Visualizzazione post con etichetta Crescita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Crescita. Mostra tutti i post

martedì 11 settembre 2018

COSA SUCCEDEREBBE ALL’OUTLET CON LA CHIUSURA DOMENICALE?


L’argomento del giorno è l’obbligo di chiusura domenicale per le attività commerciali. Dal punto di vista dei principi il riposo settimanale non solo è sacrosanto ma è garantito dalla carta costituzionale: “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale” (articolo 36).
Ciò detto bisogna anche capire cosa accadrebbe se questa norma venisse applicata in un mondo che non ha più i bioritmi del passato. Ho fatto qualche domanda in giro e ne ho ricavato un quadro ben poco tranquillizzante.
Prendiamo ad esempio l’outlet, vien fuori che un divieto come quello che è stato anticipato produrrebbe i seguenti effetti:
Un calo del fatturato intorno al 30%, una riduzione di circa 300 posti di lavoro, una diminuzione drastica delle assunzioni stagionali, un calo considerevole dell’indotto, con conseguente perdita di reddito e ulteriori posti di lavoro. Senza considerare che ormai i grandi centri commerciali sono diventati le piazze degli anni 2000, ci si scapiterebbe oltre che economicamente anche socialmente.
Tutto sbagliato dunque proporre la chiusura domenicale?

No, perché in punta di diritto le aperture domenicali (e in altri giorni festivi) contrastano in molti casi con un altro principio costituzionale, quello che dice, riguardo alle donne lavoratrici ma potremmo estendere il concetto anche agli uomini : “Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.” (articolo 37).
È indubbio che lavorare di domenica rompe equilibri familiari e costringe a molte rinunce.
Queste questioni tuttavia non si affrontano con atti d’imperio, tanto più se si va a incidere sulla sfera di libertà d’iniziativa privata.
Non è riportando indietro le lancette dell’orologio che si risolvono i problemi ma affrontandoli con una prospettiva diversa che tenga insieme diritti e occupazione, libertà e autonomia.

venerdì 13 aprile 2018

UNA PETIZIONE CONTRO LA VIOLENZA SUGLI INSEGNANTI


Ho recentemente firmato la petizione al Presidente della Repubblica per sostenere una legge contro la violenza sugli insegnanti. https://www.change.org/p/sergio-mattarella-vogliamo-una-legge-contro-la-violenza-sugli-insegnanti

L’ho fatto per essere coerente con le cose che ho sempre detto e scritto e cioè che questo paese non ha futuro senza regole certe e senza una scuola in grado di funzionare.

I fatti di violenza di cui abbiamo letto in questi ultimi tempi: insegnati presi a pugni, vilipesi, feriti sono di una gravità assoluta ma altrettanto grave è aver abbandonato la scuola al suo destino. E qui la politica ha colpe gravissime.

Insegnanti sotto pagati, senza prestigio sociale, privi di autorità, edifici in degrado, assenza di tecnologie e strumenti didattici. E pensare che tutti sostengono che la formazione è alla base della crescita, non solo di quella civile, ma anche di quella economica.

Invece da noi, contrariamente a quello che accade nel resto d’Europa, si fa il contrario, si sminuisce il valore della scuola e così facendo la figura del professore e del maestro diventa il bersaglio per ragazzi che non hanno voglia di studiare e per  genitori che sono diventati i sindacalisti dei figli”.

E’ uno schifo che un ragazzo bocciato sia “salvato” da una sentenza della magistratura amministrativa per un mero errore formale, è uno schifo che un maestro o un professore si ritrovino coinvolti in situazioni violente da parte di alunni e genitori.
Per questo serve una legge che rafforzi la figura dell’insegnante quale pubblico ufficiale, che inasprisca le pene laddove ci sono episodi di violenza, che tuteli la libertà d’insegnamento e restituisca agli insegnanti un ruolo di primo piano.
Per questo ho firmato

lunedì 16 gennaio 2017

CONSIDERAZIONI IN LIBERTÀ' SULL' INTERVISTA DI RENZI

L’intervista di Matteo #Renzi al giornale La #Repubblica è interessante e istruttiva, soprattutto perché più che offrire soluzioni indica problemi. Problemi che ovviamente attendono di essere affrontati, ma già il fatto che siano messi sopra il tavolo, dopo un periodo in cui sembrava di vivere nel paese delle meraviglie, è già qualcosa.
Il primo punto è che dopo tanto rottamare si torna a parlare di tenere insieme tradizione e futuro. Chi non potrebbe essere d’accordo? Rimanendo legati al passato si rischia di perdere i treni ma anche prendendo le carrozze al volo, c’è il pericolo di finire stritolati sotto le ruote.

Si tratterebbe di capire che cosa siano questa tradizione e questo futuro. E qui si entra nella seconda parte del ragionamento renziano, e cioè la necessità di un approccio che non sia solo mediatico, internettiano ma anche culturale. Con la fatica che questo comporta.  Ridefinire i confini della sinistra è operazione complessa in un mondo, dove il lavoro non è più quello di un tempo, i rapporti sociali sono cambiati e le attese si sono modificate. Dove l’economia s’intreccia con la tecnologia, la sociologia si sposa con la cibernetica e la storia e la filosofia, quella filosofia tanto bistrattata dai futurologhi, riprendono il ruolo che gli spetta per approfondire la comprensione del mondo.

giovedì 15 dicembre 2016

MODERNIZZARE PER FARE COSA?

Modernizzare è una parola che si presta a molte interpretazioni per questo non è sufficiente per vestire di panni nuovi un programma di governo.  Nella storia ci sono stati innovatoti, modernizzatori, rivoluzionari che hanno provocato grandi danni per cui la cautela in questi casi è d’obbligo.  
Ma soprattutto quando si parla di modernizzare occorre avere lucidità sugli obbiettivi che si vogliono raggiungere.

Per esempio un partito che si definisce riformatore e progressista deve metter al centro della sua azione uno sviluppo regolato, rispettoso dell’ambiente e della dignità del lavoro. Non è chiedere troppo è chiedere il minimo.

mercoledì 23 novembre 2016

PUNITO IL VENDITORE DI MERENDINE

In una scuola di Moncalieri (TO), un alunno è stato sospeso perché vendeva snack e merendine ai compagni di studi. In questa sua attività il ragazzo ha mostrato una notevole capacità imprenditoriale, infatti, sondava i prezzi migliori nei supermercati, e attraverso Whatsapp monitorava i gusti della clientela. Tanto per fare un esempio, il giovane imprenditore pagava gli snack 30 centesimi, li rivendeva a 50 mentre al distributore automatico della scuola costavano un euro. Margini minimi ma tutti erano contenti.

Tutti meno che le autorità, perché essere troppo intraprendenti, può diventare un rogna perché, come spiega il preside della scuola, “è un problema di legalità. La scuola, insieme ai saperi, alle conoscenze, alle abilità, deve anche insegnare a questi ragazzi a essere cittadini e dunque a rispettare le legge”».
Noi siamo rispettosi della legge, però, francamente, non ce la sentiamo di condannare un ragazzo che s'ingegna a fare qualche soldo vendendo merendine. Sarebbe stato parecchio peggio se avesse venduto anfetamine, coca o coltelli a serramanico.
Ancora una volta riaffiora un vecchio vizio italico, quello per cui, per fare qualunque cosa, ci vogliono licenze, timbri, marche da bollo e senza questi pezzi di carta si va incontro a una censura o anche peggio.

giovedì 3 novembre 2016

QUALCHE IDEA PER IL FUTURO DELLA VALDICHIANA, A PARTIRE DAL SIGARO.

In Valdichiana si discute troppo poco del futuro. Il cono d’ombra maggiore è dato dall'assenza di una strategia politico-amministrativa in grado di ridare una prospettiva alla nostra vallata.  
La crisi ha lasciato un’eredità pesante: imprese chiuse, altre ridimensionate, aumento della disoccupazione, scarse possibilità per i giovani. E’ pur vero che esistono punte di eccellenza, ma non bastano a compensare quello che si è perso.
Da quanto tempo manca una riflessione, sia a destra sia a sinistra, sul destino della Valdichiana?

Al di là della retorica su agricoltura di qualità, biologico, turismo, servizi avanzati si avverte pesante il vuoto di idee. Che fare? Di fronte a questa domanda in parecchi scuotono la testa.