L’Italia non è più il “bel
paese là dove 'l sì suona “ di dantesca memoria ma sta
diventando, con una conversione invero piuttosto bislacca, il paese dove il “yes”
suona.
Che
la lingua inglese, condita di slang americano, sia per certi versi più agile e
immediata lo riconoscono un po’ tutti, che però termini anglofoni debbano per
forza farla da padroni nella nostra quotidianità non è obbligatorio.
Lo
dice oggi l’accademia della Crusca, la quale inviata a utilizzare, per quanto
possibile, la traduzione italiana di termini inglesi che trovano un equivalente
nella nostra lingua.
Ovviamente
questo suggerimento non avrebbe senso per parole come
“marketing” o “sport”, “rock”, “browser”, “smog” (che non hanno
corrispondenza), o come “apartheid” o “star system” o “New Deal” legate a
momenti storici precisi.
In questa miscellanea linguistica è la politica che
fa l’uso più orripilante di termini inglesi, rimandando con questo a un modello
aggiornato del Latinorum dei Promessi Sposi, utilizzato da Don Abbondio per non
farsi capire.
Ecco qui un breve elenco (incompleto) delle
locuzioni inglesi, o presunte tali, di cui si beano i politici in vena di
essere “trendy” (cioè modaioli):
