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mercoledì 17 gennaio 2018

VOGLIO UN PD POPULISTA


I tre operai morti sul lavoro a Milano sono purtroppo l’ultima tappa di una tragica corsa che pare inarrestabile. Nel 2017 appena concluso l'Inail dice che in Italia sono aumentate le denunce d’infortuni con esito mortale, nei primi 10 mesi erano oltre 800.
I morti sul lavoro non fanno però notizia, così come non fa più notizia il lavoro, quello che c’è e quello che manca.
Mi prende lo sconforto quando leggo che per accalappiare (il termine non è detto a caso) voti si promette di tutto: sospendere le tasse per sei anni, aumentare le pensioni, introdurre il reddito di cittadinanza, il salario minimo, eleminare il bollo auto, l’università gratuita e chi più ne ha più ne metta.

Sia chiaro, sono tutte cose importanti, peccato che confliggano tra loro: l’economia è fatta di vasi comunicanti, se aumenti da una parte devi per forza diminuire dall’altra. Quindi se non si indicano delle priorità alla fine si tratta solo di grida da imbonitori di piazza.
Priorità, ecco un’altra parola che è scomparsa dal vocabolario della politica.

sabato 13 gennaio 2018

PER ORA METTIAMO A RISCHIO LE POLITICHE. TRA UN PO’ AD AREZZO TOCCHERÀ AI COMUNI. E DOPO E’ INUTILE PIANGERE SUL LATTE VERSATO



“Nomen omen” è una locuzione latina che grossomodo significa "il destino nel nome". Mi è venuta in mente quando ho letto che i delegati di Liberi e Uguali della Lombardia avevano deciso di dire no al candidato del Pd stabilendo di correre da soli con Onorio Rosati per la presidenza della Regione.
Onorio è un nome piuttosto inconsueto che rimanda Onorio imperatore, conosciuto perché durante il suo regno i Visigoti saccheggiarono Roma. Un fatto considerato epocale, tanto che S. Agostino nel “De Civitate Dei”, lo vide come un segno della prossima fine del mondo.
Non voglio esagerare: Il fatto che Onorio sia candidato alla Presidenza della Regione Lombardia non vuol dire che si avvicini l’Apocalisse, però avvicina ancor di più, se mai ce ne fosse stato bisogno, la disintegrazione di una prospettiva di centrosinistra in Italia.
Per questo avverto crescere in me lo stesso sentimento di rabbia e impotenza che già avevo sentito affiorare quando, in vista delle ormai prossime politiche, non è stato possibile costruire un’alleanza tra PD e Liberi e Uguali. Sancendo, di fatto, la sconfitta in molti collegi uninominali.
Tutto questo mentre la destra è in difficoltà in Lombardia e si presenta unita alle prossime elezioni politiche: laddove si può tentare di vincere non ci si allea, dove c’è il rischio che la destra prevalga si decide di non fare muro. 
Come diceva l’ambasciatore di Serse agli Spartani nel film 300: “questa è blasfemia, questa è pazzia”.

Il gruppo dirigente del Pd porta diverse responsabilità nella frattura che si è creata a sinistra, quando una parte del tuo partito se ne va, non puoi trattarla con sufficienza come fossero dei “vecchi rimbambiti”.  E non puoi, davanti ad una domanda precisa sugli scenari dire, più o meno, che Liberi e Uguali equivalgono a Forza Italia.
Come ho già detto, spettava a Renzi, non a Fassino fare un atto di umiltà, cioè chiedere un confronto sui temi che stanno a cuore a milioni di persone. Perché non è vero che la gente ormai pensa solo ai cazzi propri, lo sapete perché ci pensa? Perché non vede altre soluzioni. E se va a votare, ci va con la rabbia in corpo, il voto ormai non è più una scelta di speranza ma un segnale di disperazione.
Dalla parte, quella della sinistra pura, che sceglie di correre da sola, mi pare prevalga un “cupio dissolvi”, un desiderio di morire che rimanda a un libro pensato in tutt’altro contesto e intitolato “a cercar la bella morte”.

lunedì 8 gennaio 2018

ASPETTIAMO ANCORA A ROMA COME AD AREZZO…. (RIFLESSIONI MEDIOCRI SU ARGOMENTI IMPORTANTI)


Mi scuso in anticipo per la mediocrità delle mie riflessioni, però, per quanto siano banali, in pochi hanno il coraggio di sputarle fuori. 
Il rifiorito centrodestra si presenta in maniera unitaria difronte agli elettori, nonostante le notevoli differenze nei progetti e nella prospettiva politica, dando così l’idea di un fronte compatto.
Il centrosinistra invece si appresta ad appendersi come Giuda all’albero delle proprie contraddizioni.
Quello che più colpisce in tutta questa vicenda è l’insensibilità di tanti protagonisti, alle sorti della sinistra italiana. Con queste elezioni, qualcuno forse non l’ha capito (o l’ha capito fin troppo bene e ci gode), si rischia di affondare una storia più che centenaria ma non di costruirne un’altra.
Ho la sensazione che per parecchi, valga il detto “fammi strada che poi ti precedo”.
Si sale nel treno della politica solo per se stessi e nulla più. Nelle giuste dosi l’ambizione è una bella cosa ma diventa tossica quando si eccede.
Ognuno, a sinistra, coltiva il proprio orticello sperando in chissà quale raccolto, senza pensare che se arriverà la tempesta e i segnali son quelli, quest’ultima travolgerà tutti senza guardare in faccia a nessuno.
La cosa più brutta è che non si fa nemmeno uno sforzo per porre rimedio.
La mediazione di Fassino era patetica. Ci voleva uno scatto di orgoglio e di umiltà da parte del segretario del PD: perché chi è più grande ha più responsabilità.

Doveva essere lui a convocare le anime della sinistra e chiedere conto di quello che stava accadendo. Mettere ognuno (lui compreso) di fronte alle proprie responsabilità. E pensare che alcune proposte che vengono dal PD e da Liberi e Uguali meritano interesse, mi riferisco alla diminuzione del cuneo fiscale, al rimettere al centro la scuola, al tema del precariato.  Non credo che sia impossibile trovare dei punti di contatto che ridiano fiato a una proposta politica.
Però sarebbe opportuno mettere il silenziatore a qualche evirato cantore: ma si crede davvero che la priorità, in questo benedetto paese, sia l’abolizione del canone RAI?
Ben altre sono le questioni: il lavoro, la sanità, l’immigrazione, l’ambiente, le disuguaglianze. Perché potrà pure aumentare la ricchezza nazionale, ma se ne godono in pochi aumentano i problemi. Queste sono le cose che la sinistra deve affrontare, altrimenti che ci stiamo a fare?

domenica 20 novembre 2016

IL REFERENDUM E IL VOTO DEL BUSINESS MAN


Una nostra amica ci ha raccontato che suo padre gli diceva “prima di decidere come votare, guarda dove votano i ricchi e regolati di conseguenza”. 
Il metodo, in verità, appare alquanto empirico, ma alla fine contiene un fondo di verità, perché i ricchi che votano contro i propri interessi sono rari come le mosche bianche. E poiché, di norma, i loro interessi raramente coincidono con quelli delle altre classi sociali il gioco è fatto. Qualcuno potrà dire che questa è roba del secolo scorso, ciarpame e ideologia.  Lo credevamo anche noi, convinti che lo sviluppo armonioso di una società si componesse di una bella fetta di mercato, un robusto stato sociale e la possibilità per tutti di salire la scala sociale.

Invece non è così, perché il divario tra ricchi e poveri aumenta, la mobilità sociale è ingessata e la rendita finanziaria si mangia il lavoro. 
Questa storia del lavoro è tornata prepotentemente di moda quando ci si è accorti che quel populista di Trump ha vinto le elezioni, in diversi stati dell’unione, mettendo il lavoro tra i temi in agenda.

venerdì 14 ottobre 2016

CENTINAIA DI LAVORATORI AL NERO NEL CHIANTI E IN VALDICHIANA?

La notizia può anche darsi che non scandalizzi nessuno, immaginiamo già qualche commento del tipo “così va il mondo”.
A noi invece ha fatto un po’ impressione sapere che nella “civilissima” Toscana centinaia di stranieri sono reclutati dai caporali per lavorare nei vigneti del Chianti in condizioni durissime.
Ovviamente non si tratta d’inglesi, da sempre appassionati del “Chiantishire”, oppure di scandinavi bensì di profughi pakistani e africani. Rifugiati, richiedenti asilo e anche clandestini. Tanto per capirci si tratta dei più bisognosi, quei “musi neri” che qualcuno vedrebbe bene a far da pasto per i pesci, gli stessi che sono oggetto di vomitevoli dispute politiche dove si dimentica che quella gente non sono alieni, con le squame al posto della pelle, ma uomini e donne con lo stesso nostro sangue, tanto uguale che potrebbero fare i donatori e nessuno si accorgerebbe della differenza.

Queste situazioni sono il riflesso vivente delle nostre ipocrisie dove, per uno strano gioco di specchi, la stessa persona è al tempo stesso sfruttatore di manodopera clandestina, seguace arrabbiato dei movimenti antimmigrazione e lettore del vangelo in Chiesa. Un guazzabuglio di personalità che farebbe impallidire qualunque psichiatra. Ma qui le distorsioni della mente c’entrano poco, c’entra invece il “borsello” e di fronte al “dio denaro” tutti piegano la testa.

giovedì 13 ottobre 2016

Arezzo: UN FONDO PER LE GIOVANI IMPRESE

Premesso che un paese che non favorisce le imprese è un paese destinato a morire; premesso che le imprese di solito portano novità, inventiva, fantasia; premesso che il mondo dell’impresa può offrire uno sbocco occupazionale; premesso che è necessario non farsi ingannare dai numeri, con tutto il rispetto aprire cento bar e un milione di tavole calde non cambia la qualità dell’economia. Premesso tutto questo, l’Italia è sclerotizzata.
Quello che cambia il senso di marcia in un paese sono le imprese innovative, quelle che cavalcano l’onda del cambiamento e sono in grado di creare, per germinazione, posti di lavoro e idee sempre fresche.

Le ragioni per cui fare impresa in Italia è una “fatica titanica” sono molteplici.