La contesa #referendaria sta assumendo
sempre più i contorni di una disputa tra guelfi e ghibellini, dove non conta il
merito delle ragioni (ce ne sono di buone da una parte e dall'altra) ma vale
solo l’appartenenza, il tifo, la ricerca di smontare le argomentazioni
dell’avversario forzando la mano di una propaganda becera e senza costrutto.
Così come non è accettabile, da parte
del fronte del NO, utilizzare lo strumento referendario per disarcionare #Renzi è
altrettanto disdicevole che il SI faccia gorgogliare la pancia degli elettori
con una campagna demagogica.
Non ha senso, per esempio, agitare lo
spettro di una #recessione qualora dovessero prevalere i contrari alla riforma. Purtroppo
la crisi economica divora ricchezza e posti di lavoro da parecchi anni e, stante
la globalizzazione, crediamo proprio che ai cinesi, agli indiani o ai nord
americani della riforma costituzionale italiana non gliene freghi proprio niente.
I tanto evocati mercati guardano a ben altre cose: all'indice di produttività,
alla scarsa propensione all'innovazione, alla fuga dei cervelli, alla lentezza
della giustizia amministrativa, non certo alla trasformazione del #senato in
camera delle autonomie oppure alla scomparsa del CNEL con annessi e connessi.
Ma quello che ferisce di più nella
propaganda del Si è l’utilizzo, senza cautele, dell’antipolitica. E’ come
sciogliere un mastino idrofobo per poi accorgersi che morde la mano del
padrone.
Quando appaiono manifesti con su
scritto “Cara Italia, vuoi diminuire il numero dei politici? Basta un SI”,
siamo quasi a un punto di non ritorno.