Una nostra amica ci ha raccontato che
suo padre gli diceva “prima di decidere come votare, guarda dove votano i
ricchi e regolati di conseguenza”.
Il metodo, in verità, appare alquanto
empirico, ma alla fine contiene un fondo di verità, perché i ricchi che votano
contro i propri interessi sono rari come le mosche bianche. E poiché, di norma,
i loro interessi raramente coincidono con quelli delle altre classi sociali il
gioco è fatto. Qualcuno potrà dire che questa è roba del secolo scorso,
ciarpame e ideologia. Lo credevamo anche
noi, convinti che lo sviluppo armonioso di una società si componesse di una
bella fetta di mercato, un robusto stato sociale e la possibilità per tutti di
salire la scala sociale.
Invece non è così, perché il divario
tra ricchi e poveri aumenta, la mobilità sociale è ingessata e la rendita
finanziaria si mangia il lavoro.
Questa storia del lavoro è tornata prepotentemente
di moda quando ci si è accorti che quel populista di Trump ha vinto le
elezioni, in diversi stati dell’unione, mettendo il lavoro tra i temi in
agenda.

