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mercoledì 5 dicembre 2018

IN ITALIA E’ IN ATTO UNA RIVOLUZIONE?



Quello che alcuni commentatori, per esempio Ezio Mauro oggi su Repubblica, sembrano non aver capito (lo dico con tutta la modestia del mondo e con la consapevolezza di poter essere smentito), è che il concetto di  Democrazia, per certi pezzi grossi,  è un guscio vuoto, e non potrebbe essere diversamente. 
Il motivo è presto detto: in questo momento è in atto una “rivoluzione”.  Di che tipo? Difficile dirlo, di sicuro non si confà, a questa fase della vita italiana, la famosa frase di Alexis De Tocqueville per cui “La rivoluzione in Inghilterra è stata fatta unicamente in vista della libertà, mentre quella di Francia è stata fatta principalmente in vista dell'eguaglianza”. Da noi ho la sensazione che sia stata fatta da un lato per disperazione e dall’altro per convenienza.  
Però che ci sia stato un “ sovvertimento” è fuori di dubbio, non si può chiamare in altro modo un passaggio dove un giovanotto, di 32 anni,  con scarsi mezzi e molta fantasia, diventa  vicepresidente del Consiglio con deleghe allo sviluppo economico e al lavoro.
La stessa cosa avvenne, scusate il paradosso storico, nel 1959, quando un “ragazzo” di 32 anni, passò dallo status di guerrigliero a quello di Ministro dell'Industria e dell'Economia della Repubblica di Cuba. Si chiamava Ernesto “Che” Guevara. 

E’ chiaro che non intendo fare paragoni blasfemi, però è il segnale di come, quella in atto, sia de facto una “rivoluzione”. Che poi si possa trasformare in qualcosa di diverso da uno sconvolgimento planetario è molto probabile perché, come diceva Kafka, “ogni rivoluzione evapora, lasciando dietro solo la melma di una nuova burocrazia”.
Di certo per giudicare quello che avviene oggi non sono sufficienti le lenti della storia passata, ci vorrebbero quelli che alcuni definiscono pensieri lunghi.  
A chi quest’arduo compito? A una sinistra impantanata in discussioni sterili e con un ceto politico ormai indigeribile anche agli stomaci forti della nostra gente? Lo vedo improbabile.
Occorrerà inventarsi qualcosa di nuovo: imparare per una volta la mossa del cavallo, quella che arriva a coprire con due o tre mosse buona parte della scacchiera.
Paolo Brandi

lunedì 3 dicembre 2018

DALL'ANDALUSIA ALLA TOSCANA UN UNICO GRIDO DI ALLARME


Da molti anni esiste un rapporto di amicizia tra la Regione Toscana e l’Andalusia. Sono comunità entrambe ricche d’arte e di cultura, terre di agricoltura fiorente e paesaggi meravigliosi. Esiste (o meglio esisteva) anche un altro elemento che le tiene (le teneva) insieme da sempre: sono  (erano)  governate da partiti della sinistra.
In realtà oggi, il quadro, almeno per l’Andalusia, sembra cambiato. Le ultime elezioni regionali ci affidano un panorama (dal punto di vista della sinistra) drammatico.
Il Partito Socialista perde di brutto e l’estrema destra conquista ben 12 seggi. Teoricamente sarebbe possibile, dopo 36 anni, una maggioranza tra conservatori e destra che ribalterebbe completamente gli equilibri istituzionali dalle parti di Siviglia.
Questa non è solo cronaca politica è un campanello di allarme su quello che potrebbe accadere in Toscana tra meno di due anni. Qualcuno potrà giudicare il paragone azzardato, non è così.

Andiamo a vedere i contenuti di questa nuova forza politica di destra che ha sconvolto gli equilibri politici andalusi. Si chiama Vox. Sul sito web si presentano come “un partito politico creato per il rinnovamento e la fortificazione della vita democratica spagnola […] Scommettiamo sui Valori, la Famiglia e la Vita. Per noi la priorità sono le persone e crediamo in un sistema basato sulla libertà, dove tutte le tasse siano ridotte il più possibile o anche eliminate”. A questo si aggiunge il programma elettorale, intitolato “100 misure di urgenza”: si propone l’eliminazione dell’assistenza sanitaria agli immigranti illegali, la cancellazione dei sussidi sociali e dell’applicazione dell’aborto negli ospedali, l’approvazione della legge di violenza di genere e la sospensione dello spazio Schengen. Ma non finisce qui, propugnano la difesa della “sovranità nazionale” dall’ingerenza di Bruxelles e il blocco all’arrivo dell’immigrazione illegale. Vogliono chiudere le moschee ed espellere dal Paese gli imam che promuovono l’Islam fondamentalista.

venerdì 2 novembre 2018

ELEZIONI PROVINCIALI: IL PIANTO DEL GIORNO DOPO


C’è un film intitolato “L’uomo del giorno dopo” , oggi, dopo l’oscenità  delle elezioni per la presidenza della provincia assistiamo al “pianto del giorno dopo”.  
Mentre la destra plaude e improvvisa balli di gioia, nel centrosinistra sono tutti affranti, col cuore a pezzi e l’animo che stenta a ripartire.
Mi nasce spontanea una domanda: e prima a cosa pensavano? A cosa pensavano quei bravi ragazzi (e ragazze)? Che cosa hanno fatto perché quello che è successo non accadesse? 
Eppure di schiaffi in faccia ne avevamo presi tanti, ma non è bastato. 
Viene il dubbio, ma è solo un’iperbole per carità, che come successe alla repubblica spagnola nel 1936, ci sia una quinta colonna che lavora “scientificamente” per la distruzione. Non per la distruzione del PD, per quella si danno da fare a  Roma, ma per l’annichilimento di una storia politica di un intero territorio, quasi che le radici di sinistra fossero una cosa da cui emendare la provincia di Arezzo.

Ai piagnoni di oggi, che vengono fuori come funghi dopo la pioggia, dico solo che forse con un pò più di impegno, di onestà, di lealtà da parte di tutti si potevano evitare tante sconfitte nei comuni e oggi, di conseguenza, non saremmo  a discutere della provincia.
Certo la colpa, se di colpa vogliamo parlare, è di quei farabutti che hanno cambiato la preferenza nel segreto dell’urna, di chi si è astenuto, di chi ha preferito la festa di Halloween all'impegno istituzionale. Certo, sono loro i sicari, ma la storia è ben più lunga anche se nessuno e dico nessuno, se la vuol sentire raccontare.
Lo so che sono parole buttate al vento. Perché un partito che ha smesso da tempo di interrogarsi non ha bisogno di parole, come diceva qualcuno, le “parole sono pietre”. Sono pesanti e quando arrivano in testa fanno male.  
Meglio, molto meglio camminare sul filo al pari degli equilibristi per salvare se stessi e fregarsene di quello che succede intorno. Senza rendersi conto che quando la nave affonda, affoga l’intera ciurma: marinai, mozzi e capitani.
Oggi tutti indossano le gramaglie del lutto e ne hanno ben donde, ma non abbiate timore, domani,  quando si affacceranno le elezioni amministrative o più ancora quelle regionali, rindosseranno la divisa da parata e la danza macabra, che ci ha portato a questo punto, ricomincerà.
Io sono indignato, arcistufo di stare a guardare la rovina di quello che i nostri padri, i nostri nonni e prima di loro altre generazioni hanno costruito in più di un secolo di storia.  So altrettanto bene che indignarsi non serve a niente, in certi ambenti ovattati la risposta sarà sempre  –chissenefrega-. 
Ma  io lo grido lo stesso, quantomeno non avrò sulla coscienza il peccato di omissione.
Un’ultima cosa smettiamola di piangere e ricominciamo sorridere, ma non tra noi, in mezzo alla gente.  
Paolo Brandi

mercoledì 31 ottobre 2018

RIPARTIRE DAI PIÙ DEBOLI. LA LEZIONE DI ROSSANA E BETO VALE ANCHE PER LE AMMINISTRATIVE DEL 2019


Rossana Rossanda in un’intervista ha detto: "Colpa nostra se vince Salvini, la sinistra ha deluso le speranze" ed ha aggiunto “milioni di persone votavano a sinistra perché nel suo DNA c’era la difesa dei più deboli. Questo non lo pensa più nessuno”.
Già m’immagino qualche commento: “roba antica, da una signora di 94 anni, con tutto il rispetto, non ci si può aspettare che nostalgie e vecchi ricordi. Oggi quello che conta non è quello che fai, ma quello che dici e soprattutto come lo dici.”  Forse non è proprio così se Beto O’Rourke, considerato l’astro nascente dei democratici americani, ha affermato, riguardo al suo avversario repubblicano “Cruz è ricco, pensa ai soldi. Si preoccupa di difendere chi ha i soldi come lui. Io invece mi occupo di tutti, anche di chi è in difficoltà. Questa è la principale differenza tra me e lui”.
Due punti di vista lontani? Non mi pare. Eppure quella signora è nata nel 1924 e Beto nel 1972.  Tra loro c’è quasi mezzo secolo di differenza. Eppure sostengono più o meno la stessa cosa a dimostrazione che i valori non invecchiano.

Il problema è che la sinistra italiana lacerata tra un’identità incerta, quella del PD, e un estremismo a tratti autolesionista, non è più in grado di esprimere valori. Ha perso la capacità di elaborare quelli che Berlinguer chiamava “pensieri lungi”, in grado di guardare oltre l’orizzonte per indicare la strada. Al loro posto il vuoto mascherato da un diluvio di parole, un’alluvione di banalità che alla fine ha rotto gli argini travolgendo tutto dall'alto al basso, imprigionando in una palude di piccole rivalse, personalismi e  ripicche anche la politica locale.   
Veniamo alle nostre questioni locali. Anche qui come in larga parte della Toscana abbiamo perso parecchio, bruciando, senza vergogna, un patrimonio di voti, pensieri e passioni. Le prossime elezioni amministrative saranno come la linea del Piave. Se reggiamo, possiamo sperare di andare vanti, se l’avversario sfonda, rischia di dilagare. Tuttavia non si regge all'offensiva facendo appello ai buoni sentimenti, al “volemose bene”. I fanti italiani ressero alle armate austroungariche perché, oltre al sentimento patriottico, possedevano cannoni e mitraglie.
I nostri cannoni non sono d’acciaio, stanno tutti dentro la nostra testa e si chiamano idee. Per esempio è ora di farla finita di piangere sul fatto che i comuni non possono fare niente, stretti tra le richieste dei cittadini e la scarsità delle risorse.  E’ nelle difficoltà che si misura il talento di un amministratore. Ci vogliono programmi e insieme a questi ultimi sono necessari uomini e donne credibili.
Ripartiamo da quello che la vecchia Rossana e il giovane Beto dicono. “dalla difesa dei più deboli”. Non è difficile, basta volerlo fare. Sociale, ambiente, sicurezza, lavoro sono tutte questioni che riguardano i meno garantiti perché i ricchi non ne hanno bisogno.
C’è poi la questione della credibilità, qui mi dispiace dirlo ma già pronunciare il nome del PD fa calare i consensi. Non dico che sia giusto ma è così. Il PD dovrebbe imparare la lezione delle piene del Nilo nell'antico Egitto. Deve imparare a ritirarsi, recuperando la sua funzione originale, quella, come dice la costituzione di “concorrere a determinare la politica”. Concorrere è una bella parola perché lascia aperte tante opportunità di collaborazione e cooperazione con altri soggetti che non siano necessariamente i partiti. La politica, specialmente nei nostri comuni, ha necessità di rigenerarsi, un pò come avviene a una batteria che ha esaurito l’energia, deve mettersi sotto carica. 
Quando il Nilo ritornava nel suo alveo lasciava dietro di se distese di terreno fertile, allo stesso modo i partiti, tornando alla loro funzione originale, possono contribuire a far crescere una messe di nuove idee.     

Paolo Brandi

lunedì 29 ottobre 2018

I CAMPI DI STERMINIO RIDOTTI A PARCO GIOCHI. LA BANALITÀ DELL’IDIOZIA



Il 28 ottobre, anniversario della “Marcia su Roma”, si sono radunati, in quel di Predappio, qualche migliaio di fascisti, non trovo altro termine per definirli e non credo che i partecipanti lo considerino offensivo.
Non mi meraviglia che, ancor oggi, dopo quasi 100 anni, tante persone si riuniscano per celebrare quello che si può considerare l’avvio della dittatura nel nostro paese. Non mi meraviglia perché l’Italia non ha mai fatto i conti con la propria storia. Questo paese tende a digerire di tutto, un pò come accade ai biodigestori che dagli scarti organici (compreso il letame), ricavano energia.
Diciamo la verità quei conti non sono stati fatti perché il fascismo, non quello folkloristico dei fez e delle aquile sul berretto, è connaturato alla nostra storia.
L’unico che capì da subito come stavano le cose fu Gramsci che nel 1921 scrisse: “Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato”.


Ma di quella lezione non è rimasto niente e aver ignorato quest’aspetto è una delle grandi colpe dei partiti. In oltre settanta anni di Repubblica, a destra come a sinistra, si è evitata una pedagogia della democrazia preferendo invece la gestione del potere. E i risultati si toccano con mano.
Ma non è questo il punto che voglio rilevare. Quello che mi ha spinto a scrivere queste riflessioni è stata la “goliardata” di una signora, di cui per carità di patria non cito il nome, la quale si è presentata a Predappio con una maglietta con la scritta "Auschwitzland”, fatta coi caratteri della Disney e accompagnata dal disegno del campo di concentramento. Insomma il campo di sterminio trasformato a parco giochi.
La signora intervista ha risposto che trattasi di “humor nero". Che sia nero non c’è dubbio che faccia ridere è da dimostrare. Per di più alla domanda se sapesse che ad Auschwitz sono state ammazzate più di un milione di persone, ha risposto che “è stata un’esagerazione, una cosa sbagliata, dei nazisti”. Come se il problema fosse che ne hanno gassati troppi, insomma una questione di numeri e basta.
Il pericolo sta tutto lì, nel banalizzare, nel ridurre tutto a una “goliardata” infarcita di imbecillità. Ormai siamo portati a giustificare ogni cosa sulla base di un relativismo etico e storico che fa perdere di vista i valori. Tolleriamo qualunque stupidaggine in nome della leggerezza del vivere e, mi verrebbe da dire, del quieto vivere.
Tutto questo fa il paio con la perdita di autorità delle istituzioni, il declassamento della scuola, il menefreghismo imperante, in nome di una libertà che alla lunga si trasforma in sopraffazione. Attenzione, quando dico queste cose, non penso solo alla destra che cavalca antiche e nuove paure, penso anche a una parte di sinistra che, in nome di una sociologia d’accatto, scagiona ogni eccesso, compresi quelli di chi delinque e non rispetta leggi e valori della convivenza. Insomma a partire da quella maglietta immorale ci sono motivi di riflessione per tutti. 
E ora potete pure sputarmi addosso, da destra e da sinistra.

Paolo Brandi


domenica 21 ottobre 2018

POLITICA, BRUTTA PAROLA. I ROMANI CI INSEGNANO, SE POI NON VOGLIAMO IMPARARE SONO CAVOLI NOSTRI


Tutti parlano, parlano e ciarlano, ciarlano e parlano, eppure basterebbe citare alcuni brevi motti, ricavati dalla saggezza latina per capire il senso delle cose e provare a rimediare ai danni fatti:
Parvum parva decet: Le piccole preoccupazioni fanno parlare quelle grandi lasciano muti.
Smettiamo dunque di pensare che i piccoli problemi quotidiani non contino nulla di fronte al formarsi di un’opinione sociale. Fa molto più danno vedere qualcuno che non paga il biglietto su di un treno e con arroganza si ribella al controllore che cento discorsi da un palco.
Parvula despiciens conquirit maxima nunquam: Disprezzando le piccole cose non si conquistano quelle grandi.
Non è sottovalutando le cose che pesano nella vita della gente comune: le liste di attesa a un pronto soccorso, le difficoltà a pagare un mutuo, la sofferenza di non avere i denari per mandare il figlio all’asilo nido,  una pensione che non consente di pagare contemporaneamente le bollette e una visita specialistica, che si raggiungono i grandi obbiettivi. Perché, in democrazia, le spinte che arrivano dal basso sono importanti quanto le teorie dei grandi pensatori.

Parvus pendetur fur, magnus abire videtur: il piccolo ladro viene impiccato mentre il grande viene visto fuggire.
Non possiamo non considerare la sete di giusta della gente, un moto che qualcuno ha trasformato furbescamente in una rivolta disordinata. La lotta ai privilegi, alla diseguaglianza, all’opulenza che diventa spreco è nel DNA della sinistra, perché l’abbiamo persa? Cominciamo a darci delle risposte e forse troveremo la strada.  
Patria mea totus hic mundus est: La mia patria è tutto questo mondo. Questo è un concetto bello ma complicato, se non lo colleghiamo con un altro e cioè Patria est ubicumque est bene: La patria è dove si sta bene. E se dentro questi schemi che si chiamano globalizzazione, multiculturalità, la gente si sente insicura, impaurita dobbiamo capire come rimediare. Perchè altrimenti prende ragione chi vuol tornare alle piccole patrie, che è come dire andiamo fare le comparse nel palcoscenico della storia. Tuttavia non possiamo nemmeno pretendere di fare gli attori abdicando ai nostri valori, alla nostra cultura, alle nostre tradizioni.
I nostri antenati avevano capito molte cose che oggi noi tendiamo a dimenticare. Non vogliamo ragione di siffatte questioni con spirito libero e senza schemi pre-costituiti? Benissimo, “ognun per se e Dio per tutti”. Però Il pericolo l’abbiamo davanti agli occhi: quello che per rabbia, disperazione, rassegnazione o vacua speranza si affidi l'ovile pieno al lupo di montagna: Plenum montano credis ovile lupo.
Con tutto quello che ne consegue.

Paolo Brandi


domenica 7 ottobre 2018

I PROFESSIONISTI DELL’ INFORMAZIONE CHE TRASFORMANO IL RE CARNEVALE NEL RE SOLE


Se tutto si consuma in fretta, in fugaci immagini, in corbellerie spacciate per cose serie, se tutto diventa chiacchera senza memoria, la colpa non è di chi, per calcolo o incapacità, fa il buffone o lancia segnali che ricordano quelli del “caudillo Peron”.
No, signori cari, la colpa non è loro. Quelli fanno il loro mestiere, si difendono con le armi che hanno. La colpa, se vogliamo dirla tutta, è di chi, dalle grandi città alle nostre piccole comunità, non sente un moto di rigetto, la colpa è di chi, pur avendo argomenti, sta zitto, la colpa è di chi, e qui ci metto il carico da undici, pur facendo per mestiere informazione, mette sul  trono “re carnevale” facendolo passare come il Re Sole.

Il mio non vuol essere un ragionamento di parte, di esempi del deterioramento della intelligenza ne troviamo a bizzeffe a destra quanto a sinistra. Quello che mi preoccupa è il silenzio, che non è il silenzio degli innocenti ma dei colpevoli. Il silenzio in questo caso non è d’oro, il silenzio è pavidità, illusione che le cose cambino da sole. Che errore! Le cose mutano non perché a noi ripugnano, le cose cambiano, o meglio possono cambiare, solo con l’impegno, la dedizione, il lavoro. Possono cambiare se c’è passione nel fare le cose e non mero calcolo. Oggi mi sento pessimista, però, come diceva Scarlett O'Hara in “Via col vento”,
-Dopotutto, domani è un altro giorno.-
Paolo Brandi


giovedì 27 settembre 2018

PERCHÉ HO VOTATO SCHEDA BIANCA PER IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PD.


Un vecchio adagio recita “ se l’esser libero ti stanca, vota pure scheda bianca”, stavolta, per la prima volta in vita mia, non ho dato retta alle indicazioni degli antichi e ho deposto la scheda bianca nell'urna. L’ho fatto, come iscritto, per la votazione del Segretario Regionale del PD.
I motivi sono più di uno:
Il primo è che si tratta di una votazione che serve a poco, per non dire a niente.  Le elezioni “vere”, le così dette primarie aperte, quelle dove parteciperanno anche i non iscritti, ci saranno il 14 ottobre ed è lì che si sceglierà il segretario. Che la consultazione degli iscritti sia poco sentita lo dimostrano le percentuali dei votanti, un iscritto su 3, poco più del 30%, come a dire: cari dirigenti fate quel che vi pare, tanto a noi non ce ne frega niente.

Secondo perchè ritenevo che le assemblee degli iscritti, invece che diventare dei “contifici”, potessero essere usate per riaprire un dialogo con la gente sui problemi della Toscana e questo non è stato fatto. Terzo perché i programmi, o meglio le piattaforme, che i due candidati hanno presentato, sono così poveri d’idee da non consentire alcun tipo di scelta: solo titoli e niente sostanza. E’ inquietante pensare di affrontare, con quest’approssimazione, appuntamenti decisivi come le prossime amministrative e le elezioni regionali.
In ultimo credevo che occorresse ribaltare completamente la prospettiva. Ho l’impressione, ma a questo punto è più di un’impressione, che in troppi passino da una riunione all'altra, senza fermarsi a guardare quello che succede intorno. Se così non fosse un appuntamento come il congresso regionale avrebbe avuto un altro percorso.
Occorreva per prima cosa partire da un’analisi su quello che è successo in Toscana, dove abbiamo perso tutto quello che si poteva perdere, poi affrontare i bisogni della gente, comprendere le loro preoccupazioni, decifrare le loro aspettative e su questo mettere in fila i candidati e i programmi.
Invece si è fatto il contrario: prima i nomi poi si vedrà.
Detto in maniera brutale ho la sensazione che ci sia già un tentativo di accaparrarsi poltrone future, senza rendersi conto che, di questo passo, non ci sarà nemmeno uno strapuntino.
Paolo Brandi


martedì 11 settembre 2018

COSA SUCCEDEREBBE ALL’OUTLET CON LA CHIUSURA DOMENICALE?


L’argomento del giorno è l’obbligo di chiusura domenicale per le attività commerciali. Dal punto di vista dei principi il riposo settimanale non solo è sacrosanto ma è garantito dalla carta costituzionale: “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale” (articolo 36).
Ciò detto bisogna anche capire cosa accadrebbe se questa norma venisse applicata in un mondo che non ha più i bioritmi del passato. Ho fatto qualche domanda in giro e ne ho ricavato un quadro ben poco tranquillizzante.
Prendiamo ad esempio l’outlet, vien fuori che un divieto come quello che è stato anticipato produrrebbe i seguenti effetti:
Un calo del fatturato intorno al 30%, una riduzione di circa 300 posti di lavoro, una diminuzione drastica delle assunzioni stagionali, un calo considerevole dell’indotto, con conseguente perdita di reddito e ulteriori posti di lavoro. Senza considerare che ormai i grandi centri commerciali sono diventati le piazze degli anni 2000, ci si scapiterebbe oltre che economicamente anche socialmente.
Tutto sbagliato dunque proporre la chiusura domenicale?

No, perché in punta di diritto le aperture domenicali (e in altri giorni festivi) contrastano in molti casi con un altro principio costituzionale, quello che dice, riguardo alle donne lavoratrici ma potremmo estendere il concetto anche agli uomini : “Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.” (articolo 37).
È indubbio che lavorare di domenica rompe equilibri familiari e costringe a molte rinunce.
Queste questioni tuttavia non si affrontano con atti d’imperio, tanto più se si va a incidere sulla sfera di libertà d’iniziativa privata.
Non è riportando indietro le lancette dell’orologio che si risolvono i problemi ma affrontandoli con una prospettiva diversa che tenga insieme diritti e occupazione, libertà e autonomia.

mercoledì 22 agosto 2018

INVECE CHE FESTE DELL'UNITA' CHIAMIAMOLE FESTE DELL'UMILTA'


Diceva Albert O. Hirschman che "non c'è peggior categoria di politici di coloro che credono di sapere sempre come stanno le cose, senza bisogno di confrontarsi con chi non la pensa come loro poiché, oltre ad aver la mente chiusa al dubbio e all'apprendimento, hanno la supponenza di chi non ha nulla da imparare".
Quelle parole mi risuonano in testa come una campana a lutto. Quanta ragione e quanta difficoltà nell'applicare quella dote che si chiama Umiltà. Umiltà nello smettere di pensare che ragione e verità stiano da una parte sola, umiltà come servizio nel mettere se stessi e le proprie azioni a disposizione degli altri.
E’ un esercizio difficile lo so, basta vedere come l’agire politico che, per sua natura, dovrebbe essere finalizzato al bene comune, e dunque non avere bisogno di esaltazioni su face book, instagram e chi più ne ha più ne metta, diventi sempre più spesso spettacolo per coprire il vuoto d’idee e proposte.
Dobbiamo scendere dal piedistallo e tornare a immergerci nella vita reale delle persone: quelle che prendono il treno dei pendolari, quelle che fanno la fila allo sportello ella USL, quelle che vanno nei supermercati  a fare la spesa, quelle che arrivavano a stento a fine mese, quelle che pagano il 47% del proprio reddito in tasse, quelle che non capiscono perchè la bolletta del gas costa più di tasse che di consumi. L’elenco potrebbe continuare a lungo: lotta ai privilegi, prezzo dei libri scolastici, tasse universitarie, rette degli asili nido e delle case di riposo ma non voglio tediarvi. Umiltà e dedizione due vocaboli che sembrano scomparsi dal nostro vocabolario politico e che invece vanno rimessi al centro.
Una proposta: per un anno, due e forse anche tre invece le Feste dell'Unità chiamiamole feste dell'Umiltà.
Paolo Brandi

martedì 14 agosto 2018

DITE PURE CHE SONO RAZZISTA…..

Posso essere accusato di molte nefandezze ma non di essere razzista, non credo che esistano razze, ma uomini e ritengo che le persone debbano essere giudicate non dal colore della pelle, ma dai comportamenti.
Per questo mi è difficile parlare di certe cose, il rischio di essere frainteso è grande. Accetto l’azzardo e dico le cose che penso.
Lo spunto me l’ha dato la vicenda della capotreno che al microfono avrebbe detto: «I passeggeri sono pregati di non dare monete ai molestatori. Scendete perché avete rotto. E nemmeno agli zingari: scendete alla prossima fermata, perché avete rotto i c...».
Apriti cielo e spalancati terra, sono partire accuse di razzismo, xenofobia, richiami all’apartheid e chi più ne ha, più ne metta.
La capotreno ha sbagliato e quindi non è, come dice qualcuno, meritevole di un premio. Certe cose, in questo paese, si possono pensare ma non urlare a un microfono, specie se si è dipendenti di un servizio pubblico.
Nonostante questo non credo che si tratti di razzismo, è questo lo sbaglio che una parte dell’intellighenzia (di sinistra) di questo paese continua a fare.  
Parliamoci chiaro, c’è una fetta di Italia che è razzista, che ritiene che i bianchi siano stati creati per comandare e i neri per servire. Salvo poi, quando arrivano gli sceicchi pieni di soldi e o i dittatori africani carichi d’oro, mettersi proni in attesa della mancia, ma così va il mondo.
Il caso della capotreno è diverso, il suo non è razzismo, è esasperazione.
La stessa esasperazione che ha portato tante persone, anche nella nostra Toscana, a votare per la Lega.

giovedì 21 giugno 2018

PAROLE CHIARE SU IMMIGRAZIONE E DISUGUAGLIANZA


E’ certo che le “politiche” del ministro Salvini su migranti e rom raccolgano un largo consenso. Le ragioni sono diverse: esiste in una parte della nostra gente, una disposizione al razzismo. Una disposizione alimenta da pregiudizi ma anche da comportamenti irrispettosi che alcuni migranti hanno nei confronti del vivere civile. C’è poi un tabù antico verso gli “zingari”, un preconcetto che nasce dalla diffidenza degli stanziali nei confronti dei nomadi ma che trova spiegazione in atteggiamenti come l’accattonaggio, i borseggi, i furti.
Sia chiaro, non dico di esser d’accordo, dico che questo spirito da apartheid nella testa della gente esiste ed è duro da estirpare, per fortuna riguarda una minoranza.
C’è poi la paura dettata dall'insicurezza.  Pur non essendo vero che tutti i migranti sono delinquenti, è altrettanto vero che i numeri sono impietosi.
 
Al 1 gennaio 2016 le persone nate all’estero ma residenti in Italia rappresentavano l’8,3% del totale della popolazione, mentre sfioravano il 27% nella popolazione carceraria. Le ragioni sono tante ma anche spiegandole, difficilmente, riusciremo a convincere le persone spaventate perché la notte non possono passeggiare tranquillamente, oppure le donne che subiscono molestie se attraversano un parco cittadino.
C’è poi un terzo elemento, a mio avviso il più forte di tutti, che porta acqua al mulino dell’intolleranza.  
Si chiama disagio economico e allora per combattere il populismo non bisogna diventare populisti ma aggredire le cause che lo generano.  
In questo paese la gente soffre di una crescente diseguaglianza. 
Da una parte lavori precari, contratti bloccati, stipendi bassi, scarsa mobilità sociale, fisco esoso, burocrazia alle stelle, dall’altra un pezzo di società che si arricchisce sempre di più, infischiandosene di tutto e di tutti.
In questa situazione è logico che gli animi si esasperino. Chi non può pagare l’asilo nido si arrabbia col figlio del migrante, chi non ha casa s’infuria se si vede scavalcato nella graduatoria delle case popolari da uno straniero, chi non ha un lavoro e vive di precariato  diventa idrofobo  se vede spendere miliardi per l’accoglienza. E di esempi se ne potrebbe fare molti altri. A fronte di questa situazione la sinistra ha perso la bussola, lasciando in mano ai demagoghi il tema della lotta alla disuguaglianza e ai privilegi. 
E’ dura recuperare lo svantaggio ma non impossibile.  In primo luogo occorre spogliarsi di una veste troppo stretta che ci siamo cuciti addosso. Ci vuole più umiltà, più capacità di ascolto, ci vuole più popolo e meno élite. Bisogna scegliere da che parte stare: con i grandi gruppi industriali e finanziari o con la gente comune?
Proviamo a dare una risposta e forse daremo una svolta al nostro futuro.  

Paolo Brandi

giovedì 17 maggio 2018

Discussioni da Bar: I PIFFERAI MAGICI E LE COLPE DEL PD


“Se non si comportano bene mandiamo a casa anche questi…” è stato il lapidario commento di una signora al bar mentre un uomo ben vestito leggeva ad alta voce i punti del contratto tra 5 stelle e Lega, ricavati dalla prima pagina di un giornale.
In quell’affermazione c’è un condensato di tutto quello che è accaduto negli ultimi anni di vita politica in Italia: la delusione palpabile per quelli che c’erano prima. La mobilità dell’elettorato, una persona che parla così in passato ha votato Berlusconi e poi il Pd e l’ultima volta forse i 5 stelle. Sempre con l’idea di cambiare in meglio.
Ma cos'è il meglio? Per quella signora il meglio, ne sono convinto, è fatto di cose semplici: sentirsi più sicura quando cammina per strada, non assistere alle ruberie, avere uno stipendio o una pensione dignitosi, una sanità che funziona, un posto di lavoro per il figlio. Cose normali in un paese normale.
E qui sta la colpa, l’immensa responsabilità di chi fino ad oggi ha governato: aver costretto quella signora e con lei milioni di altre persone, a seguire, più per disperazione che convinzione, i pifferai magici che promettono tutto e il contrario di tutto.

Perché lo capisce anche un bambino che non è possibile ridurre le tasse e dare il reddito di cittadinanza, chiedere alla BCE di rinunciare al debito con l’Italia e nel frattempo sostenere l’uscita dall’Euro.
A questo punto giacché, come io credo, tante promesse saranno mancate, toccherà a qualcun altro dare risposte ai bisogni di quella donna.

mercoledì 7 marzo 2018

“MUOIA SANSONE CON TUTTI I FILISTEI” IO NON CI STO. LA LETTERA DI LUIGI DI MAIO E IL RUOLO DEL PD.



Su Repubblica del 7 marzo è stata pubblicata una lettera di Luigi di Maio che si presta a più di una riflessione.
La politica e i casi della vita mi hanno reso sospettoso ed ho la tendenza a trovare più strumentalità che buona fede nelle parole di chi mi sta davanti, specialmente se si tratta di un politico.
Questo per dire che le parole del rappresentante dei 5 stelle non mi incantano, però ho imparato anche che bisogna dividere il grano dalla pula e trovare sempre il buono nelle cose.

Se smontiamo la lettera nei suoi punti principali, trovo alcune argomentazioni condivisibili. Non fraintendetemi, questo non vuol dire che sono di quelli che montano sul carro del vincitore, anche perché non mi farebbero salire, significa che ritrovo nella lettera alcuni ragionamenti che da tempo sostengo.
Vediamo un po’.
  • ·         Anche io sono convinto che il 4 marzo rappresenti uno spartiacque, nel senso che nulla potrà essere come prima. Aggiungo che l’antipolitica che diventa politica è un fatto del tutto inedito e che costringe a una riflessione sui nuovi modelli comunicativi, sull'organizzazione, sulla capacità di ascoltare i messaggi che arrivano dalla gente.
  • ·         E’ vero come dice di Maio che i cittadini “hanno votato per mettere al centro i temi che vivono nella propria quotidianità e per migliorare la propria qualità di vita. La narrazione del “va tutto bene” non ha retto di fronte alla realtà vissuta dagli italiani”.
  • ·         E’ vero che le priorità sono lotta all'iniquità, l’affermazione della sicurezza come diritto e la riduzione della disoccupazione. Tutte cose che appartenevano e appartengono in buona misura al patrimonio della sinistra. A questi argomenti occorre aggiungerne altri che di Maio non cita: la scuola, l’ innovazione, la ricerca e una tassazione equa.
  • ·         Concordo che la politica debba eliminare sprechi, privilegi, conflitti d’interesse, voltagabbana e tutto l’armamentario che conosciamo.


martedì 13 febbraio 2018

L’ITALIA NON E’ ANTIFASCISTA PER CONVINZIONE MA PER CONVENIENZA



Man mano che si avvicinano elezioni ci si riscopre antifascisti. Cioè non tutti, una parte.
Perché gli altri, pur non dichiarandosi, strizzano l’occhio ai fascisti.
Ma non a quelli col fez in testa e l’aquila sul berretto, che oggi farebbero ridere.
Strizzano l’occhio all’anima nera che in questo paese non è mai trasmigrata come si dice accada alle anime dei morti.
E quando dico “anima nera”, non intendo un’anima lorda di peccati, mi riferisco solo al colore politico. 
Più passa il tempo e più mi convinco che l’Italia è, ed è stata, nella sua stragrande maggioranza antifascista per convenienza ma non per intima convinzione.
Non parlo ovviamente del fascismo storico, nessuno con un po’ di sale nella zucca, potrebbe pensare oggi a una riedizione delle parate sui fori imperiali o alla battaglia del grano.
Il fascismo con il quale ci troviamo a fare i conti, pur nutrendosi ancora di saluti romani e del gusto ubriacante della nostalgia è un’altra cosa.
Molto più semplicemente è un distillato di sentimenti diffusi tra la nostra gente.
Perché non è vero che l’Italia non è un paese razzista, lo siamo tutti, più meno.
Perché non è vero che l’Italia è una pese accogliente, lo è per chi ha soldi ma non per i poveracci.
Perché non è vero che la violenza è disdegnata, tutt’altro.
Perché non è vero che l’Italia è un paese che cresce.
Gli indicatori economici sono bugiardi.
Ricordate Trilussa?
“da li conti che se fanno
seconno le statistiche d'adesso
risurta che te tocca un pollo all'anno:
e, se nun entra nelle spese tue,
t'entra ne la statistica lo stesso
perch’è c'è un antro che ne magna due”.

Ed io aggiungo ci sarà anche più PIL ma gli stipendi rimangono bassi, le tasse alte, la sanità si paga, scarse le prospettive per i giovani , le periferie degradate e le case popolari non ci sono.
In tutto questo la sinistra sembra aver smarrito la sua ragion d’essere.

sabato 13 gennaio 2018

PER ORA METTIAMO A RISCHIO LE POLITICHE. TRA UN PO’ AD AREZZO TOCCHERÀ AI COMUNI. E DOPO E’ INUTILE PIANGERE SUL LATTE VERSATO



“Nomen omen” è una locuzione latina che grossomodo significa "il destino nel nome". Mi è venuta in mente quando ho letto che i delegati di Liberi e Uguali della Lombardia avevano deciso di dire no al candidato del Pd stabilendo di correre da soli con Onorio Rosati per la presidenza della Regione.
Onorio è un nome piuttosto inconsueto che rimanda Onorio imperatore, conosciuto perché durante il suo regno i Visigoti saccheggiarono Roma. Un fatto considerato epocale, tanto che S. Agostino nel “De Civitate Dei”, lo vide come un segno della prossima fine del mondo.
Non voglio esagerare: Il fatto che Onorio sia candidato alla Presidenza della Regione Lombardia non vuol dire che si avvicini l’Apocalisse, però avvicina ancor di più, se mai ce ne fosse stato bisogno, la disintegrazione di una prospettiva di centrosinistra in Italia.
Per questo avverto crescere in me lo stesso sentimento di rabbia e impotenza che già avevo sentito affiorare quando, in vista delle ormai prossime politiche, non è stato possibile costruire un’alleanza tra PD e Liberi e Uguali. Sancendo, di fatto, la sconfitta in molti collegi uninominali.
Tutto questo mentre la destra è in difficoltà in Lombardia e si presenta unita alle prossime elezioni politiche: laddove si può tentare di vincere non ci si allea, dove c’è il rischio che la destra prevalga si decide di non fare muro. 
Come diceva l’ambasciatore di Serse agli Spartani nel film 300: “questa è blasfemia, questa è pazzia”.

Il gruppo dirigente del Pd porta diverse responsabilità nella frattura che si è creata a sinistra, quando una parte del tuo partito se ne va, non puoi trattarla con sufficienza come fossero dei “vecchi rimbambiti”.  E non puoi, davanti ad una domanda precisa sugli scenari dire, più o meno, che Liberi e Uguali equivalgono a Forza Italia.
Come ho già detto, spettava a Renzi, non a Fassino fare un atto di umiltà, cioè chiedere un confronto sui temi che stanno a cuore a milioni di persone. Perché non è vero che la gente ormai pensa solo ai cazzi propri, lo sapete perché ci pensa? Perché non vede altre soluzioni. E se va a votare, ci va con la rabbia in corpo, il voto ormai non è più una scelta di speranza ma un segnale di disperazione.
Dalla parte, quella della sinistra pura, che sceglie di correre da sola, mi pare prevalga un “cupio dissolvi”, un desiderio di morire che rimanda a un libro pensato in tutt’altro contesto e intitolato “a cercar la bella morte”.

lunedì 8 gennaio 2018

ASPETTIAMO ANCORA A ROMA COME AD AREZZO…. (RIFLESSIONI MEDIOCRI SU ARGOMENTI IMPORTANTI)


Mi scuso in anticipo per la mediocrità delle mie riflessioni, però, per quanto siano banali, in pochi hanno il coraggio di sputarle fuori. 
Il rifiorito centrodestra si presenta in maniera unitaria difronte agli elettori, nonostante le notevoli differenze nei progetti e nella prospettiva politica, dando così l’idea di un fronte compatto.
Il centrosinistra invece si appresta ad appendersi come Giuda all’albero delle proprie contraddizioni.
Quello che più colpisce in tutta questa vicenda è l’insensibilità di tanti protagonisti, alle sorti della sinistra italiana. Con queste elezioni, qualcuno forse non l’ha capito (o l’ha capito fin troppo bene e ci gode), si rischia di affondare una storia più che centenaria ma non di costruirne un’altra.
Ho la sensazione che per parecchi, valga il detto “fammi strada che poi ti precedo”.
Si sale nel treno della politica solo per se stessi e nulla più. Nelle giuste dosi l’ambizione è una bella cosa ma diventa tossica quando si eccede.
Ognuno, a sinistra, coltiva il proprio orticello sperando in chissà quale raccolto, senza pensare che se arriverà la tempesta e i segnali son quelli, quest’ultima travolgerà tutti senza guardare in faccia a nessuno.
La cosa più brutta è che non si fa nemmeno uno sforzo per porre rimedio.
La mediazione di Fassino era patetica. Ci voleva uno scatto di orgoglio e di umiltà da parte del segretario del PD: perché chi è più grande ha più responsabilità.

Doveva essere lui a convocare le anime della sinistra e chiedere conto di quello che stava accadendo. Mettere ognuno (lui compreso) di fronte alle proprie responsabilità. E pensare che alcune proposte che vengono dal PD e da Liberi e Uguali meritano interesse, mi riferisco alla diminuzione del cuneo fiscale, al rimettere al centro la scuola, al tema del precariato.  Non credo che sia impossibile trovare dei punti di contatto che ridiano fiato a una proposta politica.
Però sarebbe opportuno mettere il silenziatore a qualche evirato cantore: ma si crede davvero che la priorità, in questo benedetto paese, sia l’abolizione del canone RAI?
Ben altre sono le questioni: il lavoro, la sanità, l’immigrazione, l’ambiente, le disuguaglianze. Perché potrà pure aumentare la ricchezza nazionale, ma se ne godono in pochi aumentano i problemi. Queste sono le cose che la sinistra deve affrontare, altrimenti che ci stiamo a fare?

martedì 11 luglio 2017

LEGGI CONTRO LA PROPAGANDA FASCISTA? PANNICELLI CALDI PER NASCONDERE UNA CRISI POLITICA A ROMA E NEL NOSTRO PICCOLO A CASTIGLIONI

Si torna a parlare di proposte di legge contro la propaganda nazifascista, e se ne torna a parlare dopo settantadue anni dalla fine della seconda guerra mondiale.
Evidentemente c’è un motivo. Il motivo è semplice: da qualche anno (e non da ora) si assiste a un profluvio di propaganda “nazi” sui social, a curve degli stadi imbottite di svastiche e rune, a slogan e braccia tese nel saluto romano in occasione di ricorrenze storiche.  Oltre, ovviamente, alla solita oggettistica accendini col fascio, busti del Duce e manganelli con l’immancabile scritta “me ne frego”.
Questa recrudescenza, amplificata a dismisura da internet, ha indotto alcuni parlamentari a presentare  un disegno di legge intitolato “ Introduzione dell’articolo 293-bis del codice penale, concernente il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista”.
Diciamo subito che il provvedimento ci sconcerta. Perché quando c’è necessità di una legge per rispondere a un fenomeno politico vuol dire che si è impotenti su altri fronti.
A noi non piacciono le leggi che mettono sotto torchio le idee, per quanto quelle idee possano essere aberranti e politicamente oscene. Non ci piacciono perché sono il segnale di un fallimento. Il fallimento è quello che dopo settanta anni si è costretti a intervenire con provvedimenti coercitivi per combattere la diffusione della propaganda nazi-fascista nel nostro paese.

La stessa cosa non avviene in Germania che pure è stata la culla dell’hitlerismo, la stessa cosa non avviene in Spagna con il franchismo, la stessa cosa non avviene in Portogallo con il Salazarismo. Qual è il motivo di questa differenza di approccio ai fascismi?
Nessuno si pone questa domanda, perché è una domanda importuna. La verità è che da noi non si è mai fatto i conti con il fascismo. Non si è voluto riconoscere che faceva parte della nostra storia e che la sua natura era connaturata a larga parte del popolo italiano. Se oggi un Mussolini redivivo (quello vero non qualche suo pallido imitatore) si presentasse alle elezioni raccoglierebbe percentuali a due cifre.
Da dove nasce l’amore per l’uomo forte?  

venerdì 3 febbraio 2017

CASTIGLIONI ARRENDERSI, PERIRE O COMBATTERE?

C’eravamo riproposti di parlare il minimo indispensabile di questioni locali, francamente delle baruffe in Consiglio Comunale, ancorché offerte in streaming, o delle facezie, più o meno intelligenti, che trapelano dalle  interviste ne facciamo volentieri a meno.
Non per supponenza ma perché altri, per ruolo politico e istituzionale, sarebbero più di noi deputati a farlo.
In questo momento ci piace molto di più il posto in platea e proprio perché semplici spettatori ci concediamo il lusso di valutare la rappresentazione e, se qualcuno si offende per i nostri appunti, ci duole ma non possiamo farci niente.

Dal punto dove siamo seduti appare, ma può essere un problema di prospettiva, che a Castiglioni il ruolo dell’opposizione sia relegato ai margini e questo non per l’impegno dei Consiglieri che, ne siamo convinti, ce la mettono tutta, ma perché la politica, anche quella locale, ha cambiato pelle, dimensione, ruolo, impostazione.
Non si gioca più nell'austera aula del Consiglio Comunale, da qualche tempo trasformata, come disse qualcuno “in bivacco per i miei manipoli”, ma nei comunicati stampa, nelle immagini che rimbalzano dai social, nel presenzialismo esasperato fino al parossismo, nella battuta o, se preferite, nella cazzata assurta a verità, tanto chi va a verificare? Di notte tutte le vacche sono bigie.  
La gente comune presa da problemi ben più pressanti fa un ragionamento facile, facile: ”Vi ho votato, fate il vostro dovere, poi alla fine giudicherò”.