per chi hanno votato.  

Ma ormai siamo arrivati alla scissione dalla logica oltre che dalla realtà.
Quando il Presidente di un partito, leggi Orfini, che per funzione dovrebbe garantire le regole, propone di stracciare lo statuto del PD e andare a costruire un altro soggetto politico, vuol dire che siamo alla frutta.
Attenzione, l’idea non è strampalata, che ci sia necessità di un fronte ampio, in grado andare oltre il Pd e interpretare a livello europeo i sentimenti di libertà, tolleranza, uguaglianza, solidarietà è necessario, ma non può farsi carico di quest’idea chi ha contribuito allo sfascio.
Forse c’è bisogno di un cambio e siccome le idee viaggiano sulle gambe degli uomini, c’è bisogno che qualcuno, con umiltà, ceda il passo. Che non si sia capita questa necessità è dimostrato dalle vicende del PD toscano, dove si va, in un clima di sconforto, a un congresso che dovrebbe essere cruciale, visto che incombono  le amministrative del 2019 e le regionali del 2020.
Lo sconforto di costatare che un gruppo dirigente, che ha perso tutto quello che c’era da perdere, pretenda di guidare ancora il PD Toscano riparandosi dietro una persona capace come Simona Bonafè. L’alternativa? Il candidato della “sinistra” in verità c’entra poco con le politiche fallimentari, ma non si risolvono i dilemmi dei democratici toscani con i dejà vu.
Ma dove vogliamo andare in queste condizioni?  C’è chi litiga e accetta compromessi su poltrone, seggiole e strapuntini che, tra due anni, forse non ci saranno più. La cosa migliore è evitare di intraprendere un viaggio in questo deserto d’idee. Andate a leggere le linee programmatiche dei due candidati e capirete a cosa mi riferisco.  
Qualcuno potrà dire: tu parli bene ma la ricetta ce l’hai? Non sono un cuoco e non ho ricette, mi è rimasto solo un po’ di buon senso e anche quello va scemando. Volete per forza una soluzione? Mettiamo alla testa di un fronte ampio, di cui farà parte anche il PD, tre persone: Massimo  Cacciari, Roberto Saviano e Fabrizio Barca. Come a dire intelligenza, rigore morale e il sentimento di una sinistra solidale e poi vediamo come va a finire.

Paolo Brandi


lunedì 4 giugno 2018

I CURRICULUM DEI MINISTRI, UNA COSA DA RIDERE



Questa storia dei curriculum dei ministri mi fa un po’ sorridere, conosco gente con la terza media che ha più sensibilità, intelligenza e responsabilità di parecchi laureati.  
Questo però non significa trasformare tutta nella sagra di Santa Ignoranza, una specie di carnevale dove chi meno sa è più degno di rispetto e merita una rapida ascesa nell’olimpo della politica.
Governare una nazione, una regione, una metropoli, un comune non è un esercizio facile perché si decide del destino di tante persone. Perciò, chi governa, non può vantarsi di “non sapere”.  
Detto in altre parole se uno sceglie un medico o un commercialista non va a cercare quelli messi peggio ma quelli che per competenza, esperienza ed affidabilità garantiscono il miglior risultato.

Lo stesso dovrebbe avvenire per chi fa politica con una dote in più: la propensione a guardare più al bene del prossimo che al proprio.  
Giovanni Marcora (chi è? Dirà qualcuno) è stato uno dei più grandi ministri dell’agricoltura di questo paese, però non era laureato e non era nemmeno un perito agrario, era un geometra.
Gianfranco Bartolini (chi era?) è stato presidente della Regione Toscana, iniziò a lavorare giovanissimo nella bottega di fabbro del padre e poi fece l’operaio.  
Eppure nei libri è ricordato come un valente amministratore.
Per cui, se mi è consentito, se è stupido dire che uno non può fare il ministro se non è laureato, è altrettanto stupido dire che uno può far bene il ministro del turismo perchè possiede una agenzia di viaggi. 
L’esperienza mi ha insegnato che le persone si misurano sui fatti non coi titoli.
Paolo Brandi


giovedì 12 aprile 2018

IL NOME DELLA TOSCANA TRASFORMATO IN CARTA IGIENICA


Il marchio è importante ma è mai possibile, mi domando, vedere sul retro degli autobus la pubblicità di asciuga tutto, tovagliolini , fazzoletti e perfino carta igienica contrassegnati con il nome #Tuscany?
La Toscana è una delle due regioni italiane, l’altra è la Sicilia, ad avere una traduzione inglese del proprio appellativo, questo a significare l’importanza che riveste nel mondo.
Personalmente non ho niente contro gli asciuga tutto e la carta da toilette, strumenti per certi versi indispensabili, però mi ha fatto un brutto effetto vederli associati al nome della nostra regione.  Così facendo si trasforma una regione in un veicolo di promozione di prodotti che poco hanno a che vedere con la sua storia.

Oddio è vero che in una parte di Toscana esiste una tradizione cartaria importante, per esempio la fabbricazione della carta a Lucca ha origini lontane, già nel  1300 esiste in quella città una Corporazione dei Cartolai, ma a quell'epoca si produceva carta pergamena, non rotoloni da cucina.
E’ vero che nel 1500 nasce, sempre a Lucca, la prima cartiera e nel secolo successivo ne sbocciano molte altre, ma anche in questo caso si producono risme di carta pregiata non pacchi di carta igienica.
E’ vero che ancora a Lucca nasce la carta paglia e nel 1911 ci sono ben 106 cartiere.
Insomma tutte queste storie giustificano una memoria ma da questo a utilizzare il marchio Tuscany ce ne corre parecchio.  
Mi pare davvero uno svilimento usare un nome che appartiene al mondo per fare marketing magari su mercati lontani dove invece l’appellativo Tuscany è associato all'arte, al Rinascimento, ai paesaggi.
No, credo che usare il nome Tuscany per identificare la “papier cul”, per usare un francesismo, non faccia bene a nessuno e mi domando come sia possibile che non si possa intervenire per sanare una simile ferita.
Paolo Brandi


mercoledì 4 aprile 2018

TOSCANA TRA MENO DI DUE ANNI LA STORIA PUÒ CAMBIARE




Dicono che la storia serva ormai a poco, cioè quasi a niente, perché il tempo corre veloce e, come diceva Marinetti nel manifesto dei futuristi: “La magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità” e continuava garrulo “noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie”.
Insomma l’obnubilamento della memoria affinché lo slancio verso il futuro non ne esca frenato.
Oggi la politica è questo: dare gas sperando che le ruote mantengano l’aderenza in curva, “chi si ferma è perduto”.
Io invece stavolta non ho fretta, mi voglio fermare a riflettere, non per piagnucolare che di piagnoni ne ho piene le scatole, ma per un doveroso omaggio alla storia e per chi, di quella storia, è stato protagonista.
Mi sono divertito, per modo di dire, a fare il conto di quanto le forze di sinistra e di centrosinistra abbiano pesato nella nostra Toscana e quanto invece valgano oggi in termini elettorali.


Alle politiche del 1948 valevano il 48,7
Alle politiche del 1953 il 50,4
Alle politiche del 1958 il 51, 2
Alle politiche del 1963 il 53,1
Alle politiche del 1968 il 59,4
Alle politiche del 1972 il 53
Alle politiche del 1976 il 57,3
Alle politiche del 1979 il 54,8
Alle politiche del 1983 il 55,8
Alle politiche del 1987 il 56,2
Alle politiche del 1992 il 51,3
Alle politiche del 1994 il 47,6
Alle politiche del 1996 il 52,7
Alle politiche del 2001 il 53,9
Alle politiche del 2006 il 55,2
Alle politiche del 2008 il 54,3
Alle politiche del 2013 il 41,5
Alle politiche del 2018 il 33,6
A che servono questi numeri? Probabilmente a niente giacché non aggiungono nulla di nuovo alle analisi di studiosi ben più preparati di me. Segnalano però un fatto: che il crollo c’era già stato nel 2013 e nessuno l’aveva preso nella giusta considerazione.

martedì 6 marzo 2018

PD. DOPO LA TEMPESTA NON BASTA RIPARARE IL TETTO. RICOSTRUIRE LE FONDAMENTA A ROMA E AD AREZZO



In natura esistono i necrofagi cioè animali che si nutrono di carogne, bestie pazienti che aspettano che qualcuno muoia per imbandire il banchetto. In politica questa specie è abbastanza diffusa, posso dire, pur non essendo un cadavere, di avere sperimentato sulla mia pelle i loro morsi. All'indomani delle elezioni, questi animali escono dalle tane e iniziano ad annusare l’aria.
Gli stessi che stendevano tappeti rossi a Matteo Renzi oggi sono pronti a crocefiggerlo.  
L’uomo merita infinite critiche ma forse un bagno di umiltà e un po’ di autocoscienza sarebbero utili a parecchi.
Il risultato elettorale non può essere, infatti, ridotto a un incidente stradale dove il pilota è il solo responsabile. La colpa, se di colpa vogliamo parlare, è anche di chi nei comuni, nelle regioni, nei territori non ha visto avanzare il fronte della tempesta o, se anche l’ha visto, ha fatto finta di niente per non interrompere il sogno di chi stava a Roma.

I numeri sono impietosi e ci dicono che il PD, tranne una sottile linea rossa che divide l’Italia, è ridotto al ruolo di comprimario. Reggiamo solo laddove il patrimonio della sinistra era così grande da non poterlo consumare in una volta sola oppure, come nel caso delle regionali del Lazio, riusciamo a fare alleanze con a capo una persona seria.
Purtroppo o per fortuna la gente non è stupida e la narrazione del tutto va bene ha fatto a pugni con la realtà. Questa è la verità pura e semplice.
La realtà ci dice che la gente comune non percepisce l’aumento del PIL perchè stipendi e salari sono tra i più bassi d’Europa, la gente non avverte l’importanza del mix culturale in un mondo globale perché ha paura dell’ondata migratoria, la gente ha smesso di essere solidale perché i modelli culturali remano in tutt'altra direzione. Di fronte al disastro qualcuno dice che il PD deve recuperare i suoi valori. D’accordissimo, però quali sono oggi i valori del PD? Sono l’eguaglianza? Sono la giustizia sociale? Sono la parità di opportunità? Sono una società aperta? Sono la valorizzazione del merito? Sono la politica come servizio e non mezzo per arricchirsi? Allora dobbiamo essere coerenti non limitarci a enunciarli.

martedì 20 dicembre 2016

IL SOCIALISMO ROBA DEL PASSATO E NEL PRESENTE CHE C'E'?

Il segretario del PD della Toscana Parrini, in un’intervista ha detto che “La priorità oggi è costruire un nuovo riformismo capace di coniugare in modo innovativo ed efficace spinta agli investimenti e lotta alle disuguaglianze”, e poco sotto ha affermato che le posizioni del Presidente Rossi sono roba da anni settanta.
Il dibattito in se non è peregrino, perché obbliga a riflettere su di un fatto, e cioè che un partito senza ideologia (bruttissima parola ma a oggi non esistono sinonimi altrettanto forti) non va da nessuna parte.
 
Concordiamo con Parrini che ci voglia un nuovo riformismo, ma qualcuno deve avere la compiacenza di dirci di cosa si parla, altrimenti trattasi solo di flatus vocis o peggio ancora del suono emesso dal diavolo Barbariccia che, come dice il sommo poeta, “avea del cul fatto trombetta”.
La gente è stanca di giri di parole, girigogoli che servono a giustificare il niente, cioè il vuoto d’idee. Può darsi che suggerire oggi un’ipotesi socialista sia fuori dal mondo ma in alternativa cosa si propone?
Forse un raffazzonato assemblaggio di parole d’ordine che alla fine tendono tutte, nessuna esclusa, a perpetuare l’esistente?
Eppure le cose non sono così difficili.
Esiste un problema di diseguaglianze? Si, allora come si affronta?
Esiste un problema ambientale? Si, allora come si affronta.
Esiste un problema di lavoro e sviluppo? Si e allora come si affronta?
Un partito ha il dovere di dire cosa pensa, altrimenti diventa davvero difficile perfino dividersi.


lunedì 5 dicembre 2016

REFERENDUM, E' ARRIVATA LA BUFERA E' ARRIVATO IL TEMPORALE...

Stamattina abbiamo evitato di leggere i giornali, così che i nostri giudizi, per quanto miseri nella forma e nel contenuto, risulteranno scevri da qualunque influenza esterna.
Il fatto del giorno è la sconfitta, netta e inequivocabile, delle riforme costituzionali proposte dal governo Renzi. Alcune brevissime e schematiche considerazioni.
1)    La minoranza del PD potrà anche dirsi contenta del risultato, se fossimo in loro la saremmo molto meno, non solo perché i numeri elettorali aprono prospettive incerte per il PD , e la barca è la stessa per tutti, ma perché hanno fatto una figura pessima sul piano umano e politico. Non si può, infatti, approvare una legge in parlamento e poi dire di votare contro quella stessa legge al referendum. Sarebbe stato più coerente esprimersi in maniera contraria in parlamento e poi sostenere le ragioni del NO. E non vengano a tirare fuori la storia del combinato con la legge elettorale, la legge elettorale c’era anche prima.
2)    Non sopportiamo chi parla di festa della democrazia, questi termini abusati andrebbero messi in un cassetto. Questo non è stato un referendum come tutti gli altri ma un’ordalia, cioè un giudizio popolare su Renzi e il suo operato. E il governo ne è uscito a pezzi. Non a caso il capo del Governo ha annunciato che si dimetterà. Il che non significa che non sia un atto democratico ma non è una festa.
3)    Perché c’è stato questo voto?
Qui la considerazione è complessa, dentro quel 60% c’è di tutto, per cui metterci sopra un cappello politico è operazione complicata. Il buon Salvini non penserà mica che tutta quella gente domani sia disponibile a sostenere le sue fantasticherie?  Noi crediamo che ci stia soprattutto la disperazione di un paese che non vede all'orizzonte un futuro e soffre molto più di altri in Europa l’effetto della crisi e l’emergenza dei migranti. E’ inutile che Renzi, nel suo discorso di commiato, continui a sciorinare numeri sull'economia che non corrispondono alla realtà della vita quotidiana delle persone. L’abbiamo già detto, sarebbe utile che ministri e parlamentari si facessero quotidianamente un giro sui tram e sui treni dei pendolari per fare tesoro dei discorsi della gente.

mercoledì 26 ottobre 2016

DOPO LE PROVINCIE LE REGIONI. ALLA FINE NE RIMARRÀ' UNO SOLO

Il referendum del 4 dicembre non riguarda solo la riforma del senato, anche se il grosso della discussione sembra concentrato solo su quel punto. La sterzata, che qualcuno ha voluto dare alla campagna referendaria, per acchiappare voti, è, infatti, mirata ai costi della politica e indubbiamente la riduzione dei senatori porta a un contenimento della spesa. Però limitare il senso di una riforma costituzionale solo a una questione di soldi è pericoloso perché, che come dimostrano recenti proposte di legge, un obbiettivo analogo e forse più consistente, si potrebbe raggiungere modulando, a livelli europei, gli emolumenti dei parlamentari. Però su questo punto gli sforbiciatoci delle spese della politica fanno “melina” mostrando come, alla fine, la questione del risparmio sta in secondo piano rispetto agli obbiettivi politici.

Ma in pentola non c’è solo la riforma del senato, c’è un altro aspetto altrettanto interessante relativo alla revisione delle competenze regionali. Un passaggio che passa sotto silenzio ma che mette in un angolo lunghi anni di discussione sul regionalismo, sul decentramento e registra un cambio di rotta rispetto a tante battaglie che avevano visto impegnato le forze politiche.  
La riforma Boschi “de facto” riaccentra le competenze a favore dello Stato a scapito delle regioni. Secondo i sostenitori della riforma questa modifica si rende necessaria per evitare duplicazioni e superare l’enorme contenzioso apertosi alla Corte Costituzionale.

venerdì 14 ottobre 2016

CENTINAIA DI LAVORATORI AL NERO NEL CHIANTI E IN VALDICHIANA?

La notizia può anche darsi che non scandalizzi nessuno, immaginiamo già qualche commento del tipo “così va il mondo”.
A noi invece ha fatto un po’ impressione sapere che nella “civilissima” Toscana centinaia di stranieri sono reclutati dai caporali per lavorare nei vigneti del Chianti in condizioni durissime.
Ovviamente non si tratta d’inglesi, da sempre appassionati del “Chiantishire”, oppure di scandinavi bensì di profughi pakistani e africani. Rifugiati, richiedenti asilo e anche clandestini. Tanto per capirci si tratta dei più bisognosi, quei “musi neri” che qualcuno vedrebbe bene a far da pasto per i pesci, gli stessi che sono oggetto di vomitevoli dispute politiche dove si dimentica che quella gente non sono alieni, con le squame al posto della pelle, ma uomini e donne con lo stesso nostro sangue, tanto uguale che potrebbero fare i donatori e nessuno si accorgerebbe della differenza.

Queste situazioni sono il riflesso vivente delle nostre ipocrisie dove, per uno strano gioco di specchi, la stessa persona è al tempo stesso sfruttatore di manodopera clandestina, seguace arrabbiato dei movimenti antimmigrazione e lettore del vangelo in Chiesa. Un guazzabuglio di personalità che farebbe impallidire qualunque psichiatra. Ma qui le distorsioni della mente c’entrano poco, c’entra invece il “borsello” e di fronte al “dio denaro” tutti piegano la testa.

giovedì 18 agosto 2016

TRASPARENZA E ACCOGLIENZA: LA VICENDA DI CAPALBIO.

La polemica che si è aperta sui profughi, in quel di Capalbio, si presta a più versioni. Sicuramente ha molte ragioni il Sindaco del paese quando dice che “le prefetture non possono far calare dall'alto certe decisioni”.
In effetti, non è facile accettare un provvedimento che assegna 50 profughi a un centro abitato che d’inverno conta appena 130 residenti. La cosa singolare è che è scattata una sorta di rivolta non tanto tra i residenti ma tra i villeggianti che d’estate trascorrono le loro vacanze nel piccolo comune maremmano.

E quei le cose diventano più pepate. Il Presidente della Regione Rossi ha, infatti, dichiarato: “Nobili ambientalisti, boiardi di Stato e intellettuali ex comunisti non vogliono i profughi, non vogliono la strada, (si riferisce alla variante dell’Aurelia ndr) non vogliono nulla, perché le loro vacanze non possono essere disturbate. È una posizione che non condivido e contro cui mi batto: si può conciliare ambiente e sviluppo, tutela del paesaggio e sensibilità sociale”.
Era ora! Certo è che queste parole avrebbero avuto un altro effetto qualche anno orsono. In passato una parte della sinistra toscana ( e non solo toscana)  ha pasciuto e blandito una genia d’intellettuali radical chic, capaci solo di dire no.
Gente con ville da centinaia di metri quadri che però s’incazzano se un povero cristo tira su un capannino per gli attrezzi.

sabato 4 giugno 2016

EX SADAM. C'E' CHI ASPETTA LA STAZIONE E INTANTO I TRENI PASSANO

Eppur si muove…” verrebbe da dire esaminando gli ultimi accadimenti sulla ormai annosa vicenda della riconversione ex SADAM.
Vediamo quello che è successo.
Primo: approvazione all'unanimitànell'assise castiglionese, di una mozione presentata dalle opposizioni sulla vicenda dello zuccherificio. Documento che abbiamo pubblicato nei giorni passati.
Secondo: le dichiarazioni di un assessore castiglionese che, a partire proprio da quella mozione, ha affermato che la questione del recupero dell’area ex SADAM è una vicenda quanto meno regionale, che richiede l’apporto di tutti per trovare una soluzione.
Sul piano teorico la questione comincia a prendere forma ma poi, dalle dichiarazioni di principio, occorre passare ai fatti.

Se tutti sono convinti che la Regione debba fare da coordinamento allora occorre che qualcuno glielo dica. Magari ricordandogli che nel lontano 2007 siglò un accordo, mai revocato e quindi formalmente valido.
In virtù di questo sarebbe opportuno capire cosa ha prodotto l’ultimo incontro tra il Comune di Castiglion Fiorentino e la Regione. E’ venuto fuori qualcosa di nuovo o siamo ancora al "pour parler”?

venerdì 27 maggio 2016

Riceviamo e pubblichiamo: CASTIGLION FIORENTINO - UN CONSIGLIO COMUNALE RICCO DI SPUNTI



Riceviamo e pubblichiamo due interessanti Ordini del Giorno presentati giovedì 26 maggio nell'ultimo Consiglio Comunale di Castiglion Fiorentino.
Una data da segnare con la matita blu perché, per la prima volta in questa legislatura, la maggioranza ha votato un documento presentato dalle opposizioni, le quali, anch'esse per la prima volta, hanno presentato un ordine del giorno unitario.
L’argomento riguardava la situazione della SADAM, niente di nuovo sotto il sole direbbe il saggio, è vero, ma almeno si sono messi dei punti fermi su questa vicenda.
Primo punto la questione Zuccherificio deve assumere le caratteristiche di una questione regionale con tutto quello che ne consegue. Punto secondo occorre un impegno unitario delle Istituzioni locali, dei soggetti imprenditoriali che intendono investire in Valdichiana, delle associazioni agricole e dei sindacati. Terzo si rilancia con forza la necessità di un rapporto tra agricoltura e industria. Insomma nei prossimi mesi ci sarà pane da mordere per tutti e speriamo che le cose vadano bene.
Il secondo ODG riguardava un argomento assai delicato, ed è stato presentato dal gruppo dei Democratici per Castiglioni. Si chiedeva, vista la fine del dissesto celebrata in pompa magna dall'attuale Amministrazione, con tanto di piantumazione di “albero della vita”, di procedere a una riduzione delle tasse locali.

venerdì 20 maggio 2016

Riceviamo e pubblichiamo: LA CASA DELLA SALUTE DEDICATA A BRUNO BENIGNI

Sabato 21 maggio sarà intitolata a Bruno Benigni la Casa della Salute di Castiglion Fiorentino. Questa struttura è stata il primo esempio in Toscana, e uno tra i primi in Italia, di riconversione di un complesso ospedaliero dismesso, in struttura al servizio della comunità.

Grande merito di questo progetto va a Bruno Benigni che è stato tra i teorici più lucidi a livello nazionale del progetto “Case della Salute”.  Un disegno lungimirante che, dopo Castiglion Fiorentino, è stato replicato in molte altre parti del nostro Paese mettendo assieme cura, prevenzione, informazione, volontariato e Medici di base. Grazie alla presenza di questi ultimi da semplice distretto socio-sanitario si è passati all'innovazione della Casa della Salute poiché garantiscono la continuità assistenziale.

martedì 12 aprile 2016

BRUCE SPRINGSTEEN, CASTIGLION FIORENTINO E LE UNIONI CIVILI

Qualche tempo orsono, un commentatore di cui apprezziamo l’arguzia, spese parole intelligenti sulla presenza di Max Weinberg, batterista della E Street Band di Bruce Springsteen, a Castiglion Fiorentino. Al di là della esibizione in piazza con un tamburo, fatto di per se eccezionale per un artista di quel calibro, l’opinionista in questione annotò come interventi di questo tipo, ritrasmessi sui social, facessero conoscere il nome di Castiglioni ben più di centomila dépliant turistici sparsi per il mondo. Parole sante.

Se però domandassimo oggi al signor Max Weinberg se fosse disponibile a fare un concerto a Castiglion Fiorentino forse risponderebbe come ha risposto il suo “boss” Bruce Springsteen alle autorità di Greensboro (North Carolina) quando ha deciso di annullare il suo concerto per protesta contro le discriminazioni verso gli omosessuali: “intendo manifestare contro coloro che continuano a volerci riportare indietro. Alcune cose sono più importanti di un concerto e questa battaglia contro il pregiudizio e l’intolleranza è una di queste”. 

giovedì 24 marzo 2016

INDUSTRIA ALIMENTARE IN VALDICHIANA, DIAMOCI DA FARE!

Secondo recenti studi il settore alimentare italiano potrà superare tra pochi anni i 50 miliardi di export. Il 2015, anno che ha registrato il successo di Expo, si è chiuso con vendite all'estero pari a 36,9 miliardi di euro, un valore in crescita dell’8% rispetto a dodici mesi prima. Se il PIL viaggiasse con lo stesso ritmo, saremmo a cavallo.

La notizia è particolarmente importante, almeno per noi che viviamo in una vallata, la Valdichiana, dalle grandi potenzialità in agricoltura. Alla base del settore alimentare c’è, infatti, l’agricoltura, a seguire le industrie di trasformazione e in ultimo i servizi.

mercoledì 16 marzo 2016

LE GESTIONE DEI MUSEI AL SERRISTORI. CON QUALE OBBIETTIVO?

Provate a domandare a un cittadino qual è il monumento che, secondo lui, meglio rappresenta Castiglion Fiorentino. Nel 90% dei casi vi risponderà “la torre del Cassero”. Non potrebbe essere diversamente, quella torre che svetta altera da oltre settecento anni sulla Valdichiana è il nostro miglior biglietto da visita.

Castiglion Fiorentino possiede un’area storico/monumentale che nessun altro comune possiede, in un raggio ristretto insistono tre esposizioni museali: la pinacoteca, il museo archeologico e la sezione medioevale, scavi sotterranei visitabili, la torre civica, l’archivio storico, la biblioteca. Un luogo magico, una terrazza sulla Vallata che, attraverso porta Perugina, consente di accedere alla parte più bella e sconosciuta del centro storico, quella che va da Via della Badiola, alle Carbonaie fino ad arrivare alla splendida Piazza S. Agostino.
Un’area che meriterebbe, come diciamo da tempo, una valorizzazione complessiva, perché il piazzale del Cassero con tutti i suoi annessi ha enormi potenzialità dal punto di vista turistico.