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mercoledì 17 gennaio 2018
sabato 13 gennaio 2018
PER ORA METTIAMO A RISCHIO LE POLITICHE. TRA UN PO’ AD AREZZO TOCCHERÀ AI COMUNI. E DOPO E’ INUTILE PIANGERE SUL LATTE VERSATO
“Nomen
omen” è una locuzione latina che grossomodo significa "il destino nel
nome". Mi è venuta in mente quando ho letto che i delegati di Liberi e
Uguali della Lombardia avevano deciso di dire no al candidato del Pd stabilendo
di correre da soli con Onorio Rosati per la presidenza della Regione.
Onorio
è un nome piuttosto inconsueto che rimanda Onorio imperatore, conosciuto perché
durante il suo regno i Visigoti saccheggiarono Roma. Un fatto considerato
epocale, tanto che S. Agostino nel “De Civitate Dei”, lo vide come un segno della
prossima fine del mondo.
Non
voglio esagerare: Il fatto che Onorio sia candidato alla Presidenza della
Regione Lombardia non vuol dire che si avvicini l’Apocalisse, però avvicina
ancor di più, se mai ce ne fosse stato bisogno, la disintegrazione di una
prospettiva di centrosinistra in Italia.
Per
questo avverto crescere in me lo stesso sentimento di rabbia e impotenza che
già avevo sentito affiorare quando, in vista delle ormai prossime politiche,
non è stato possibile costruire un’alleanza tra PD e Liberi e Uguali. Sancendo,
di fatto, la sconfitta in molti collegi uninominali.
Tutto
questo mentre la destra è in difficoltà in Lombardia e si presenta unita alle prossime
elezioni politiche: laddove si può tentare di vincere non ci si allea, dove c’è
il rischio che la destra prevalga si decide di non fare muro.
Come
diceva l’ambasciatore di Serse agli Spartani nel film 300: “questa è blasfemia,
questa è pazzia”.
Il
gruppo dirigente del Pd porta diverse responsabilità nella frattura che si è
creata a sinistra, quando una parte del tuo partito se ne va, non puoi
trattarla con sufficienza come fossero dei “vecchi rimbambiti”. E non puoi, davanti ad una domanda precisa sugli
scenari dire, più o meno, che Liberi e Uguali equivalgono a Forza Italia.
Come
ho già detto, spettava a Renzi, non a Fassino fare un atto di umiltà, cioè chiedere
un confronto sui temi che stanno a cuore a milioni di persone. Perché non è
vero che la gente ormai pensa solo ai cazzi propri, lo sapete perché ci pensa? Perché
non vede altre soluzioni. E se va a votare, ci va con la rabbia in corpo, il voto
ormai non è più una scelta di speranza ma un segnale di disperazione.
Dalla
parte, quella della sinistra pura, che sceglie di correre da sola, mi pare prevalga
un “cupio dissolvi”, un desiderio di morire che rimanda a un libro pensato in
tutt’altro contesto e intitolato “a cercar la bella morte”.
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lunedì 8 gennaio 2018
ASPETTIAMO ANCORA A ROMA COME AD AREZZO…. (RIFLESSIONI MEDIOCRI SU ARGOMENTI IMPORTANTI)
Mi
scuso in anticipo per la mediocrità delle mie riflessioni, però, per quanto siano
banali, in pochi hanno il coraggio di sputarle fuori.
Il
rifiorito centrodestra si presenta in maniera unitaria difronte agli elettori,
nonostante le notevoli differenze nei progetti e nella prospettiva politica, dando
così l’idea di un fronte compatto.
Il
centrosinistra invece si appresta ad appendersi come Giuda all’albero delle
proprie contraddizioni.
Quello
che più colpisce in tutta questa vicenda è l’insensibilità di tanti
protagonisti, alle sorti della sinistra italiana. Con queste elezioni, qualcuno
forse non l’ha capito (o l’ha capito fin troppo bene e ci gode), si rischia di
affondare una storia più che centenaria ma non di costruirne un’altra.
Ho
la sensazione che per parecchi, valga il detto “fammi strada che poi ti precedo”.
Si
sale nel treno della politica solo per se stessi e nulla più. Nelle giuste dosi
l’ambizione è una bella cosa ma diventa tossica quando si eccede.
Ognuno,
a sinistra, coltiva il proprio orticello sperando in chissà quale raccolto,
senza pensare che se arriverà la tempesta e i segnali son quelli, quest’ultima
travolgerà tutti senza guardare in faccia a nessuno.
La
cosa più brutta è che non si fa nemmeno uno sforzo per porre rimedio.
La
mediazione di Fassino era patetica. Ci voleva uno scatto di orgoglio e di
umiltà da parte del segretario del PD: perché chi è più grande ha più
responsabilità.
Doveva
essere lui a convocare le anime della sinistra e chiedere conto di quello che
stava accadendo. Mettere ognuno (lui compreso) di fronte alle proprie responsabilità.
E pensare che alcune proposte che vengono dal PD e da Liberi e Uguali meritano
interesse, mi riferisco alla diminuzione del cuneo fiscale, al rimettere al
centro la scuola, al tema del precariato.
Non credo che sia impossibile trovare dei punti di contatto che ridiano
fiato a una proposta politica.
Però
sarebbe opportuno mettere il silenziatore a qualche evirato cantore: ma si crede
davvero che la priorità, in questo benedetto paese, sia l’abolizione del canone
RAI?
Ben
altre sono le questioni: il lavoro, la sanità, l’immigrazione, l’ambiente, le disuguaglianze.
Perché potrà pure aumentare la ricchezza nazionale, ma se ne godono in pochi aumentano
i problemi. Queste sono le cose che la sinistra deve affrontare, altrimenti che
ci stiamo a fare?
domenica 20 novembre 2016
IL REFERENDUM E IL VOTO DEL BUSINESS MAN
Una nostra amica ci ha raccontato che
suo padre gli diceva “prima di decidere come votare, guarda dove votano i
ricchi e regolati di conseguenza”.
Il metodo, in verità, appare alquanto
empirico, ma alla fine contiene un fondo di verità, perché i ricchi che votano
contro i propri interessi sono rari come le mosche bianche. E poiché, di norma,
i loro interessi raramente coincidono con quelli delle altre classi sociali il
gioco è fatto. Qualcuno potrà dire che questa è roba del secolo scorso,
ciarpame e ideologia. Lo credevamo anche
noi, convinti che lo sviluppo armonioso di una società si componesse di una
bella fetta di mercato, un robusto stato sociale e la possibilità per tutti di
salire la scala sociale.
Invece non è così, perché il divario
tra ricchi e poveri aumenta, la mobilità sociale è ingessata e la rendita
finanziaria si mangia il lavoro.
Questa storia del lavoro è tornata prepotentemente
di moda quando ci si è accorti che quel populista di Trump ha vinto le
elezioni, in diversi stati dell’unione, mettendo il lavoro tra i temi in
agenda.
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venerdì 14 ottobre 2016
CENTINAIA DI LAVORATORI AL NERO NEL CHIANTI E IN VALDICHIANA?
La notizia può anche darsi che non scandalizzi
nessuno, immaginiamo già qualche commento del tipo “così va il mondo”.
A noi invece ha fatto un po’ impressione
sapere che nella “civilissima” Toscana centinaia di stranieri sono reclutati
dai caporali per lavorare nei vigneti del Chianti in condizioni durissime.
Ovviamente non si tratta d’inglesi, da
sempre appassionati del “Chiantishire”,
oppure di scandinavi bensì di profughi pakistani e africani. Rifugiati,
richiedenti asilo e anche clandestini. Tanto per capirci si tratta dei più
bisognosi, quei “musi neri” che qualcuno vedrebbe bene a far da pasto per i
pesci, gli stessi che sono oggetto di vomitevoli dispute politiche dove si
dimentica che quella gente non sono alieni, con le squame al posto della pelle,
ma uomini e donne con lo stesso nostro sangue, tanto uguale che potrebbero fare
i donatori e nessuno si accorgerebbe della differenza.
Queste situazioni sono il riflesso
vivente delle nostre ipocrisie dove, per uno strano gioco di specchi, la stessa
persona è al tempo stesso sfruttatore di manodopera clandestina, seguace arrabbiato
dei movimenti antimmigrazione e lettore del vangelo in Chiesa. Un guazzabuglio
di personalità che farebbe impallidire qualunque psichiatra. Ma qui le
distorsioni della mente c’entrano poco, c’entra invece il “borsello” e di
fronte al “dio denaro” tutti piegano la testa.
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giovedì 13 ottobre 2016
Arezzo: UN FONDO PER LE GIOVANI IMPRESE
Premesso
che un paese che non favorisce le imprese è un paese destinato a morire;
premesso che le imprese di solito portano novità, inventiva, fantasia; premesso
che il mondo dell’impresa può offrire uno sbocco occupazionale; premesso che è
necessario non farsi ingannare dai numeri, con tutto il rispetto aprire cento
bar e un milione di tavole calde non cambia la qualità dell’economia. Premesso
tutto questo, l’Italia è sclerotizzata.
Quello
che cambia il senso di marcia in un paese sono le imprese innovative, quelle
che cavalcano l’onda del cambiamento e sono in grado di creare, per
germinazione, posti di lavoro e idee sempre fresche.
Le
ragioni per cui fare impresa in Italia è una “fatica titanica” sono molteplici.
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