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giovedì 28 febbraio 2019

HA RAGIONE GIACHETTI: A ROMA COME AD AREZZO CI VUOLE CHIAREZZA


Del pensiero di Roberto Giachetti non condivido molto, di lui però apprezzo quel tipo di coerenza che fece dire a Bernard Berenson: “La coerenza richiede di ignorare oggi come si ignorava un anno fa”. 
Concordo però con lui quando esclude la possibilità di una segreteria unitaria per guidare il Pd.
Bravo Roberto!    
Non se ne può più del “volemose bene” per forza, non serve una mano di biacca per nascondere le crepe. La verità è che dentro il PD convivono idee politiche, scelte culturali, prospettive molto diverse da loro.
Fino a oggi come hanno fatto a convivere? Prima c’erano i “padri nobili” che, in virtù della loro storia e della loro autorevolezza, tenevano insieme la famiglia, poi è arrivato il cemento del potere, gestito alla maniera degli stati feudali. Tuttavia, quando le sconfitte hanno messo il re a nudo, è successo come in Jugoslavia: è scomparso lo stato e sono venute fuori le piccole patrie.  

Detto questo che succede dalle nostre parti? La scelta per rimettere in carreggiata un partito provinciale provato da sconfitte storiche, disorganizzazione e perdita di peso è stata quella di un triumvirato dove ai due uomini (io averi preferito anche qualche donna) indicati dalle aree politiche, si è aggiunto il regionale. Una scelta inevitabile, quasi obbligata, ma che serve solo a rinviare i problemi.

venerdì 2 novembre 2018

ELEZIONI PROVINCIALI: IL PIANTO DEL GIORNO DOPO


C’è un film intitolato “L’uomo del giorno dopo” , oggi, dopo l’oscenità  delle elezioni per la presidenza della provincia assistiamo al “pianto del giorno dopo”.  
Mentre la destra plaude e improvvisa balli di gioia, nel centrosinistra sono tutti affranti, col cuore a pezzi e l’animo che stenta a ripartire.
Mi nasce spontanea una domanda: e prima a cosa pensavano? A cosa pensavano quei bravi ragazzi (e ragazze)? Che cosa hanno fatto perché quello che è successo non accadesse? 
Eppure di schiaffi in faccia ne avevamo presi tanti, ma non è bastato. 
Viene il dubbio, ma è solo un’iperbole per carità, che come successe alla repubblica spagnola nel 1936, ci sia una quinta colonna che lavora “scientificamente” per la distruzione. Non per la distruzione del PD, per quella si danno da fare a  Roma, ma per l’annichilimento di una storia politica di un intero territorio, quasi che le radici di sinistra fossero una cosa da cui emendare la provincia di Arezzo.

Ai piagnoni di oggi, che vengono fuori come funghi dopo la pioggia, dico solo che forse con un pò più di impegno, di onestà, di lealtà da parte di tutti si potevano evitare tante sconfitte nei comuni e oggi, di conseguenza, non saremmo  a discutere della provincia.
Certo la colpa, se di colpa vogliamo parlare, è di quei farabutti che hanno cambiato la preferenza nel segreto dell’urna, di chi si è astenuto, di chi ha preferito la festa di Halloween all'impegno istituzionale. Certo, sono loro i sicari, ma la storia è ben più lunga anche se nessuno e dico nessuno, se la vuol sentire raccontare.
Lo so che sono parole buttate al vento. Perché un partito che ha smesso da tempo di interrogarsi non ha bisogno di parole, come diceva qualcuno, le “parole sono pietre”. Sono pesanti e quando arrivano in testa fanno male.  
Meglio, molto meglio camminare sul filo al pari degli equilibristi per salvare se stessi e fregarsene di quello che succede intorno. Senza rendersi conto che quando la nave affonda, affoga l’intera ciurma: marinai, mozzi e capitani.
Oggi tutti indossano le gramaglie del lutto e ne hanno ben donde, ma non abbiate timore, domani,  quando si affacceranno le elezioni amministrative o più ancora quelle regionali, rindosseranno la divisa da parata e la danza macabra, che ci ha portato a questo punto, ricomincerà.
Io sono indignato, arcistufo di stare a guardare la rovina di quello che i nostri padri, i nostri nonni e prima di loro altre generazioni hanno costruito in più di un secolo di storia.  So altrettanto bene che indignarsi non serve a niente, in certi ambenti ovattati la risposta sarà sempre  –chissenefrega-. 
Ma  io lo grido lo stesso, quantomeno non avrò sulla coscienza il peccato di omissione.
Un’ultima cosa smettiamola di piangere e ricominciamo sorridere, ma non tra noi, in mezzo alla gente.  
Paolo Brandi

mercoledì 31 ottobre 2018

RIPARTIRE DAI PIÙ DEBOLI. LA LEZIONE DI ROSSANA E BETO VALE ANCHE PER LE AMMINISTRATIVE DEL 2019


Rossana Rossanda in un’intervista ha detto: "Colpa nostra se vince Salvini, la sinistra ha deluso le speranze" ed ha aggiunto “milioni di persone votavano a sinistra perché nel suo DNA c’era la difesa dei più deboli. Questo non lo pensa più nessuno”.
Già m’immagino qualche commento: “roba antica, da una signora di 94 anni, con tutto il rispetto, non ci si può aspettare che nostalgie e vecchi ricordi. Oggi quello che conta non è quello che fai, ma quello che dici e soprattutto come lo dici.”  Forse non è proprio così se Beto O’Rourke, considerato l’astro nascente dei democratici americani, ha affermato, riguardo al suo avversario repubblicano “Cruz è ricco, pensa ai soldi. Si preoccupa di difendere chi ha i soldi come lui. Io invece mi occupo di tutti, anche di chi è in difficoltà. Questa è la principale differenza tra me e lui”.
Due punti di vista lontani? Non mi pare. Eppure quella signora è nata nel 1924 e Beto nel 1972.  Tra loro c’è quasi mezzo secolo di differenza. Eppure sostengono più o meno la stessa cosa a dimostrazione che i valori non invecchiano.

Il problema è che la sinistra italiana lacerata tra un’identità incerta, quella del PD, e un estremismo a tratti autolesionista, non è più in grado di esprimere valori. Ha perso la capacità di elaborare quelli che Berlinguer chiamava “pensieri lungi”, in grado di guardare oltre l’orizzonte per indicare la strada. Al loro posto il vuoto mascherato da un diluvio di parole, un’alluvione di banalità che alla fine ha rotto gli argini travolgendo tutto dall'alto al basso, imprigionando in una palude di piccole rivalse, personalismi e  ripicche anche la politica locale.   
Veniamo alle nostre questioni locali. Anche qui come in larga parte della Toscana abbiamo perso parecchio, bruciando, senza vergogna, un patrimonio di voti, pensieri e passioni. Le prossime elezioni amministrative saranno come la linea del Piave. Se reggiamo, possiamo sperare di andare vanti, se l’avversario sfonda, rischia di dilagare. Tuttavia non si regge all'offensiva facendo appello ai buoni sentimenti, al “volemose bene”. I fanti italiani ressero alle armate austroungariche perché, oltre al sentimento patriottico, possedevano cannoni e mitraglie.
I nostri cannoni non sono d’acciaio, stanno tutti dentro la nostra testa e si chiamano idee. Per esempio è ora di farla finita di piangere sul fatto che i comuni non possono fare niente, stretti tra le richieste dei cittadini e la scarsità delle risorse.  E’ nelle difficoltà che si misura il talento di un amministratore. Ci vogliono programmi e insieme a questi ultimi sono necessari uomini e donne credibili.
Ripartiamo da quello che la vecchia Rossana e il giovane Beto dicono. “dalla difesa dei più deboli”. Non è difficile, basta volerlo fare. Sociale, ambiente, sicurezza, lavoro sono tutte questioni che riguardano i meno garantiti perché i ricchi non ne hanno bisogno.
C’è poi la questione della credibilità, qui mi dispiace dirlo ma già pronunciare il nome del PD fa calare i consensi. Non dico che sia giusto ma è così. Il PD dovrebbe imparare la lezione delle piene del Nilo nell'antico Egitto. Deve imparare a ritirarsi, recuperando la sua funzione originale, quella, come dice la costituzione di “concorrere a determinare la politica”. Concorrere è una bella parola perché lascia aperte tante opportunità di collaborazione e cooperazione con altri soggetti che non siano necessariamente i partiti. La politica, specialmente nei nostri comuni, ha necessità di rigenerarsi, un pò come avviene a una batteria che ha esaurito l’energia, deve mettersi sotto carica. 
Quando il Nilo ritornava nel suo alveo lasciava dietro di se distese di terreno fertile, allo stesso modo i partiti, tornando alla loro funzione originale, possono contribuire a far crescere una messe di nuove idee.     

Paolo Brandi

domenica 21 ottobre 2018

POLITICA, BRUTTA PAROLA. I ROMANI CI INSEGNANO, SE POI NON VOGLIAMO IMPARARE SONO CAVOLI NOSTRI


Tutti parlano, parlano e ciarlano, ciarlano e parlano, eppure basterebbe citare alcuni brevi motti, ricavati dalla saggezza latina per capire il senso delle cose e provare a rimediare ai danni fatti:
Parvum parva decet: Le piccole preoccupazioni fanno parlare quelle grandi lasciano muti.
Smettiamo dunque di pensare che i piccoli problemi quotidiani non contino nulla di fronte al formarsi di un’opinione sociale. Fa molto più danno vedere qualcuno che non paga il biglietto su di un treno e con arroganza si ribella al controllore che cento discorsi da un palco.
Parvula despiciens conquirit maxima nunquam: Disprezzando le piccole cose non si conquistano quelle grandi.
Non è sottovalutando le cose che pesano nella vita della gente comune: le liste di attesa a un pronto soccorso, le difficoltà a pagare un mutuo, la sofferenza di non avere i denari per mandare il figlio all’asilo nido,  una pensione che non consente di pagare contemporaneamente le bollette e una visita specialistica, che si raggiungono i grandi obbiettivi. Perché, in democrazia, le spinte che arrivano dal basso sono importanti quanto le teorie dei grandi pensatori.

Parvus pendetur fur, magnus abire videtur: il piccolo ladro viene impiccato mentre il grande viene visto fuggire.
Non possiamo non considerare la sete di giusta della gente, un moto che qualcuno ha trasformato furbescamente in una rivolta disordinata. La lotta ai privilegi, alla diseguaglianza, all’opulenza che diventa spreco è nel DNA della sinistra, perché l’abbiamo persa? Cominciamo a darci delle risposte e forse troveremo la strada.  
Patria mea totus hic mundus est: La mia patria è tutto questo mondo. Questo è un concetto bello ma complicato, se non lo colleghiamo con un altro e cioè Patria est ubicumque est bene: La patria è dove si sta bene. E se dentro questi schemi che si chiamano globalizzazione, multiculturalità, la gente si sente insicura, impaurita dobbiamo capire come rimediare. Perchè altrimenti prende ragione chi vuol tornare alle piccole patrie, che è come dire andiamo fare le comparse nel palcoscenico della storia. Tuttavia non possiamo nemmeno pretendere di fare gli attori abdicando ai nostri valori, alla nostra cultura, alle nostre tradizioni.
I nostri antenati avevano capito molte cose che oggi noi tendiamo a dimenticare. Non vogliamo ragione di siffatte questioni con spirito libero e senza schemi pre-costituiti? Benissimo, “ognun per se e Dio per tutti”. Però Il pericolo l’abbiamo davanti agli occhi: quello che per rabbia, disperazione, rassegnazione o vacua speranza si affidi l'ovile pieno al lupo di montagna: Plenum montano credis ovile lupo.
Con tutto quello che ne consegue.

Paolo Brandi


lunedì 15 ottobre 2018

FARE ANALISI POLITICA NEL PD E’ COME PORTARE UN CANE IN CHIESA. I numeri aretini del Congresso Regionale



Da qualche tempo parlare di “analisi” nel Pd è come portare un cane in chiesa. Dopo le batoste subite nessuno ha sprecato un grammo di cervello per cercare di capire quello che, per esempio, era successo in Toscana, dove abbiamo perso, insieme a molti altri, quasi tutti i comuni capoluogo. La spiegazione è semplice, cercare di capire le ragioni delle sconfitte, analizzarle, vuol dire riconoscere che una linea politica ha fallito, con tutto quello che ne consegue.
Le analisi si fanno sui numeri per questo, oggi, metto sotto la lente d’ingrandimento il voto per il segretario regionale del PD. Per altro, la cervellotica invenzione di far votare prima gli iscritti e in seguito gli iscritti più gli elettori, consente di fare un’analisi comparata interessante.
Vediamo quello che è successo in provincia di Arezzo.
Il primo dato che dovrebbe preoccupare tutti, renziani e non renziani è la scarsa, per usare un eufemismo, partecipazione al voto. Alla prima tornata (quella degli iscritti) hanno votato in 994 su 3584 aventi diritto, cioè il 27,7%. In un partito questa percentuale è da suicidio. Se la “ditta” non riesce a far votare il 50 più 1 dei soci per il proprio amministratore delegato vuol dire che si è prossimi al collasso.
Alla seconda elezione, quella che vedeva coinvolti oltre agli iscritti, anche gli elettori, hanno votato in provincia di Arezzo 3257 persone, che in percentuale rappresentano circa 1,2 per cento degli aventi diritto.
Queste cifre dovrebbero far rizzare le antenne. 

Pur comprendendo la legittima felicità di alcuni e lo sconforto di altri, vorrei dire che stiamo ragionando del sesso degli angeli.  La cosa più preoccupante è che questo “niente” alla fine, avrà un peso, perché la figura del segretario regionale non è e non sarà neutrale rispetto a quello che accadrà dopo.
Tornando agli aspetti aretini un dato emerge con una certa nettezza, pur con  numeri risicati, sembra esseri rotta la macchina da guerra “renziana”. Il dato più interessante in questo senso è che mentre Simona Bonafè tra gli iscritti aretini aveva ottenuto un lusinghiero 62,69 %, alle primarie aperte ha ottenuto il 54,1%.  Che significa? Potrebbe voler dire che mentre nel partito, il controllo di alcune zone nevralgiche, leggi in particolare la città di Arezzo, consente di tenere alto il livello di consenso per i candidati renziani, quando al voto vanno gli elettori, le cose cambiano. Non in maniera clamorosa ma cambiano, da non sottovalutare che Renzi, da queste parti, arrivava all’80% alle primarie. In verità questo paragone regge poco, perché in quel caso si trattava di primarie nazionali, con tutto quello che ne consegue in termini di visibilità e partecipazione.
Ma tutto questo, alla luce di quanto sta succedendo in giro, sembra un gioco di società. Parliamoci chiaro queste elezioni consegnano alla nuova segretaria una brutta gatta da pelare. Non tanto per i numeri, alla fine la Bonafè in Toscana ha vinto bene, i dolori arrivano mirando alle prospettive.

martedì 9 ottobre 2018

IL VOTO PER IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PD. QUELLO CHE I NUMERI DICONO E QUELLO CHE LA POLITICA NON DICE


Come sapete, alla consultazione per individuare il segretario regionale del PD, mi sono astenuto, le ragioni le ho già spiegate e non voglio tornarci sopra. Il 14 ottobre prossimo, quando, oltre agli iscritti, saranno chiamati a votare anche gli elettori, vedrò cosa fare.
Di sicuro non mi entusiasma questa specie di referendum tra pro e contro, tra chi sposa, con convinzione, Renzi e la sua politica e chi si oppone a una riedizione del renzismo in salsa toscana.
Tuttavia una cosa la devo dire, a costo di inimicarmi qualcuno: in Toscana abbiamo perso (dico abbiamo e non hanno), tutto quello che si poteva perdere. Si è perso e nessuno se n’è assunto la responsabilità, anzi in parecchi se la sono cavata munendosi di paracadute grossi come il cupolone del Brunelleschi.
Detto in altre parole un allenatore e uno staff tecnico che prendono una squadra in seria A e la trascinano in serie D di solito sono esonerati a furor di popolo. Invece, qui, è avvenuto il contrario, si è continuato ad allenare, pretendendo che a sbagliare siano stati gli arbitri e i guardalinee.
Ma queste beghe mi hanno stufato, voglio parlare di altro.
I commenti giornalistici, sulla consultazione del PD, hanno tutti sostenuto che la “renziana” Bonafè ha stravinto ad Arezzo e provincia. In effetti, quando si prende il 62,35 % dei voti, si può legittimamente parlare di una grande vittoria.
I commentatori hanno però tralasciato alcuni aspetti che mi pare giusto indicare. Parto sempre dai numeri perché, come ebbe a dire il ministro Bernardino Grimaldi “la matematica non è una opinione”.
Un pò più di un anno fa, esattamente il 3 maggio 2017, Arezzo si scoprì come una delle capitali nazionali del renzismo. Con l’81 per cento dei voti per Renzi segretario.
Da allora la situazione sembrerebbe essere cambiata, uso il condizionale perché non escludo che il voto popolare del 14 ottobre, possa rimettere in capo alla candidata Bonafè quelle straordinarie percentuali.
Ma non è questo il punto. Quello che dovrebbe preoccupare tutti, renziani, non renziani, ortodossi e protestanti, è il dato di affluenza degli iscritti. Cioè di quelli che in teoria sarebbero più motivati a scegliere il segretario regionale.
In provincia di Arezzo parliamo di un magro 27,7 per cento di partecipazione al voto, una vera miseria. Che significa? Per me significa non solo che non esiste più un’organizzazione ma soprattutto che i militanti, così si chiamavano un tempo, si sono rotti le scatole di votare in elezioni che hanno  senso solo per il ceto politico.
Come si fa a votare a scatola chiusa? Senza un programma serio, senza discussione, senza un approfondimento sul futuro della Toscana? Tutto è fidelizzato, come se gli iscritti al PD dovessero compre una marca di frigorifero, invece di un’altra.
L’altro aspetto che i commentatori non hanno evidenziato è che se si estrapolasse (ma non sarebbe corretto) il dato della città di Arezzo, Fabiani e la Bonafè sarebbero quasi alla pari, con uno scarto di 36 (trentasei) voti tra l’europarlamentare e il suo semisconosciuto avversario.
-Perché- direbbe qualcuno -vuoi tirar via il dato di  Arezzo capoluogo? Proprio Arezzo, dove la Bonafè fa il pienone con l’84% dei voti staccando il suo avversario in maniera netta, con 238 voti a 45? Proprio Arezzo dove la Bonafè migliora il dato, pur straordinario, del voto a Renzi di un anno fa? Sei troppo furbo caro Brandi.-
No, non voglio fare il furbo, la mia era una semplice  considerazione sui numeri. Perché se i risultati della provincia sono diversi, evidentemente il dato della città segnala un disallineamento, il che non vuol dire per forza che sia una cosa negativa, si tratterebbe in ogni caso, di capire il motivo.
Paolo Brandi

giovedì 27 settembre 2018

PERCHÉ HO VOTATO SCHEDA BIANCA PER IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PD.


Un vecchio adagio recita “ se l’esser libero ti stanca, vota pure scheda bianca”, stavolta, per la prima volta in vita mia, non ho dato retta alle indicazioni degli antichi e ho deposto la scheda bianca nell'urna. L’ho fatto, come iscritto, per la votazione del Segretario Regionale del PD.
I motivi sono più di uno:
Il primo è che si tratta di una votazione che serve a poco, per non dire a niente.  Le elezioni “vere”, le così dette primarie aperte, quelle dove parteciperanno anche i non iscritti, ci saranno il 14 ottobre ed è lì che si sceglierà il segretario. Che la consultazione degli iscritti sia poco sentita lo dimostrano le percentuali dei votanti, un iscritto su 3, poco più del 30%, come a dire: cari dirigenti fate quel che vi pare, tanto a noi non ce ne frega niente.

Secondo perchè ritenevo che le assemblee degli iscritti, invece che diventare dei “contifici”, potessero essere usate per riaprire un dialogo con la gente sui problemi della Toscana e questo non è stato fatto. Terzo perché i programmi, o meglio le piattaforme, che i due candidati hanno presentato, sono così poveri d’idee da non consentire alcun tipo di scelta: solo titoli e niente sostanza. E’ inquietante pensare di affrontare, con quest’approssimazione, appuntamenti decisivi come le prossime amministrative e le elezioni regionali.
In ultimo credevo che occorresse ribaltare completamente la prospettiva. Ho l’impressione, ma a questo punto è più di un’impressione, che in troppi passino da una riunione all'altra, senza fermarsi a guardare quello che succede intorno. Se così non fosse un appuntamento come il congresso regionale avrebbe avuto un altro percorso.
Occorreva per prima cosa partire da un’analisi su quello che è successo in Toscana, dove abbiamo perso tutto quello che si poteva perdere, poi affrontare i bisogni della gente, comprendere le loro preoccupazioni, decifrare le loro aspettative e su questo mettere in fila i candidati e i programmi.
Invece si è fatto il contrario: prima i nomi poi si vedrà.
Detto in maniera brutale ho la sensazione che ci sia già un tentativo di accaparrarsi poltrone future, senza rendersi conto che, di questo passo, non ci sarà nemmeno uno strapuntino.
Paolo Brandi


martedì 18 settembre 2018

PER RISOLLEVARE IL PD CI VOGLIONO CACCIARI, SAVIANO e BARCA



Quando osservo le vicende del PD mi pare di sfogliare il “Libro della Giungla”. È una selva dove s’inseguono lupi, scimmie, serpenti e pavoni. 
Che ci crediate o no, ho il cuore a pezzi, nel veder disperdere, in mille rivoli, un’eredità gloriosa costruita, con tanti sacrifici, dalle generazioni passate. Sacrifici veri, mica chiacchere, perchè ci sono state persone finite in galera per quelle idee, costrette all'esilio, discriminate sui posti di lavoro. È retorica? No, è storia, e la storia, come si sa, va avanti per corsi e ricorsi, non è un processo lineare, tocca punte altissime e poi precipita. Oggi siamo a un punto molto basso.
Prendete per esempio la polemica sulle cene. Calenda invita Gentiloni, Renzi e Minniti e Zingaretti se ne va in trattoria con uno studente, un piccolo imprenditore e un operaio.  
Ma è possibile, mi domando io, ridurre la politica a queste scempiaggini?
Ormai ci ridono tutti dietro: c’è chi parla di “Ultima cena”, chi della “Cena delle beffe”, qualcuno, più carogna, rammenta il film “La cena dei cretini” e via dicendo.
Invece delle cene ci vorrebbe un bel digiuno, quell'astinenza dal cibo che induceva Pietro Crisologo a dire “Chi digiuna comprenda bene cosa significhi per gli altri non aver da mangiare“.
Il problema è tutto lì, questi sono ormai disconnessi dalla realtà, e sembrano non capire che forse sarebbe meglio andare a un fast food, non per farsi un panino, ma per domandare ai ragazzi che lavorano lì, con poco stipendio e meno diritti, per chi hanno votato.  

Ma ormai siamo arrivati alla scissione dalla logica oltre che dalla realtà.
Quando il Presidente di un partito, leggi Orfini, che per funzione dovrebbe garantire le regole, propone di stracciare lo statuto del PD e andare a costruire un altro soggetto politico, vuol dire che siamo alla frutta.
Attenzione, l’idea non è strampalata, che ci sia necessità di un fronte ampio, in grado andare oltre il Pd e interpretare a livello europeo i sentimenti di libertà, tolleranza, uguaglianza, solidarietà è necessario, ma non può farsi carico di quest’idea chi ha contribuito allo sfascio.
Forse c’è bisogno di un cambio e siccome le idee viaggiano sulle gambe degli uomini, c’è bisogno che qualcuno, con umiltà, ceda il passo. Che non si sia capita questa necessità è dimostrato dalle vicende del PD toscano, dove si va, in un clima di sconforto, a un congresso che dovrebbe essere cruciale, visto che incombono  le amministrative del 2019 e le regionali del 2020.
Lo sconforto di costatare che un gruppo dirigente, che ha perso tutto quello che c’era da perdere, pretenda di guidare ancora il PD Toscano riparandosi dietro una persona capace come Simona Bonafè. L’alternativa? Il candidato della “sinistra” in verità c’entra poco con le politiche fallimentari, ma non si risolvono i dilemmi dei democratici toscani con i dejà vu.
Ma dove vogliamo andare in queste condizioni?  C’è chi litiga e accetta compromessi su poltrone, seggiole e strapuntini che, tra due anni, forse non ci saranno più. La cosa migliore è evitare di intraprendere un viaggio in questo deserto d’idee. Andate a leggere le linee programmatiche dei due candidati e capirete a cosa mi riferisco.  
Qualcuno potrà dire: tu parli bene ma la ricetta ce l’hai? Non sono un cuoco e non ho ricette, mi è rimasto solo un po’ di buon senso e anche quello va scemando. Volete per forza una soluzione? Mettiamo alla testa di un fronte ampio, di cui farà parte anche il PD, tre persone: Massimo  Cacciari, Roberto Saviano e Fabrizio Barca. Come a dire intelligenza, rigore morale e il sentimento di una sinistra solidale e poi vediamo come va a finire.

Paolo Brandi


lunedì 3 settembre 2018

PD: BASTA COL GIOCO DELLE TRE CARTE!


Dire quello che si pensa non deve essere un’eccezione ma la regola, ed io voglio dire quello che penso.
Cosa penso?
Penso che sia ora di farla finita con il gioco delle tre carte.
Un esempio è la battuta, per modo di dire di Del Rio, persona per altro seria, quando, alla festa dell’Unità di Ravenna, afferma, sulla possibilità di un dialogo PD 5stelle, “ad aprile era molto difficile, gli elettori in gran parte erano contrari. Non è stata colpa di Renzi".

Il ragionamento, in un partito che si dice democratico, non farebbe una grinza, c’è solo un piccolo problema che nessuno, in quell’occasione, ha sentito quello che ne pensavano veramente iscritti e simpatizzanti del PD.
Se ne deduce che qualcuno ha interpretato quella presunta volontà provocando un abbraccio mortale tra Lega e 5stelle.
Con il dialogo si sarebbe arrivati a un accordo? Non lo so, probabilmente no, ma era doveroso provarci.
Ma al di là di questo io affermo che il PD non deve avere paura dei propri militanti. Mi domando perché l’SPD tedesca chieda, con un referendum ai propri iscritti, se sono d’accordo a fare un governo con la  CDU e invece da noi questo non si fa?
Quanti errori, compreso il referendum costituzionale, si sarebbero potuti evitare se si ascoltava, prima di prendere una decisione, i sentimenti della gente del PD.
Io non voglio più che qualcuno interpreti quello che penso.
Dirò di più pretendo, esigo, reclamo a gran voce che quell’aggettivo “democratico” abbia un valore qualitativo e quella qualità può essere data solo da un voto. I militanti del PD vogliono decidere e non fare solo i portatori d’acqua.
E per sgombrare il campo da qualunque equivoco dico anche che quando una decisione è presa, in maniera democratica e trasparente, si rispetta, anche se si pensa in maniera diversa.

Paolo Brandi

mercoledì 22 agosto 2018

INVECE CHE FESTE DELL'UNITA' CHIAMIAMOLE FESTE DELL'UMILTA'


Diceva Albert O. Hirschman che "non c'è peggior categoria di politici di coloro che credono di sapere sempre come stanno le cose, senza bisogno di confrontarsi con chi non la pensa come loro poiché, oltre ad aver la mente chiusa al dubbio e all'apprendimento, hanno la supponenza di chi non ha nulla da imparare".
Quelle parole mi risuonano in testa come una campana a lutto. Quanta ragione e quanta difficoltà nell'applicare quella dote che si chiama Umiltà. Umiltà nello smettere di pensare che ragione e verità stiano da una parte sola, umiltà come servizio nel mettere se stessi e le proprie azioni a disposizione degli altri.
E’ un esercizio difficile lo so, basta vedere come l’agire politico che, per sua natura, dovrebbe essere finalizzato al bene comune, e dunque non avere bisogno di esaltazioni su face book, instagram e chi più ne ha più ne metta, diventi sempre più spesso spettacolo per coprire il vuoto d’idee e proposte.
Dobbiamo scendere dal piedistallo e tornare a immergerci nella vita reale delle persone: quelle che prendono il treno dei pendolari, quelle che fanno la fila allo sportello ella USL, quelle che vanno nei supermercati  a fare la spesa, quelle che arrivavano a stento a fine mese, quelle che pagano il 47% del proprio reddito in tasse, quelle che non capiscono perchè la bolletta del gas costa più di tasse che di consumi. L’elenco potrebbe continuare a lungo: lotta ai privilegi, prezzo dei libri scolastici, tasse universitarie, rette degli asili nido e delle case di riposo ma non voglio tediarvi. Umiltà e dedizione due vocaboli che sembrano scomparsi dal nostro vocabolario politico e che invece vanno rimessi al centro.
Una proposta: per un anno, due e forse anche tre invece le Feste dell'Unità chiamiamole feste dell'Umiltà.
Paolo Brandi

sabato 7 luglio 2018

IL PD E IL LEOPARDO



Una delle tattiche del leopardo per catturare le prede è di fingersi morto, così che le scimmie, curiose per natura, si avvicinano a quella che pensano, essere la carcassa del loro nemico e lui ne fa strage. 
Le leggende del popolo Aka raccontano di un leopardo ostinato e ormai vecchio che fingendosi morto alla fine morì davvero di fame.
Mi è venuta in mente questa storia leggendo le prime cronache dell’assemblea nazionale del Pd e rileggendo tutto quello che era accaduto prima, all'indomani delle batoste elettorali.

Una pausa di riflessione forse era necessaria ma le pause diventano utili se servono ad analizzare quello che è successo per poi ripartire. Invece il PD sembra non produrre niente, solo rinvii. Scappa di continuo da se stesso  come quel cavallo che aveva paura della sua ombra.
Come il leopardo fa finta di essere morto ma sta vigile e prepara la riscossa, così avrebbe dovuto fare il PD e invece a furia di star fermo rischia di rimanere fermo per sempre. Sarà bene che qualcuno suoni la sveglia.
Paolo Brandi

lunedì 25 giugno 2018

ELEZIONI CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO. In Italia e ad Arezzo cambio di marcia per non arrendersi


Ecco che arrivano i mediconi, tutti in fila a spiegarci perché la sinistra ha fatto un tonfo storico in quelle che una volta erano roccaforti inespugnabili.
E’ tutta gente dalla memoria corta. Già dopo le elezioni regionali della Liguria, madre di molte sconfitte, qualcuno avrebbe dovuto capire che forse era il caso di rimettere in discussione una politica che divideva a sinistra e ci faceva perdere i collegamenti col nostro mondo.
Si è preferito far finta di niente e così sono arrivate disfatte a catena: elezioni amministrative, referendum, politiche. Débâcle brucianti che però non hanno scalfito la pelle di certi rinoceronti.
In Toscana un disastro dopo l’altro: Arezzo, Grosseto, Pistoia, Livorno. Un massacro politico ridotto a fatto locale per evitare di assumersi qualunque responsabilità. Oggi Siena, Pisa, Massa, anche questi solo fatti locali? 

Anche da noi, dopo la sconfitta al comune capoluogo e in molti centri della provincia si è liquidato tutto con un’alzata di spalle, senza rendersi conto che era invece necessaria un’analisi seria per capire come la crisi avesse cambiato la struttura economica e sociale dei territori. Un approfondimento necessario per capire le difficoltà delle famiglie, del perchè i giovani ci voltassero le spalle, i motivi per cui il nostro popolo non riconoscesse più la bontà del governo locale. Non abbiamo capito che la crisi si portava dietro molte cose: l’incertezza del futuro, le paure, il disagio sociale che, con l’arrivo nei nostri paesi degli immigrati, tanti o pochi non importa, è diventato una miscela esplosiva.
Ci s’illudeva di arginare la piena e invece la piena ci ha travolto e in parecchi oggi allargano le braccia come a dire, non si può fare niente.

venerdì 1 giugno 2018

AL PD LA MEDICINA AMARA DELL'OPPOSIZIONE PUÒ' FAR BENE


Anch’io, come credo un bel pò d’italiani, sono curioso di capire cosa combinerà il nuovo governo giallo-verde.
Sarà davvero il “governo del cambiamento”?
Oppure rappresenterà il covile di nuovi gattopardi?
Vedremo.
Non sono abituato a dare giudizi, scusate il gioco di parole, dettati dal pregiudizio, per me contano i fatti.
Di una cosa però son sicuro, è sbagliato etichettare questo governo come un “governo di destra”.
Parlare di un governo di destra avrebbe senso solo se dall’altra parte esistesse una sinistra.
Quindi la domanda è: “Esiste una sinistra in questo paese?”
E con questo non intendo un vago sentimento di giustizia sociale, di redistribuzione della ricchezza, di universalità dei diritti, di rispetto per l’ambiente.
Intendo una forza politica organizzata in grado di prospettare un’idea di futuro.
No, in questo momento non c’è.

Però la sinistra o il centro sinistra se preferite, nonostante la loro disarticolazione hanno, in questo momento, una grande occasione, una occasione che nasce dal ruolo di unica opposizione, perché Forza Italia farà una resistenza blanda e priva di nerbo.
Bere l’amaro calice può essere una cura per liberarsi dalle molte tossine che si sono accumulate in questi anni e consentire, in primo luogo al PD, di decontaminarsi dal potere e dai suoi inganni ed essere così in grado di attaccare le radici del populismo.
Radici profonde che parlano anche al cuore della gente di sinistra.

lunedì 28 maggio 2018

IL PRESIDENTE POTEVA ANDARE A VEDERE SE SI TRATTAVA DI UN BLUFF.


"Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole" diceva Mao, dunque la confusione che si è creata dopo la rinuncia di Conte a costruire un governo dovrebbe essere la più favorevole del mondo, ma per chi?
Risposta scontata, per chi ha interesse a destabilizzare.  
E qui ci viene in soccorso Sun Tzu, un tipino che di strategia se ne intendeva, il quale sosteneva che “con ordine, affronta il disordine; con calma, l’irruenza”.
Affrontiamo quindi le cose con la giusta dose di autocontrollo.
In molti, alcuni convintamente, altri perché sono dei pappagalli, gridano al Golpe perché il Presidente Mattarella ha deciso di esercitare fino in fondo le prerogative costituzionali rifiutando il nome di un ministro.
Andiamoci piano con le parole, è pur vero che i Golpe non sono solo quelli con i carrarmati nelle piazze. Ci sono anche i Golpe “bianchi” che avvengono senza tintinnio di sciabole. Ma non è questo il caso, l’articolo 92 della Costituzione è chiaro “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”: nomina non prende atto.
Altra cosa è dire se il Presidente ha fatto bene a rifiutare la nomina di un ministro dando il via a una campagna elettorale dai toni veementi per non dire violenti.
Non credo che abbia fatto bene, anche se c’è qualcosa che non torna.
Se quello giallo-verde doveva essere il governo del cambiamento io dico che non si è mai visto un governo “rivoluzionario” che si impicca sul nome di un ministro: il bene comune viene prima dei nomi. Quindi vien da pensare che qualcuno ha fatto il furbo.
 
Però in democrazia, per quanto la cosa possa far storcere il naso, contano i numeri ed è fuor di dubbio che l’inedita alleanza giallo-verde i numeri li aveva conquistati sul campo. Conquistati per demerito di chi c’era prima non per merito proprio ma così è, ed è inutile piangere sul latte versato.

giovedì 17 maggio 2018

Discussioni da Bar: I PIFFERAI MAGICI E LE COLPE DEL PD


“Se non si comportano bene mandiamo a casa anche questi…” è stato il lapidario commento di una signora al bar mentre un uomo ben vestito leggeva ad alta voce i punti del contratto tra 5 stelle e Lega, ricavati dalla prima pagina di un giornale.
In quell’affermazione c’è un condensato di tutto quello che è accaduto negli ultimi anni di vita politica in Italia: la delusione palpabile per quelli che c’erano prima. La mobilità dell’elettorato, una persona che parla così in passato ha votato Berlusconi e poi il Pd e l’ultima volta forse i 5 stelle. Sempre con l’idea di cambiare in meglio.
Ma cos'è il meglio? Per quella signora il meglio, ne sono convinto, è fatto di cose semplici: sentirsi più sicura quando cammina per strada, non assistere alle ruberie, avere uno stipendio o una pensione dignitosi, una sanità che funziona, un posto di lavoro per il figlio. Cose normali in un paese normale.
E qui sta la colpa, l’immensa responsabilità di chi fino ad oggi ha governato: aver costretto quella signora e con lei milioni di altre persone, a seguire, più per disperazione che convinzione, i pifferai magici che promettono tutto e il contrario di tutto.

Perché lo capisce anche un bambino che non è possibile ridurre le tasse e dare il reddito di cittadinanza, chiedere alla BCE di rinunciare al debito con l’Italia e nel frattempo sostenere l’uscita dall’Euro.
A questo punto giacché, come io credo, tante promesse saranno mancate, toccherà a qualcun altro dare risposte ai bisogni di quella donna.

lunedì 14 maggio 2018

RENZI DEVE DIRE COSA VUOLE


Per come la vedo il governo 5 stelle e Lega si farà, nonostante il giallo verde non sia un grande accostamento cromatico, pur avendo dei precedenti illustri nel mondo dei pali: è giallo verde la Nobile Contrada del Bruco a Siena e Borgo S. Lazzaro ad Asti.
Nel mondo del calcio invece il binomio giallo-verde, senza voler togliere nulla a nessuno non ha progenitori nobili. Le ricerche ci dicono che si fregiano di quest’abbinamento ben poche squadre, due fra tutte lo Şanlıurfa Spor Kulübü che gioca in seconda divisione Turca e il Melfi che milita in eccellenza. Altra cosa sarebbe stata un governo rosso-nero, bianco-nero, neroazzurro, biancorosso ma gli elettori hanno scelto diversamente.
Così il giallo verde è arrivato alla seria A della politica e c’è arrivato sulla scorta di un sentimento diffuso che mette insieme disperazione e speranza, voglia di cambiamento e conservazione, lotta ai privilegi e difesa delle piccole patrie.  

Ma nonostante le molte contraddizioni, il cambiamento c’è stato. Ha ragione Di Maio quando dice “qui si fa la storia”. Oddio poteva utilizzare una frase diversa, visto che è la stessa del colonnello Amon Goeth nel film Schindler's List quando parla dello sterminio degli ebrei di Cracovia, ma nella sostanza è corretta.
Con questo governo, se nascerà, si riscriverà un pezzo di storia. E’ la prima volta che partiti o movimenti che non appartengono alle grandi famiglie politiche europee: liberali, conservatori, socialisti, nazionalisti, si presentano uniti alla prova del governo.

sabato 5 maggio 2018

LA POLITICA RIDOTTA A GIOCO DELL’OCA: roba da star male.



Quando leggo le cronache politiche mi viene un dubbio, anzi più di uno, ma uno in particolare: manca da parte di tutti il senso di realtà. 
Cioè quella qualità che chi si occupa della cosa pubblica dovrebbe possedere al massimo grado. 
In altre parole i problemi della gente passano in secondo piano rispetto a una serie di veti, controveti, subordinate, condizioni, cavilli. Come se invece di formare un governo per affrontare i problemi si giocasse al “gioco dell’Oca”: Fai due passi avanti, torna al via, resta fermo un giro. 

Eppure le cose son più semplici di quanto si voglia far credere, c’è per esempio la volontà da parte di qualcuno di affrontare un tema come quella delle disuguaglianze in questo paese? C’è la volontà di giocare da protagonisti e non da comprimari le partite internazionali? C’è la volontà di dire che l'italia non riparte fin quando il costo del lavoro è uno dei più alti al mondo e gli stipendi tra i più bassi d’Europa. C’è la volontà di dire che la tassazione nazionale e locale è spesso ingiusta? 
Se ci sono queste condizioni non è difficile trovarsi d’accordo. In caso contrario continuino pure il teatrino, consapevoli che qualcuno, prima o poi vincerà nei numeri, anche se , come accaduto recentemente in Friuli, il 50% degli elettori sta a casa. E quando metà dell’elettorato non va a votare non è mai un buon segno.
Paolo Brandi

giovedì 3 maggio 2018

CI VUOLE UN REFERENDUM NEL PD. MENO CHIACCHIERE E PIÙ’ FATTI


Un partito che ha paura di se stesso è destinato a finire come l’uroboro, per chi non s’intende di simboli l’uroboro è una specie di serpente che si morde la coda e si divora. Nella mitologia si mangia per poi rinascere nel caso del PD si mangia e basta.
Io però non sono pessimista. Dal punto di vista elettorale abbiamo toccato il fondo, il che non significa che si deve risalire per forza. Spesso il fondo nasconde delle insidie e si può rimanere prigionieri del fango.  Per tornare a respirare occorre un vigoroso colpo di reni.
Ma che colpo di reni può mai dare una direzione nazionale, come quella del PD, che non rappresenta più la realtà e vive di una luce riflessa che non c’è più?
La soluzione? Semplice tornare al partito o almeno a quello che resta.  Cioè a quelle persone che ancora s’impegnano per tenere in piedi un’ipotesi di centro sinistra in questo paese.

Non serve perdersi in diatribe dentro la direzione, non serve il sottobosco di accordi, accordicchi, inciuci e caminetti, quello che ci vuole è un pronunciamento degli iscritti.
Perché se è vera l’ipotesi che circola di un governo di centro destra con l’appoggio del Pd è giusto e necessario sottoporre quest’ ipotesi al voto di chi ancora fa parte del partito, così come sarebbe stato giusto sottoporre al voto l’idea di un accordo con i 5stelle. Spiegando le ragioni e i vantaggi per l’Italia, per la gente, per le imprese, per coloro che ogni giorno salgono su un treno o montano in macchina per andare a lavorare. Sembra che questa gente sia diventata invisibile, tutti ne parlano ma nessuno fa niente.
Ma c’è anche di più, e per questo la vicenda diventa avvincente come un libro giallo: se qualcuno, come pare, crede che il PD e il centro sinistra e le ragioni della sinistra siano superate e non abbiano più ragione di esistere deve dirlo con chiarezza. Basta sotterfugi, basta messaggi lanciati a mezza voce nei social e alla TV.

sabato 7 aprile 2018

FORTE PRESA DI POSIZIONE DEL PD CASTIGLIONESE SULLA VICENDA AGORA'

Riceviamo e pubblichiamo.



Questa mattina, 7 aprile, abbiamo partecipato alla manifestazione organizzata ad Arezzo per difendere i diritti del lavoratori della Cooperativa Agorà. Come abbiamo già detto, questi operatori, professionalmente molto preparati,  svolgono un ruolo importantissimo nelle strutture sociali, alcune delle quali sono ubicate nel territorio di Castiglion Fiorentino. A questo punto è necessario dare una risposta alle loro legittime richieste. Pertanto vogliamo trasparenza sui conti, perché se ci sono aziende Sanitarie o Enti Pubblici convenzionati che non pagano quanto dovuto alla Cooperativa, e questo si riverbera negativamente sugli stipendi dei lavoratori, è bene dirlo con chiarezza, visto che si tratta di soldi pubblici.
Inoltre, per evitare qualunque ulteriore speculazione politica di chi vuole scaricare le responsabilità di questa situazione sul Partito Democratico e sulla Regione Toscana, riteniamo che sia opportuno scindere i ruoli politici da quelli di gestione della Cooperativa. Per essere più chiari riteniamo necessario che il Presidente della Provincia non continui a svolgere un ruolo di dirigenza nella Cooperativa. Un gesto di questo tipo libererebbe il campo da qualunque polemica politica, riconducendo la vertenza a una questione sindacale, di tutela dei diritti dei lavoratori e del benessere degli utenti.



PARTITO DEMOCRATICO DI CASTIGLION FIORENTINO






mercoledì 4 aprile 2018

TOSCANA TRA MENO DI DUE ANNI LA STORIA PUÒ CAMBIARE




Dicono che la storia serva ormai a poco, cioè quasi a niente, perché il tempo corre veloce e, come diceva Marinetti nel manifesto dei futuristi: “La magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità” e continuava garrulo “noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie”.
Insomma l’obnubilamento della memoria affinché lo slancio verso il futuro non ne esca frenato.
Oggi la politica è questo: dare gas sperando che le ruote mantengano l’aderenza in curva, “chi si ferma è perduto”.
Io invece stavolta non ho fretta, mi voglio fermare a riflettere, non per piagnucolare che di piagnoni ne ho piene le scatole, ma per un doveroso omaggio alla storia e per chi, di quella storia, è stato protagonista.
Mi sono divertito, per modo di dire, a fare il conto di quanto le forze di sinistra e di centrosinistra abbiano pesato nella nostra Toscana e quanto invece valgano oggi in termini elettorali.


Alle politiche del 1948 valevano il 48,7
Alle politiche del 1953 il 50,4
Alle politiche del 1958 il 51, 2
Alle politiche del 1963 il 53,1
Alle politiche del 1968 il 59,4
Alle politiche del 1972 il 53
Alle politiche del 1976 il 57,3
Alle politiche del 1979 il 54,8
Alle politiche del 1983 il 55,8
Alle politiche del 1987 il 56,2
Alle politiche del 1992 il 51,3
Alle politiche del 1994 il 47,6
Alle politiche del 1996 il 52,7
Alle politiche del 2001 il 53,9
Alle politiche del 2006 il 55,2
Alle politiche del 2008 il 54,3
Alle politiche del 2013 il 41,5
Alle politiche del 2018 il 33,6
A che servono questi numeri? Probabilmente a niente giacché non aggiungono nulla di nuovo alle analisi di studiosi ben più preparati di me. Segnalano però un fatto: che il crollo c’era già stato nel 2013 e nessuno l’aveva preso nella giusta considerazione.