Il
referendum del 4 dicembre non riguarda solo la riforma del senato, anche se il
grosso della discussione sembra concentrato solo su quel punto. La sterzata,
che qualcuno ha voluto dare alla campagna referendaria, per acchiappare voti, è,
infatti, mirata ai costi della politica e indubbiamente la riduzione dei
senatori porta a un contenimento della spesa. Però limitare il senso di una riforma
costituzionale solo a una questione di soldi è pericoloso perché, che come dimostrano
recenti proposte di legge, un obbiettivo analogo e forse più consistente, si
potrebbe raggiungere modulando, a livelli europei, gli emolumenti dei parlamentari.
Però su questo punto gli sforbiciatoci delle spese della politica fanno “melina”
mostrando come, alla fine, la questione del risparmio sta in secondo piano rispetto
agli obbiettivi politici.
Ma
in pentola non c’è solo la riforma del senato, c’è un altro aspetto altrettanto
interessante relativo alla revisione delle competenze regionali. Un passaggio che
passa sotto silenzio ma che mette in un angolo lunghi anni di discussione sul regionalismo,
sul decentramento e registra un cambio di rotta rispetto a tante battaglie che
avevano visto impegnato le forze politiche.
La
riforma Boschi “de facto” riaccentra le competenze a favore dello Stato a
scapito delle regioni. Secondo i sostenitori della riforma questa modifica si
rende necessaria per evitare duplicazioni e superare l’enorme contenzioso
apertosi alla Corte Costituzionale.

