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giovedì 28 febbraio 2019

HA RAGIONE GIACHETTI: A ROMA COME AD AREZZO CI VUOLE CHIAREZZA


Del pensiero di Roberto Giachetti non condivido molto, di lui però apprezzo quel tipo di coerenza che fece dire a Bernard Berenson: “La coerenza richiede di ignorare oggi come si ignorava un anno fa”. 
Concordo però con lui quando esclude la possibilità di una segreteria unitaria per guidare il Pd.
Bravo Roberto!    
Non se ne può più del “volemose bene” per forza, non serve una mano di biacca per nascondere le crepe. La verità è che dentro il PD convivono idee politiche, scelte culturali, prospettive molto diverse da loro.
Fino a oggi come hanno fatto a convivere? Prima c’erano i “padri nobili” che, in virtù della loro storia e della loro autorevolezza, tenevano insieme la famiglia, poi è arrivato il cemento del potere, gestito alla maniera degli stati feudali. Tuttavia, quando le sconfitte hanno messo il re a nudo, è successo come in Jugoslavia: è scomparso lo stato e sono venute fuori le piccole patrie.  

Detto questo che succede dalle nostre parti? La scelta per rimettere in carreggiata un partito provinciale provato da sconfitte storiche, disorganizzazione e perdita di peso è stata quella di un triumvirato dove ai due uomini (io averi preferito anche qualche donna) indicati dalle aree politiche, si è aggiunto il regionale. Una scelta inevitabile, quasi obbligata, ma che serve solo a rinviare i problemi.

mercoledì 31 ottobre 2018

RIPARTIRE DAI PIÙ DEBOLI. LA LEZIONE DI ROSSANA E BETO VALE ANCHE PER LE AMMINISTRATIVE DEL 2019


Rossana Rossanda in un’intervista ha detto: "Colpa nostra se vince Salvini, la sinistra ha deluso le speranze" ed ha aggiunto “milioni di persone votavano a sinistra perché nel suo DNA c’era la difesa dei più deboli. Questo non lo pensa più nessuno”.
Già m’immagino qualche commento: “roba antica, da una signora di 94 anni, con tutto il rispetto, non ci si può aspettare che nostalgie e vecchi ricordi. Oggi quello che conta non è quello che fai, ma quello che dici e soprattutto come lo dici.”  Forse non è proprio così se Beto O’Rourke, considerato l’astro nascente dei democratici americani, ha affermato, riguardo al suo avversario repubblicano “Cruz è ricco, pensa ai soldi. Si preoccupa di difendere chi ha i soldi come lui. Io invece mi occupo di tutti, anche di chi è in difficoltà. Questa è la principale differenza tra me e lui”.
Due punti di vista lontani? Non mi pare. Eppure quella signora è nata nel 1924 e Beto nel 1972.  Tra loro c’è quasi mezzo secolo di differenza. Eppure sostengono più o meno la stessa cosa a dimostrazione che i valori non invecchiano.

Il problema è che la sinistra italiana lacerata tra un’identità incerta, quella del PD, e un estremismo a tratti autolesionista, non è più in grado di esprimere valori. Ha perso la capacità di elaborare quelli che Berlinguer chiamava “pensieri lungi”, in grado di guardare oltre l’orizzonte per indicare la strada. Al loro posto il vuoto mascherato da un diluvio di parole, un’alluvione di banalità che alla fine ha rotto gli argini travolgendo tutto dall'alto al basso, imprigionando in una palude di piccole rivalse, personalismi e  ripicche anche la politica locale.   
Veniamo alle nostre questioni locali. Anche qui come in larga parte della Toscana abbiamo perso parecchio, bruciando, senza vergogna, un patrimonio di voti, pensieri e passioni. Le prossime elezioni amministrative saranno come la linea del Piave. Se reggiamo, possiamo sperare di andare vanti, se l’avversario sfonda, rischia di dilagare. Tuttavia non si regge all'offensiva facendo appello ai buoni sentimenti, al “volemose bene”. I fanti italiani ressero alle armate austroungariche perché, oltre al sentimento patriottico, possedevano cannoni e mitraglie.
I nostri cannoni non sono d’acciaio, stanno tutti dentro la nostra testa e si chiamano idee. Per esempio è ora di farla finita di piangere sul fatto che i comuni non possono fare niente, stretti tra le richieste dei cittadini e la scarsità delle risorse.  E’ nelle difficoltà che si misura il talento di un amministratore. Ci vogliono programmi e insieme a questi ultimi sono necessari uomini e donne credibili.
Ripartiamo da quello che la vecchia Rossana e il giovane Beto dicono. “dalla difesa dei più deboli”. Non è difficile, basta volerlo fare. Sociale, ambiente, sicurezza, lavoro sono tutte questioni che riguardano i meno garantiti perché i ricchi non ne hanno bisogno.
C’è poi la questione della credibilità, qui mi dispiace dirlo ma già pronunciare il nome del PD fa calare i consensi. Non dico che sia giusto ma è così. Il PD dovrebbe imparare la lezione delle piene del Nilo nell'antico Egitto. Deve imparare a ritirarsi, recuperando la sua funzione originale, quella, come dice la costituzione di “concorrere a determinare la politica”. Concorrere è una bella parola perché lascia aperte tante opportunità di collaborazione e cooperazione con altri soggetti che non siano necessariamente i partiti. La politica, specialmente nei nostri comuni, ha necessità di rigenerarsi, un pò come avviene a una batteria che ha esaurito l’energia, deve mettersi sotto carica. 
Quando il Nilo ritornava nel suo alveo lasciava dietro di se distese di terreno fertile, allo stesso modo i partiti, tornando alla loro funzione originale, possono contribuire a far crescere una messe di nuove idee.     

Paolo Brandi

giovedì 16 febbraio 2017

PD: LA NAVE AFFONDA E L’ORCHESTRA SUONA. A ROMA E AD AREZZO CI VUOLE UN MATTO


Chissà cosa succederà alla prossima assemblea nazionale del PD. Il clima non è dei migliori e i vari attori non fanno niente per migliorarlo.
Renzi va avanti come un treno senza macchinista e la minoranza cerca i motivi che dividono rispetto a quelli che uniscono.   La cosa singolare è che in questo colloquio tra sordi mancano due cose fondamentali: la voce degli iscritti e il programma politico.
Un programma minimo che torni a parlare dei problemi veri: lavoro, sviluppo, ambiente, sicurezza e non le quattro fregnacce che da qualche tempo occupano le pagine dei giornali.
In questo clima il PD rischia di fare la fine del bicarbonato in un bicchiere d’acqua, sciogliersi lentamente in un ribollire di bollicine gassose. Ma almeno il bicarbonato aiuta a digerire, questa mistura invece fa venire il mal di fegato.
Fa venire il mal di fegato a chi aveva sperato che in Italia fosse possibile costruire un moderno partito riformista, in grado di far lavorare i cervelli migliori e che non mettesse nel cassonetto la storia ma la riaggiornasse sul terreno dell’innovazione, del cambiamento e della modernità.
Purtroppo il cambiamento è stato declinato nel modo peggiore, con un “fatti più in là” gridato in faccia ai vecchi. Il cambiamento non è stato la metamorfosi da bruco a farfalla ma un ascensore per salire ai piani alti. Insomma è stato uno scambio di culi, più o meno belli, sulle poltrone. Con il bel risultato di promuovere, nel migliore dei casi, degli incompetenti, nel peggiore dei piccoli trafficanti.
Il risultato? Potenti sganassoni su tutti i fronti, dalle elezioni locali fino al referendum, perché la gente è meno fessa di quanto si creda.
Ma il bello è che nessuno si mette in discussione, nemmeno chi, come Raffaella Paita, una che a suo tempo fece fuori Sergio Cofferati alle primarie per la regione Liguria grazie all'appoggio del Nuovo Centrodestra per poi regalare alla destra la regione. Questa signora invece di andare a meditare al Santuario della Madonna della Guardia si permette di intervenire con una certa protervia alla direzione nazionale. In verità la Paita dovrebbe essere accompagnata nel suo ritiro spirituale da una lunga teoria di personaggi, basta pensare a quello che è successo a Roma, a Napoli e in decine di altri comuni, compresa la città di Arezzo.

Ma alla fine questo è il problema minore. Il problema è un Partito che, come dice lucidamente Mario Tronti, “si è interessato alla politica dei diritti, trascurando i bisogni. Va bene la politica dell’Auditorium, e quella del tappeto rosso al Festival del cinema, ma coniugandole con le cose che contano davvero».
Insomma le ombre sono così tante da rischiare la cecità.
Per tornare a casa nostra è interessante quello che succede ad Arezzo. 

giovedì 2 febbraio 2017

PD: ORFINI, CAPILISTA BLOCCATI E CIUCCI AL POTERE. Una piccola proposta.

Finché Orfini parla, abbiamo diritto di commentare e siccome ogni giorno ne dice una è giocoforza ragionarci sopra perché da Presidente del PD dovrebbe, con le sue esternazioni, essere garante di autenticità.
L’ultima è di una limpidezza cristallina. Infatti, dopo aver avviato un percorso di modifica della legge elettorale con due forze politiche note per la loro affidabilità: Lega e Movimento 5 stelle, pare sia nato subito un problema. E cioè che Grillo e o suoi non vogliono i capilista bloccati.
Cosa risponde il Presidente del PD?
 “Beppe Grillo non vuole i capilista bloccati? Allora fa finta, non è vero che vuole andare a votare subito”.
Quindi, almeno per una parte del PD la questione dei capilista scelti dal partito diventa decisiva per l’approvazione di una legge elettorale. Pazzesco. Siamo difronte a una situazione dove il mondo cambia, l’economia non decolla, la disoccupazione giovanile aumenta, l’insicurezza cresce e ci si preoccupa di 100 capilista bloccati?
Che piccolezza, che meschinità. I capilista bloccati sarebbero davvero il “pons asinorum”, cioè un ostacolo insormontabile?

Per fortuna Orfini & C. erano nati per combattere le vecchie canaglie appiccicate col vinavil alle poltrone.  Non prendiamoci in giro, è evidente che la scelta dei capilista da parte del partito significa un chiaro marchio di fabbrica della maggioranza sulle nomine. Legittimo, sia chiaro. Lo diventa un po’ meno dopo che la sconfitta alle amministrative e al referendum richiederebbe una pur minima riflessione politica per capire per davvero se l’attuale maggioranza ha ancora il diritto di vita o di morte  sulla quasi totalità della maggioranza del futuro gruppo parlamentare PD.

mercoledì 16 novembre 2016

I TRADIMENTI DELLE ELITE' UN LIBRO DA LEGGERE

Leggere qualcosa, ogni tanto, non fa male, se volete una lettura che rompe (finalmente) gli schemi di un dibattito ozioso e ammuffito, vi consigliamo “Il tradimento. Globalizzazione e immigrazione, le menzogne delle élite” di Federico Rampini. 204 pagine di buona lettura, anche se poi alla fine ne potevano bastare cento.
Ma quello che conta non è la lunghezza, è il contenuto, e dobbiamo dire, con un certo stupore, che per la prima volta siamo al 99,9% d’accordo con quello che Rampini scrive sulla situazione del mondo.

Quello che ci ha colpito di più, è stata la sua critica (che poi in buona parte è anche una autocritica)  a quelle che lui definisce le Élite, una critica feroce alla loro miopia, alla loro protervia intellettuale. Un vero e proprio schiaffo in faccia a quella classe di persone che per disponibilità finanziaria, posizione sociale, origini, mentalità, forma ormai una classe transnazionale. Una classe con gli stessi gusti, gli stessi interessi e, per certi versi, le stesse aspettative. Una classe che galleggia sopra la gente comune e pretende che le sue idee, le sue concezioni della vita, mirabilmente rappresentate in certe pubblicità, diventino il pane quotidiano anche per coloro che non arrivano alla fine del mese ed hanno in molti casi il frigorifero tristemente vuoto.

martedì 25 ottobre 2016

CASTIGLIONI: SERRISTORI E CASTIGLIONI INNOVA LE PAROLE POST PROFETICHE DELLA RAGGI

In una recente intervista Virginia Raggi ha pronunciato una frase illuminante. Secondo la sindaca di Roma “Il pubblico funziona male se viene messo in condizione di funzionare male. (…) Bisognerebbe chiedersi come mai nel tempo Ama e Atac (le due più importanti municipalizzate che si occupano di trasporti e rifiuti) che dovevano essere due società modello, sono state abbandonate. Forse perché c’era la volontà di far vedere che il pubblico non era in grado di gestire per poi far subentrare i privati (…).”

“Niente di nuovo sotto il sole” direbbe il vecchio saggio. Questi giochi di prestigio sono pane quotidiano per una certa finanza spregiudicata. Quello che però ci ha acceso una lampadina in testa è l’analogia con certi comportamenti in sede locale.
Prendiamo le due partecipate del comune di Castiglion Fiorentino, Ente Serristori e Castiglioni Innova. Che cosa è accaduto in questi ultimi due anni?

martedì 20 settembre 2016

IL DEGRADO CHE CI UCCIDERÀ

E’ di ieri la brutta, bruttissima notizia che un signore romano è stato preso a calci e pugni e quasi ammazzato da due giovanotti di 24 e 26 anni (italiani, a scanso di equivoci) perché aveva chiesto loro di spegnere le sigarette in uno spazio vietato al fumo della metropolitana.
Purtroppo, queste scene di ordinaria follia, sono sempre più frequenti. I motivi spesso sono futili: liti per un parcheggio, per uno sguardo di traverso, per un pestone al piede. Stupidaggini, stronzate che rischiano di trasformarsi in tragedia.
Una pazzia collettiva che fa il paio con i gesti di vandalismo, maleducazione, teppismo, sconcezze varie che insozzano le nostre strade.
Un decadimento civico che fa paura perché sembra inarrestabile, complice il menefreghismo della gente, la tolleranza delle istituzioni e leggi assolutamente inadeguate: quanto tempo resteranno in galera quei due delinquenti che hanno massacrato di botte quel signore?
Non stiamo esagerando. Basta frequentare qualunque luogo pubblico, in particolare le stazioni, per accorgersi di quello che accade intorno a noi.
Le stazioni, in questo senso, sono uno spaccato micidiale della realtà. Sono dei “non luoghi”, dei porti franchi dove la parte peggiore viene in superficie, come gli escrementi dal liquame di una cloaca.
Le stazioni ferroviarie diventano ricettacolo di sbandati senza dimora, stranieri in fuga, disperati e bande di ragazzini (maschi e femmine) che mostrano una irresponsabilità che spesso si trasforma in cattiveria.
Lo specchio sul quale siamo abituati a rifletterci si deforma, anche i luoghi comuni vengono meno. Perché questi ragazzi non sono facce nere arrivate coi barconi, sono italiani, figli e nipoti di famiglie perbene che però  stanno subendo, nell'indifferenza generale, una lenta mutazione genetica.

Solo colpa dell’età? Può essere che sia così. Ma quei due che hanno riempito di cazzotti il malcapitato romano non erano adolescenti, erano due persone che in altri tempi avrebbero già fatto il militare e trovato un lavoro. Ecco quello che forse manca: il senso della disciplina e una prospettiva per il futuro. Quando vengono meno queste due cose, vien fuori una miscela altamente infiammabile.

giovedì 18 agosto 2016

Riceviamo e pubblichiamo: "IL CASO DEL CICOMORO"



Quando il mio babbo era in vita, lui che era attaccatissimo a questo paese, se si trovava in disaccordo con qualche iniziativa presa dalle autorità o più semplicemente per commentare qualche fatto colorito di vita locale, usava esclamare “Questo è un paese di cuculi!”.
Non capivo bene l’assonanza tra il volatile citato e le presunte storture ravvisate, ma capivo l’amarezza che lui provava, a torto o a ragione, per il fatto che qualcosa a Castiglioni non stesse funzionando. E siccome il suo amore per il paese che egli aveva visto occupare e bombardare, dal quale era stato costretto a sparire come tanti altri giovani e che alla fine aveva visto ricostruire nelle mura e nel tessuto sociale, era già riuscito a trasmettermelo, io –  non capendo magari  bene quale potessero i motivi che lo disturbavano – soffrivo nel  vedere il babbo amareggiato e nello stesso tempo mi rimaneva difficile intendere perché Castiglioni meritasse questa sorta di ammonizione. Povero babbo!

Che direbbe oggi di un paese in cui il Sindaco - pur di apparire come un Robin Hood “denoaltri” - dà il buongiorno al popolo che lo ha clamorosamente chiamato allo scranno più alto creando su facebook il tragico “caso del cicomoro”?
A quale animale ricorrerebbe nei suoi  amari strali? Ormai i tam tam dei social avranno aggiornato tutti: nel giorno di Ferragosto, una compagnia di giovani “cinghiali” del territorio – così definiti nel social - ritrovandosi come tradizione a pranzare nel Parco delle Comunanze ha lasciato sul terreno lo scalpo di un cocomero deturpando l’oasi felice. Nello stesso post, il devastante “cicomoro” viene accostato all’atto vandalico subìto da una stele di recente inaugurata nei Giardini di Viale Mazzini e dedicata allo stesso uomo del Risorgimento.
Nel caso del cippo, l’animale citato come riferimento è la “capra”, mutuando con poca originalità ma con la dovuta riverenza il celebre intercalare del prof. Sgarbi, commovente esempio invece di patriota castiglionese. Il post si conclude trionfalmente con l’ impegno a rendere pubblico il nome dei vigliacchi esecutori dei misfatti.

mercoledì 10 agosto 2016

DIFENDIAMO LE CICCIOTTELLE E DIFENDIAMO TASSI

Giuseppe #Tassi, direttore sportivo di #Qs Quotidiano Sportivo, licenziato in tronco per aver titolato sul Resto del Carlino: "Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico", potrebbe essere definito un “martire dell’idea”. 
Di quale idea si parla?
Dell’idea del “politicamente corretto” che attraversa come una punta di freccia intrisa di falso perbenismo, #moralismo d’accatto e parecchia ipocrisia la stampa e l’opinione pubblica. 

Una delle poche voci dissonanti è stata quella del Segretario nazionale dell’Ordine dei giornalisti: "Prendo atto che cicciottelle è una gravissima offesa, costata il posto di lavoro al direttore di Qs. A coloro i quali chiedono la radiazione del collega, rivolgo un quesito: quali sanzioni applicare ai giornalisti che si rendono responsabili di gravi violazioni del codice deontologico? Tagliamo loro la mano destra?“
Bravo!  
E che dire dei pochi o tanti giornalisti che di giorno e di notte, la mattina e la sera giocano a sputtanare le persone, senza mai correggere, senza mai scusarsi, oppure trascorrono gran parte del tempo a leccare il culo ai potenti di turno?
Questi passano come eroi dell’informazione libera, invece l’uso del termine #cicciottelle diventa un’onta da lavare col sangue.

lunedì 9 novembre 2015

INSULTI E POLITICA

Da quando la politica è diventata un grande show, le battute hanno occupato il posto delle riflessioni. E le battute per funzionare devono essere efficaci, rimanere impresse nella testa della gente, stare nello spazio di poche righe, altrimenti i social le ignorano.  
Però quando al ragionamento si sostituiscono le storielle, è facile passare dalla dialettica all'invettiva.
Il nostro presidente del Consiglio ha detto, a proposito della manifestazione della destra a Bologna, “l'Italia vuole ripartire, non è fatta solo da chi sa urlare e insultare per la strada”. Siamo d’accordo.  Attenzione però quando si danno giudizi tanto netti si rischia di prendere un abbaglio.

Guardiamo quello che succede in giro per l’Europa dove la destra, molto simile a quella che se ne stava a Bologna, ottiene risultati importanti. Alcuni messaggi che arrivano da quella piazza sono efficaci: identità nazionale, lotta alla criminalità, immigrazione, fisco, piccole imprese, difesa delle proprietà.
Gli insulti sono inutili ma anche tranciare giudizi affrettati, serve a poco.
Nel nostro piccolo ne abbiamo un esempio nello scambio di articoli che c’è stato tra una Consigliera comunale di opposizione e un assessore del Comune di Castiglion Fiorentino.

mercoledì 4 novembre 2015

PASOLINI E' SULLA NAVE PER VALINOR

Lo scrittore Gaetano Cappelli in un post a quarantanni dalla morte di Pierpaolo Pasolini ha detto la sua. Un intervento al limite della provocazione: «ricorre oggi san Pasolini. Il grande intellettuale e profeta italiano. Da giovane consegnò un compagno di scuola alla polizia fascista. Passò poi con i comunisti che gli avevano trucidato il fratello. Fu il primo a scagliarsi contro la cultura di massa - disprezzò i Beatles e la televisione stando sempre in televisione.  Riuscì a fare l’apologia del comunismo in Russia negli anni 70, quando anche le pietre sapevano che schifezza era. Si scagliò contro il consumismo girando in Ferrari e posando in total Gucci. Oggi molte scuole gli sono dedicate. Egli infatti, Pasolini, amò molto i ragazzini».

Parole di una durezza sconcertante, a tratti perfino ripugnanti, ci fa schifo, per esempio, che le persone vengano giudicate sulla base delle preferenze sessuali.  
Però sono parole che, al netto della sgradevolezza, hanno un merito, quello di aver lanciato un sasso nello stagno dell’agiografia pasoliniana. 

venerdì 30 ottobre 2015

MUTTLEY IN BIBLIOTECA

Stavolta parliamo della terza partecipata del Comune di Castiglion Fiorentino: l’Istituzione Culturale e Educativa Castiglionese che gestisce, o meglio dovrebbe gestire, la rete dei musei, la biblioteca e l’archivio storico. 
C’è chi, poeticamente, l’ha definita “lo scrigno della memoria di Castiglion Fiorentino”, bella frase, che però mal si concilia con le polemiche che si sono addensate, come nubi minacciose, sopra il tetto dell’ex palazzo Pretorio.

E’ di qualche mese orsono la dichiarazione del Sindaco in cui denunciava che una parte dei libri della collana “Quaderni della Biblioteca” fosse stipata nei magazzini, con uno spreco enorme in termini economici.
Qualcuno, ben più capace di noi, ha fatto presente che non si può confondere il prezzo di copertina con i costi di edizione ma soprattutto che i libri non sono caciocavalli, per cui c’è una scadenza dopo la quale non sono più buoni. 

lunedì 5 ottobre 2015

CHI DI VAFFA FERISCE, DI VAFFA PERISCE

Al netto delle cose che sono state dette da ben altri autorevoli commentatori, è fuor di dubbio che l’episodio, che ha visto coinvolto il Senatore Barani (gesto estremamente volgare a una collega) rappresenta il segnale di una pericolosa deriva.
Però non facciamo troppo i moralisti e non meravigliamoci più di tanto. I luoghi della politica, il Parlamento in primis (ma in piccolo anche qualche consiglio comunale) sono lo specchio del paese, basta girare per strada per accorgersi del degrado civile e umano che ci circonda.

Quello che però ci fa ancora più rabbia è che i maggiori quotidiani nazionali abbiano dedicato al poco edificante episodio i titoli di apertura, amplificando a dismisura l’accaduto: la cosa non meritava tutto questo spazio e ancor meno sono giustificate le geremiadi delle vittime.