La notizia può anche darsi che non scandalizzi
nessuno, immaginiamo già qualche commento del tipo “così va il mondo”.
A noi invece ha fatto un po’ impressione
sapere che nella “civilissima” Toscana centinaia di stranieri sono reclutati
dai caporali per lavorare nei vigneti del Chianti in condizioni durissime.
Ovviamente non si tratta d’inglesi, da
sempre appassionati del “Chiantishire”,
oppure di scandinavi bensì di profughi pakistani e africani. Rifugiati,
richiedenti asilo e anche clandestini. Tanto per capirci si tratta dei più
bisognosi, quei “musi neri” che qualcuno vedrebbe bene a far da pasto per i
pesci, gli stessi che sono oggetto di vomitevoli dispute politiche dove si
dimentica che quella gente non sono alieni, con le squame al posto della pelle,
ma uomini e donne con lo stesso nostro sangue, tanto uguale che potrebbero fare
i donatori e nessuno si accorgerebbe della differenza.
Queste situazioni sono il riflesso
vivente delle nostre ipocrisie dove, per uno strano gioco di specchi, la stessa
persona è al tempo stesso sfruttatore di manodopera clandestina, seguace arrabbiato
dei movimenti antimmigrazione e lettore del vangelo in Chiesa. Un guazzabuglio
di personalità che farebbe impallidire qualunque psichiatra. Ma qui le
distorsioni della mente c’entrano poco, c’entra invece il “borsello” e di
fronte al “dio denaro” tutti piegano la testa.
