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mercoledì 10 febbraio 2016

VIVA L'ITALIANO

L’Italia non è più il “bel paese là dove 'l sì suona “ di dantesca memoria ma sta diventando, con una conversione invero piuttosto bislacca, il paese dove il “yes” suona.  
Che la lingua inglese, condita di slang americano, sia per certi versi più agile e immediata lo riconoscono un po’ tutti, che però termini anglofoni debbano per forza farla da padroni nella nostra quotidianità non è obbligatorio.

Lo dice oggi l’accademia della Crusca, la quale inviata a utilizzare, per quanto possibile, la traduzione italiana di termini inglesi che trovano un equivalente nella nostra lingua.
Ovviamente questo suggerimento non avrebbe senso per parole come “marketing” o “sport”, “rock”, “browser”, “smog” (che non hanno corrispondenza), o come “apartheid” o “star system” o “New Deal” legate a momenti storici precisi.
In questa miscellanea linguistica è la politica che fa l’uso più orripilante di termini inglesi, rimandando con questo a un modello aggiornato del Latinorum dei Promessi Sposi, utilizzato da Don Abbondio per non farsi capire.
Ecco qui un breve elenco (incompleto) delle locuzioni inglesi, o presunte tali, di cui si beano i politici in vena di essere “trendy”  (cioè modaioli):