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martedì 30 aprile 2019

ELEZIONI COMUNALI: DAL BOTOLO ALLA BANANA, DAL FEUDATARIO ALLA MOSCA CIECA.


Ormai le liste sono schierate sul nastro di partenza, pronte allo scatto che le porterà alla fatidica data del 26 maggio, saranno in quattro a contendersi il primato: Potere al Botolo, Feudalesimo e Libertà, Il Popolo della Banana, Cercasi Partito. Gli elettori saranno contenti perché stavolta il mercato della politica offre delle vere primizie. La prima novità è che le quattro liste in lizza, messe da parte le rivalità, hanno deciso di fare un appello al voto perché, come dicono, la partecipazione è importante.
Pubblichiamo il testo integrale:
“Cari Elettori, lo sviluppo continuo delle diverse forme d'attività ci obbliga all'analisi del modello di sviluppo.
La tutela dell'organizzazione, ma soprattutto lo sviluppo continuo delle diverse forme d'attività ostacola l'apprezzamento dell'importanza delle appropriate condizioni di attività.
Non è indispensabile argomentare molto il peso e il significato di questi problemi, giacché l'aumento costante della quantità e dell'ampiezza della nostra attività assolve dei doveri importanti nella determinazione delle direzioni di educazione nel senso del progresso.
I principi ci indicano che la realizzazione dei doveri del programma presenta un tentativo interessante di verifica delle forme d'azione. Per questo tutti a votare”.
 Un appello breve ma denso di significato che sicuramente convincerà anche i più riottosi a recarsi alle urne.




P.s.E' un piccolo scherzo, un modo per sdrammatizzare un evento fisiologico in democrazia. Però un gioco voglio proporvelo: provate ad abbinare le Liste "vere" a quelle "false" vediamo che viene fuori.

giovedì 28 febbraio 2019

HA RAGIONE GIACHETTI: A ROMA COME AD AREZZO CI VUOLE CHIAREZZA


Del pensiero di Roberto Giachetti non condivido molto, di lui però apprezzo quel tipo di coerenza che fece dire a Bernard Berenson: “La coerenza richiede di ignorare oggi come si ignorava un anno fa”. 
Concordo però con lui quando esclude la possibilità di una segreteria unitaria per guidare il Pd.
Bravo Roberto!    
Non se ne può più del “volemose bene” per forza, non serve una mano di biacca per nascondere le crepe. La verità è che dentro il PD convivono idee politiche, scelte culturali, prospettive molto diverse da loro.
Fino a oggi come hanno fatto a convivere? Prima c’erano i “padri nobili” che, in virtù della loro storia e della loro autorevolezza, tenevano insieme la famiglia, poi è arrivato il cemento del potere, gestito alla maniera degli stati feudali. Tuttavia, quando le sconfitte hanno messo il re a nudo, è successo come in Jugoslavia: è scomparso lo stato e sono venute fuori le piccole patrie.  

Detto questo che succede dalle nostre parti? La scelta per rimettere in carreggiata un partito provinciale provato da sconfitte storiche, disorganizzazione e perdita di peso è stata quella di un triumvirato dove ai due uomini (io averi preferito anche qualche donna) indicati dalle aree politiche, si è aggiunto il regionale. Una scelta inevitabile, quasi obbligata, ma che serve solo a rinviare i problemi.

lunedì 3 dicembre 2018

DALL'ANDALUSIA ALLA TOSCANA UN UNICO GRIDO DI ALLARME


Da molti anni esiste un rapporto di amicizia tra la Regione Toscana e l’Andalusia. Sono comunità entrambe ricche d’arte e di cultura, terre di agricoltura fiorente e paesaggi meravigliosi. Esiste (o meglio esisteva) anche un altro elemento che le tiene (le teneva) insieme da sempre: sono  (erano)  governate da partiti della sinistra.
In realtà oggi, il quadro, almeno per l’Andalusia, sembra cambiato. Le ultime elezioni regionali ci affidano un panorama (dal punto di vista della sinistra) drammatico.
Il Partito Socialista perde di brutto e l’estrema destra conquista ben 12 seggi. Teoricamente sarebbe possibile, dopo 36 anni, una maggioranza tra conservatori e destra che ribalterebbe completamente gli equilibri istituzionali dalle parti di Siviglia.
Questa non è solo cronaca politica è un campanello di allarme su quello che potrebbe accadere in Toscana tra meno di due anni. Qualcuno potrà giudicare il paragone azzardato, non è così.

Andiamo a vedere i contenuti di questa nuova forza politica di destra che ha sconvolto gli equilibri politici andalusi. Si chiama Vox. Sul sito web si presentano come “un partito politico creato per il rinnovamento e la fortificazione della vita democratica spagnola […] Scommettiamo sui Valori, la Famiglia e la Vita. Per noi la priorità sono le persone e crediamo in un sistema basato sulla libertà, dove tutte le tasse siano ridotte il più possibile o anche eliminate”. A questo si aggiunge il programma elettorale, intitolato “100 misure di urgenza”: si propone l’eliminazione dell’assistenza sanitaria agli immigranti illegali, la cancellazione dei sussidi sociali e dell’applicazione dell’aborto negli ospedali, l’approvazione della legge di violenza di genere e la sospensione dello spazio Schengen. Ma non finisce qui, propugnano la difesa della “sovranità nazionale” dall’ingerenza di Bruxelles e il blocco all’arrivo dell’immigrazione illegale. Vogliono chiudere le moschee ed espellere dal Paese gli imam che promuovono l’Islam fondamentalista.

venerdì 2 novembre 2018

ELEZIONI PROVINCIALI: IL PIANTO DEL GIORNO DOPO


C’è un film intitolato “L’uomo del giorno dopo” , oggi, dopo l’oscenità  delle elezioni per la presidenza della provincia assistiamo al “pianto del giorno dopo”.  
Mentre la destra plaude e improvvisa balli di gioia, nel centrosinistra sono tutti affranti, col cuore a pezzi e l’animo che stenta a ripartire.
Mi nasce spontanea una domanda: e prima a cosa pensavano? A cosa pensavano quei bravi ragazzi (e ragazze)? Che cosa hanno fatto perché quello che è successo non accadesse? 
Eppure di schiaffi in faccia ne avevamo presi tanti, ma non è bastato. 
Viene il dubbio, ma è solo un’iperbole per carità, che come successe alla repubblica spagnola nel 1936, ci sia una quinta colonna che lavora “scientificamente” per la distruzione. Non per la distruzione del PD, per quella si danno da fare a  Roma, ma per l’annichilimento di una storia politica di un intero territorio, quasi che le radici di sinistra fossero una cosa da cui emendare la provincia di Arezzo.

Ai piagnoni di oggi, che vengono fuori come funghi dopo la pioggia, dico solo che forse con un pò più di impegno, di onestà, di lealtà da parte di tutti si potevano evitare tante sconfitte nei comuni e oggi, di conseguenza, non saremmo  a discutere della provincia.
Certo la colpa, se di colpa vogliamo parlare, è di quei farabutti che hanno cambiato la preferenza nel segreto dell’urna, di chi si è astenuto, di chi ha preferito la festa di Halloween all'impegno istituzionale. Certo, sono loro i sicari, ma la storia è ben più lunga anche se nessuno e dico nessuno, se la vuol sentire raccontare.
Lo so che sono parole buttate al vento. Perché un partito che ha smesso da tempo di interrogarsi non ha bisogno di parole, come diceva qualcuno, le “parole sono pietre”. Sono pesanti e quando arrivano in testa fanno male.  
Meglio, molto meglio camminare sul filo al pari degli equilibristi per salvare se stessi e fregarsene di quello che succede intorno. Senza rendersi conto che quando la nave affonda, affoga l’intera ciurma: marinai, mozzi e capitani.
Oggi tutti indossano le gramaglie del lutto e ne hanno ben donde, ma non abbiate timore, domani,  quando si affacceranno le elezioni amministrative o più ancora quelle regionali, rindosseranno la divisa da parata e la danza macabra, che ci ha portato a questo punto, ricomincerà.
Io sono indignato, arcistufo di stare a guardare la rovina di quello che i nostri padri, i nostri nonni e prima di loro altre generazioni hanno costruito in più di un secolo di storia.  So altrettanto bene che indignarsi non serve a niente, in certi ambenti ovattati la risposta sarà sempre  –chissenefrega-. 
Ma  io lo grido lo stesso, quantomeno non avrò sulla coscienza il peccato di omissione.
Un’ultima cosa smettiamola di piangere e ricominciamo sorridere, ma non tra noi, in mezzo alla gente.  
Paolo Brandi

mercoledì 31 ottobre 2018

RIPARTIRE DAI PIÙ DEBOLI. LA LEZIONE DI ROSSANA E BETO VALE ANCHE PER LE AMMINISTRATIVE DEL 2019


Rossana Rossanda in un’intervista ha detto: "Colpa nostra se vince Salvini, la sinistra ha deluso le speranze" ed ha aggiunto “milioni di persone votavano a sinistra perché nel suo DNA c’era la difesa dei più deboli. Questo non lo pensa più nessuno”.
Già m’immagino qualche commento: “roba antica, da una signora di 94 anni, con tutto il rispetto, non ci si può aspettare che nostalgie e vecchi ricordi. Oggi quello che conta non è quello che fai, ma quello che dici e soprattutto come lo dici.”  Forse non è proprio così se Beto O’Rourke, considerato l’astro nascente dei democratici americani, ha affermato, riguardo al suo avversario repubblicano “Cruz è ricco, pensa ai soldi. Si preoccupa di difendere chi ha i soldi come lui. Io invece mi occupo di tutti, anche di chi è in difficoltà. Questa è la principale differenza tra me e lui”.
Due punti di vista lontani? Non mi pare. Eppure quella signora è nata nel 1924 e Beto nel 1972.  Tra loro c’è quasi mezzo secolo di differenza. Eppure sostengono più o meno la stessa cosa a dimostrazione che i valori non invecchiano.

Il problema è che la sinistra italiana lacerata tra un’identità incerta, quella del PD, e un estremismo a tratti autolesionista, non è più in grado di esprimere valori. Ha perso la capacità di elaborare quelli che Berlinguer chiamava “pensieri lungi”, in grado di guardare oltre l’orizzonte per indicare la strada. Al loro posto il vuoto mascherato da un diluvio di parole, un’alluvione di banalità che alla fine ha rotto gli argini travolgendo tutto dall'alto al basso, imprigionando in una palude di piccole rivalse, personalismi e  ripicche anche la politica locale.   
Veniamo alle nostre questioni locali. Anche qui come in larga parte della Toscana abbiamo perso parecchio, bruciando, senza vergogna, un patrimonio di voti, pensieri e passioni. Le prossime elezioni amministrative saranno come la linea del Piave. Se reggiamo, possiamo sperare di andare vanti, se l’avversario sfonda, rischia di dilagare. Tuttavia non si regge all'offensiva facendo appello ai buoni sentimenti, al “volemose bene”. I fanti italiani ressero alle armate austroungariche perché, oltre al sentimento patriottico, possedevano cannoni e mitraglie.
I nostri cannoni non sono d’acciaio, stanno tutti dentro la nostra testa e si chiamano idee. Per esempio è ora di farla finita di piangere sul fatto che i comuni non possono fare niente, stretti tra le richieste dei cittadini e la scarsità delle risorse.  E’ nelle difficoltà che si misura il talento di un amministratore. Ci vogliono programmi e insieme a questi ultimi sono necessari uomini e donne credibili.
Ripartiamo da quello che la vecchia Rossana e il giovane Beto dicono. “dalla difesa dei più deboli”. Non è difficile, basta volerlo fare. Sociale, ambiente, sicurezza, lavoro sono tutte questioni che riguardano i meno garantiti perché i ricchi non ne hanno bisogno.
C’è poi la questione della credibilità, qui mi dispiace dirlo ma già pronunciare il nome del PD fa calare i consensi. Non dico che sia giusto ma è così. Il PD dovrebbe imparare la lezione delle piene del Nilo nell'antico Egitto. Deve imparare a ritirarsi, recuperando la sua funzione originale, quella, come dice la costituzione di “concorrere a determinare la politica”. Concorrere è una bella parola perché lascia aperte tante opportunità di collaborazione e cooperazione con altri soggetti che non siano necessariamente i partiti. La politica, specialmente nei nostri comuni, ha necessità di rigenerarsi, un pò come avviene a una batteria che ha esaurito l’energia, deve mettersi sotto carica. 
Quando il Nilo ritornava nel suo alveo lasciava dietro di se distese di terreno fertile, allo stesso modo i partiti, tornando alla loro funzione originale, possono contribuire a far crescere una messe di nuove idee.     

Paolo Brandi

sabato 27 ottobre 2018

Centro sinistra unito per Castiglioni Riceviamo e pubblichiamo.




In vista delle prossime elezioni amministrative, che saranno indette per la primavera prossima, ci accingiamo a presentare la lista del centro sinistra, aperta a tutte le forze politiche che si riconoscono in un progetto democratico, progressista e riformista.
E’ per questo motivo, che in un momento di crisi dei partiti storici che sono percepiti come inadeguati a rappresentare la collettività, desideriamo proporre una svolta per il riscatto della politica, attingendo alle forze migliori della società e proponendo un modello nuovo, rappresentato da uomini nuovi, che trovi la sua forza nel rapporto diretto con tutta la comunità, ma in cui il primo obiettivo da raggiungere dovrà essere quello di innalzare per tutti, la qualità e il livello della competizione elettorale.

Tutto questo può essere fatto riconquistando la fiducia delle persone intorno ad un progetto amministrativo in grado di dare risposte ai bisogni dei cittadini.

Questi saranno i nostri obbiettivi:
-      rafforzare il welfare locale impegnandosi a sviluppare l’economia ed il lavoro, salvaguardando l’ambiente, il diritto alla salute ed il rispetto dei diritti umani;
-      garantire la sicurezza della comunità con un controllo efficace del territorio aumentando le sinergie tra polizia locale e forze dell’ordine;
-      offrire un futuro alle giovani generazioni, tutelando gli anziani e le famiglie

In questo senso ci impegneremo per il comune di Castiglion Fiorentino, a costruire un percorso che vada nella direzione di sostenere un progetto amministrativo in grado di coinvolgere tutti i cittadini, riavvicinando i giovani e collaborando con le imprese e con il mondo del volontariato.

Tutto ciò per restituire slancio a una comunità che vuole uscire dalle contrapposizioni sterili, recuperando finalmente lo spirito civico e solidale che ha sempre contraddistinto Castiglion Fiorentino

Le forze politiche che sottoscrivono :

-CENTRO DEMOCRATICO-POPOLARI
-LIBERI E UGUALI
-PIU’ EUROPA
-PARTITO SOCIALISTA
-PARTITO DEMOCRATICO

Castiglion Fiorentino 27/10/2018

giovedì 27 settembre 2018

PERCHÉ HO VOTATO SCHEDA BIANCA PER IL SEGRETARIO REGIONALE DEL PD.


Un vecchio adagio recita “ se l’esser libero ti stanca, vota pure scheda bianca”, stavolta, per la prima volta in vita mia, non ho dato retta alle indicazioni degli antichi e ho deposto la scheda bianca nell'urna. L’ho fatto, come iscritto, per la votazione del Segretario Regionale del PD.
I motivi sono più di uno:
Il primo è che si tratta di una votazione che serve a poco, per non dire a niente.  Le elezioni “vere”, le così dette primarie aperte, quelle dove parteciperanno anche i non iscritti, ci saranno il 14 ottobre ed è lì che si sceglierà il segretario. Che la consultazione degli iscritti sia poco sentita lo dimostrano le percentuali dei votanti, un iscritto su 3, poco più del 30%, come a dire: cari dirigenti fate quel che vi pare, tanto a noi non ce ne frega niente.

Secondo perchè ritenevo che le assemblee degli iscritti, invece che diventare dei “contifici”, potessero essere usate per riaprire un dialogo con la gente sui problemi della Toscana e questo non è stato fatto. Terzo perché i programmi, o meglio le piattaforme, che i due candidati hanno presentato, sono così poveri d’idee da non consentire alcun tipo di scelta: solo titoli e niente sostanza. E’ inquietante pensare di affrontare, con quest’approssimazione, appuntamenti decisivi come le prossime amministrative e le elezioni regionali.
In ultimo credevo che occorresse ribaltare completamente la prospettiva. Ho l’impressione, ma a questo punto è più di un’impressione, che in troppi passino da una riunione all'altra, senza fermarsi a guardare quello che succede intorno. Se così non fosse un appuntamento come il congresso regionale avrebbe avuto un altro percorso.
Occorreva per prima cosa partire da un’analisi su quello che è successo in Toscana, dove abbiamo perso tutto quello che si poteva perdere, poi affrontare i bisogni della gente, comprendere le loro preoccupazioni, decifrare le loro aspettative e su questo mettere in fila i candidati e i programmi.
Invece si è fatto il contrario: prima i nomi poi si vedrà.
Detto in maniera brutale ho la sensazione che ci sia già un tentativo di accaparrarsi poltrone future, senza rendersi conto che, di questo passo, non ci sarà nemmeno uno strapuntino.
Paolo Brandi


martedì 18 settembre 2018

PER RISOLLEVARE IL PD CI VOGLIONO CACCIARI, SAVIANO e BARCA



Quando osservo le vicende del PD mi pare di sfogliare il “Libro della Giungla”. È una selva dove s’inseguono lupi, scimmie, serpenti e pavoni. 
Che ci crediate o no, ho il cuore a pezzi, nel veder disperdere, in mille rivoli, un’eredità gloriosa costruita, con tanti sacrifici, dalle generazioni passate. Sacrifici veri, mica chiacchere, perchè ci sono state persone finite in galera per quelle idee, costrette all'esilio, discriminate sui posti di lavoro. È retorica? No, è storia, e la storia, come si sa, va avanti per corsi e ricorsi, non è un processo lineare, tocca punte altissime e poi precipita. Oggi siamo a un punto molto basso.
Prendete per esempio la polemica sulle cene. Calenda invita Gentiloni, Renzi e Minniti e Zingaretti se ne va in trattoria con uno studente, un piccolo imprenditore e un operaio.  
Ma è possibile, mi domando io, ridurre la politica a queste scempiaggini?
Ormai ci ridono tutti dietro: c’è chi parla di “Ultima cena”, chi della “Cena delle beffe”, qualcuno, più carogna, rammenta il film “La cena dei cretini” e via dicendo.
Invece delle cene ci vorrebbe un bel digiuno, quell'astinenza dal cibo che induceva Pietro Crisologo a dire “Chi digiuna comprenda bene cosa significhi per gli altri non aver da mangiare“.
Il problema è tutto lì, questi sono ormai disconnessi dalla realtà, e sembrano non capire che forse sarebbe meglio andare a un fast food, non per farsi un panino, ma per domandare ai ragazzi che lavorano lì, con poco stipendio e meno diritti, per chi hanno votato.  

Ma ormai siamo arrivati alla scissione dalla logica oltre che dalla realtà.
Quando il Presidente di un partito, leggi Orfini, che per funzione dovrebbe garantire le regole, propone di stracciare lo statuto del PD e andare a costruire un altro soggetto politico, vuol dire che siamo alla frutta.
Attenzione, l’idea non è strampalata, che ci sia necessità di un fronte ampio, in grado andare oltre il Pd e interpretare a livello europeo i sentimenti di libertà, tolleranza, uguaglianza, solidarietà è necessario, ma non può farsi carico di quest’idea chi ha contribuito allo sfascio.
Forse c’è bisogno di un cambio e siccome le idee viaggiano sulle gambe degli uomini, c’è bisogno che qualcuno, con umiltà, ceda il passo. Che non si sia capita questa necessità è dimostrato dalle vicende del PD toscano, dove si va, in un clima di sconforto, a un congresso che dovrebbe essere cruciale, visto che incombono  le amministrative del 2019 e le regionali del 2020.
Lo sconforto di costatare che un gruppo dirigente, che ha perso tutto quello che c’era da perdere, pretenda di guidare ancora il PD Toscano riparandosi dietro una persona capace come Simona Bonafè. L’alternativa? Il candidato della “sinistra” in verità c’entra poco con le politiche fallimentari, ma non si risolvono i dilemmi dei democratici toscani con i dejà vu.
Ma dove vogliamo andare in queste condizioni?  C’è chi litiga e accetta compromessi su poltrone, seggiole e strapuntini che, tra due anni, forse non ci saranno più. La cosa migliore è evitare di intraprendere un viaggio in questo deserto d’idee. Andate a leggere le linee programmatiche dei due candidati e capirete a cosa mi riferisco.  
Qualcuno potrà dire: tu parli bene ma la ricetta ce l’hai? Non sono un cuoco e non ho ricette, mi è rimasto solo un po’ di buon senso e anche quello va scemando. Volete per forza una soluzione? Mettiamo alla testa di un fronte ampio, di cui farà parte anche il PD, tre persone: Massimo  Cacciari, Roberto Saviano e Fabrizio Barca. Come a dire intelligenza, rigore morale e il sentimento di una sinistra solidale e poi vediamo come va a finire.

Paolo Brandi


lunedì 3 settembre 2018

PD: BASTA COL GIOCO DELLE TRE CARTE!


Dire quello che si pensa non deve essere un’eccezione ma la regola, ed io voglio dire quello che penso.
Cosa penso?
Penso che sia ora di farla finita con il gioco delle tre carte.
Un esempio è la battuta, per modo di dire di Del Rio, persona per altro seria, quando, alla festa dell’Unità di Ravenna, afferma, sulla possibilità di un dialogo PD 5stelle, “ad aprile era molto difficile, gli elettori in gran parte erano contrari. Non è stata colpa di Renzi".

Il ragionamento, in un partito che si dice democratico, non farebbe una grinza, c’è solo un piccolo problema che nessuno, in quell’occasione, ha sentito quello che ne pensavano veramente iscritti e simpatizzanti del PD.
Se ne deduce che qualcuno ha interpretato quella presunta volontà provocando un abbraccio mortale tra Lega e 5stelle.
Con il dialogo si sarebbe arrivati a un accordo? Non lo so, probabilmente no, ma era doveroso provarci.
Ma al di là di questo io affermo che il PD non deve avere paura dei propri militanti. Mi domando perché l’SPD tedesca chieda, con un referendum ai propri iscritti, se sono d’accordo a fare un governo con la  CDU e invece da noi questo non si fa?
Quanti errori, compreso il referendum costituzionale, si sarebbero potuti evitare se si ascoltava, prima di prendere una decisione, i sentimenti della gente del PD.
Io non voglio più che qualcuno interpreti quello che penso.
Dirò di più pretendo, esigo, reclamo a gran voce che quell’aggettivo “democratico” abbia un valore qualitativo e quella qualità può essere data solo da un voto. I militanti del PD vogliono decidere e non fare solo i portatori d’acqua.
E per sgombrare il campo da qualunque equivoco dico anche che quando una decisione è presa, in maniera democratica e trasparente, si rispetta, anche se si pensa in maniera diversa.

Paolo Brandi

sabato 7 luglio 2018

IL PD E IL LEOPARDO



Una delle tattiche del leopardo per catturare le prede è di fingersi morto, così che le scimmie, curiose per natura, si avvicinano a quella che pensano, essere la carcassa del loro nemico e lui ne fa strage. 
Le leggende del popolo Aka raccontano di un leopardo ostinato e ormai vecchio che fingendosi morto alla fine morì davvero di fame.
Mi è venuta in mente questa storia leggendo le prime cronache dell’assemblea nazionale del Pd e rileggendo tutto quello che era accaduto prima, all'indomani delle batoste elettorali.

Una pausa di riflessione forse era necessaria ma le pause diventano utili se servono ad analizzare quello che è successo per poi ripartire. Invece il PD sembra non produrre niente, solo rinvii. Scappa di continuo da se stesso  come quel cavallo che aveva paura della sua ombra.
Come il leopardo fa finta di essere morto ma sta vigile e prepara la riscossa, così avrebbe dovuto fare il PD e invece a furia di star fermo rischia di rimanere fermo per sempre. Sarà bene che qualcuno suoni la sveglia.
Paolo Brandi

lunedì 25 giugno 2018

ELEZIONI CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO. In Italia e ad Arezzo cambio di marcia per non arrendersi


Ecco che arrivano i mediconi, tutti in fila a spiegarci perché la sinistra ha fatto un tonfo storico in quelle che una volta erano roccaforti inespugnabili.
E’ tutta gente dalla memoria corta. Già dopo le elezioni regionali della Liguria, madre di molte sconfitte, qualcuno avrebbe dovuto capire che forse era il caso di rimettere in discussione una politica che divideva a sinistra e ci faceva perdere i collegamenti col nostro mondo.
Si è preferito far finta di niente e così sono arrivate disfatte a catena: elezioni amministrative, referendum, politiche. Débâcle brucianti che però non hanno scalfito la pelle di certi rinoceronti.
In Toscana un disastro dopo l’altro: Arezzo, Grosseto, Pistoia, Livorno. Un massacro politico ridotto a fatto locale per evitare di assumersi qualunque responsabilità. Oggi Siena, Pisa, Massa, anche questi solo fatti locali? 

Anche da noi, dopo la sconfitta al comune capoluogo e in molti centri della provincia si è liquidato tutto con un’alzata di spalle, senza rendersi conto che era invece necessaria un’analisi seria per capire come la crisi avesse cambiato la struttura economica e sociale dei territori. Un approfondimento necessario per capire le difficoltà delle famiglie, del perchè i giovani ci voltassero le spalle, i motivi per cui il nostro popolo non riconoscesse più la bontà del governo locale. Non abbiamo capito che la crisi si portava dietro molte cose: l’incertezza del futuro, le paure, il disagio sociale che, con l’arrivo nei nostri paesi degli immigrati, tanti o pochi non importa, è diventato una miscela esplosiva.
Ci s’illudeva di arginare la piena e invece la piena ci ha travolto e in parecchi oggi allargano le braccia come a dire, non si può fare niente.

lunedì 4 giugno 2018

I CURRICULUM DEI MINISTRI, UNA COSA DA RIDERE



Questa storia dei curriculum dei ministri mi fa un po’ sorridere, conosco gente con la terza media che ha più sensibilità, intelligenza e responsabilità di parecchi laureati.  
Questo però non significa trasformare tutta nella sagra di Santa Ignoranza, una specie di carnevale dove chi meno sa è più degno di rispetto e merita una rapida ascesa nell’olimpo della politica.
Governare una nazione, una regione, una metropoli, un comune non è un esercizio facile perché si decide del destino di tante persone. Perciò, chi governa, non può vantarsi di “non sapere”.  
Detto in altre parole se uno sceglie un medico o un commercialista non va a cercare quelli messi peggio ma quelli che per competenza, esperienza ed affidabilità garantiscono il miglior risultato.

Lo stesso dovrebbe avvenire per chi fa politica con una dote in più: la propensione a guardare più al bene del prossimo che al proprio.  
Giovanni Marcora (chi è? Dirà qualcuno) è stato uno dei più grandi ministri dell’agricoltura di questo paese, però non era laureato e non era nemmeno un perito agrario, era un geometra.
Gianfranco Bartolini (chi era?) è stato presidente della Regione Toscana, iniziò a lavorare giovanissimo nella bottega di fabbro del padre e poi fece l’operaio.  
Eppure nei libri è ricordato come un valente amministratore.
Per cui, se mi è consentito, se è stupido dire che uno non può fare il ministro se non è laureato, è altrettanto stupido dire che uno può far bene il ministro del turismo perchè possiede una agenzia di viaggi. 
L’esperienza mi ha insegnato che le persone si misurano sui fatti non coi titoli.
Paolo Brandi


sabato 5 maggio 2018

LA POLITICA RIDOTTA A GIOCO DELL’OCA: roba da star male.



Quando leggo le cronache politiche mi viene un dubbio, anzi più di uno, ma uno in particolare: manca da parte di tutti il senso di realtà. 
Cioè quella qualità che chi si occupa della cosa pubblica dovrebbe possedere al massimo grado. 
In altre parole i problemi della gente passano in secondo piano rispetto a una serie di veti, controveti, subordinate, condizioni, cavilli. Come se invece di formare un governo per affrontare i problemi si giocasse al “gioco dell’Oca”: Fai due passi avanti, torna al via, resta fermo un giro. 

Eppure le cose son più semplici di quanto si voglia far credere, c’è per esempio la volontà da parte di qualcuno di affrontare un tema come quella delle disuguaglianze in questo paese? C’è la volontà di giocare da protagonisti e non da comprimari le partite internazionali? C’è la volontà di dire che l'italia non riparte fin quando il costo del lavoro è uno dei più alti al mondo e gli stipendi tra i più bassi d’Europa. C’è la volontà di dire che la tassazione nazionale e locale è spesso ingiusta? 
Se ci sono queste condizioni non è difficile trovarsi d’accordo. In caso contrario continuino pure il teatrino, consapevoli che qualcuno, prima o poi vincerà nei numeri, anche se , come accaduto recentemente in Friuli, il 50% degli elettori sta a casa. E quando metà dell’elettorato non va a votare non è mai un buon segno.
Paolo Brandi

giovedì 3 maggio 2018

CI VUOLE UN REFERENDUM NEL PD. MENO CHIACCHIERE E PIÙ’ FATTI


Un partito che ha paura di se stesso è destinato a finire come l’uroboro, per chi non s’intende di simboli l’uroboro è una specie di serpente che si morde la coda e si divora. Nella mitologia si mangia per poi rinascere nel caso del PD si mangia e basta.
Io però non sono pessimista. Dal punto di vista elettorale abbiamo toccato il fondo, il che non significa che si deve risalire per forza. Spesso il fondo nasconde delle insidie e si può rimanere prigionieri del fango.  Per tornare a respirare occorre un vigoroso colpo di reni.
Ma che colpo di reni può mai dare una direzione nazionale, come quella del PD, che non rappresenta più la realtà e vive di una luce riflessa che non c’è più?
La soluzione? Semplice tornare al partito o almeno a quello che resta.  Cioè a quelle persone che ancora s’impegnano per tenere in piedi un’ipotesi di centro sinistra in questo paese.

Non serve perdersi in diatribe dentro la direzione, non serve il sottobosco di accordi, accordicchi, inciuci e caminetti, quello che ci vuole è un pronunciamento degli iscritti.
Perché se è vera l’ipotesi che circola di un governo di centro destra con l’appoggio del Pd è giusto e necessario sottoporre quest’ ipotesi al voto di chi ancora fa parte del partito, così come sarebbe stato giusto sottoporre al voto l’idea di un accordo con i 5stelle. Spiegando le ragioni e i vantaggi per l’Italia, per la gente, per le imprese, per coloro che ogni giorno salgono su un treno o montano in macchina per andare a lavorare. Sembra che questa gente sia diventata invisibile, tutti ne parlano ma nessuno fa niente.
Ma c’è anche di più, e per questo la vicenda diventa avvincente come un libro giallo: se qualcuno, come pare, crede che il PD e il centro sinistra e le ragioni della sinistra siano superate e non abbiano più ragione di esistere deve dirlo con chiarezza. Basta sotterfugi, basta messaggi lanciati a mezza voce nei social e alla TV.

mercoledì 7 marzo 2018

“MUOIA SANSONE CON TUTTI I FILISTEI” IO NON CI STO. LA LETTERA DI LUIGI DI MAIO E IL RUOLO DEL PD.



Su Repubblica del 7 marzo è stata pubblicata una lettera di Luigi di Maio che si presta a più di una riflessione.
La politica e i casi della vita mi hanno reso sospettoso ed ho la tendenza a trovare più strumentalità che buona fede nelle parole di chi mi sta davanti, specialmente se si tratta di un politico.
Questo per dire che le parole del rappresentante dei 5 stelle non mi incantano, però ho imparato anche che bisogna dividere il grano dalla pula e trovare sempre il buono nelle cose.

Se smontiamo la lettera nei suoi punti principali, trovo alcune argomentazioni condivisibili. Non fraintendetemi, questo non vuol dire che sono di quelli che montano sul carro del vincitore, anche perché non mi farebbero salire, significa che ritrovo nella lettera alcuni ragionamenti che da tempo sostengo.
Vediamo un po’.
  • ·         Anche io sono convinto che il 4 marzo rappresenti uno spartiacque, nel senso che nulla potrà essere come prima. Aggiungo che l’antipolitica che diventa politica è un fatto del tutto inedito e che costringe a una riflessione sui nuovi modelli comunicativi, sull'organizzazione, sulla capacità di ascoltare i messaggi che arrivano dalla gente.
  • ·         E’ vero come dice di Maio che i cittadini “hanno votato per mettere al centro i temi che vivono nella propria quotidianità e per migliorare la propria qualità di vita. La narrazione del “va tutto bene” non ha retto di fronte alla realtà vissuta dagli italiani”.
  • ·         E’ vero che le priorità sono lotta all'iniquità, l’affermazione della sicurezza come diritto e la riduzione della disoccupazione. Tutte cose che appartenevano e appartengono in buona misura al patrimonio della sinistra. A questi argomenti occorre aggiungerne altri che di Maio non cita: la scuola, l’ innovazione, la ricerca e una tassazione equa.
  • ·         Concordo che la politica debba eliminare sprechi, privilegi, conflitti d’interesse, voltagabbana e tutto l’armamentario che conosciamo.


martedì 6 marzo 2018

PD. DOPO LA TEMPESTA NON BASTA RIPARARE IL TETTO. RICOSTRUIRE LE FONDAMENTA A ROMA E AD AREZZO



In natura esistono i necrofagi cioè animali che si nutrono di carogne, bestie pazienti che aspettano che qualcuno muoia per imbandire il banchetto. In politica questa specie è abbastanza diffusa, posso dire, pur non essendo un cadavere, di avere sperimentato sulla mia pelle i loro morsi. All'indomani delle elezioni, questi animali escono dalle tane e iniziano ad annusare l’aria.
Gli stessi che stendevano tappeti rossi a Matteo Renzi oggi sono pronti a crocefiggerlo.  
L’uomo merita infinite critiche ma forse un bagno di umiltà e un po’ di autocoscienza sarebbero utili a parecchi.
Il risultato elettorale non può essere, infatti, ridotto a un incidente stradale dove il pilota è il solo responsabile. La colpa, se di colpa vogliamo parlare, è anche di chi nei comuni, nelle regioni, nei territori non ha visto avanzare il fronte della tempesta o, se anche l’ha visto, ha fatto finta di niente per non interrompere il sogno di chi stava a Roma.

I numeri sono impietosi e ci dicono che il PD, tranne una sottile linea rossa che divide l’Italia, è ridotto al ruolo di comprimario. Reggiamo solo laddove il patrimonio della sinistra era così grande da non poterlo consumare in una volta sola oppure, come nel caso delle regionali del Lazio, riusciamo a fare alleanze con a capo una persona seria.
Purtroppo o per fortuna la gente non è stupida e la narrazione del tutto va bene ha fatto a pugni con la realtà. Questa è la verità pura e semplice.
La realtà ci dice che la gente comune non percepisce l’aumento del PIL perchè stipendi e salari sono tra i più bassi d’Europa, la gente non avverte l’importanza del mix culturale in un mondo globale perché ha paura dell’ondata migratoria, la gente ha smesso di essere solidale perché i modelli culturali remano in tutt'altra direzione. Di fronte al disastro qualcuno dice che il PD deve recuperare i suoi valori. D’accordissimo, però quali sono oggi i valori del PD? Sono l’eguaglianza? Sono la giustizia sociale? Sono la parità di opportunità? Sono una società aperta? Sono la valorizzazione del merito? Sono la politica come servizio e non mezzo per arricchirsi? Allora dobbiamo essere coerenti non limitarci a enunciarli.

mercoledì 21 febbraio 2018

LA SCUOLA E’ UN CAMPO DI BATTAGLIA, DOVE CHI SPACCA IL MUSO A UN PROFESSORE TROVA MILLE GIUSTIFICAZIONI E CHI BOCCIA UN SOMARO DIVENTA UN AGUZZINO.



La scuola sembra diventata un campo di battaglia. 
Un campo di battaglia a senso unico, dove sempre più spesso maestri e professori sono vittime di violenze verbali e fisiche da parte di alunni e genitori.
E’ una delle tante vergognose peculiarità che contraddistinguono il nostro bel paese. Qualcuno, in vena di paragoni, dirà che in America gli studenti sparano col fucile mitragliatore, ma il fatto che negli Stati Uniti vi sia un livello endemico di violenza non giustifica le nostre cazzate.
La verità è che l’Italia riverbera nella scuola la sua anima più brutta: decadenza dei valori, svilimento dell’educazione, caduta del principio di autorità.
Tutto è possibile quando non vi sono più regole e ogni aberrazione è consentita.  
La patria potestà, l’iper-protezione diventano giustificazioni sufficienti per spaccare il muso a un professore, magari riprendendo col telefonino per ritrasmetterlo sui social.
Tutto è possibile quando personaggi dall’ignoranza abissale e talvolta dalla dubbia moralità, si permettono di valutare curriculum scolastici, pagelle, giudizi e quant’altro concorre a formare l’educazione di un ragazzo. Sarebbe come se qualcuno in sala operatoria, senza avere nessuna nozione di medicina, dicesse al chirurgo cosa fare e come comportarsi.
Lo accettereste?

Lo ripeto, è un’infamia che i nostri maestri e professori siano sottopagati, con un livello di retribuzione tra i più bassi d’Europa. Che il loro ruolo sociale sia in sostanza ridotto a zero e che tutto quello che ruota intorno alla scuola sia considerato un inutile orpello.

giovedì 18 gennaio 2018

GHINELLI, LA BOSCHI E LE 3 C

La dichiarazione del Sindaco Ghinelli di voler “far causa” a Maria Elena Boschi per il danno d’immagine subito da Arezzo per la vicenda di banca Etruria ha raggiunto in pieno lo scopo.
L’annuncio è, infatti, rimbalzato come una pallina “pazza” su Tv, social e testate giornalistiche. Un bel colpo pubblicitario, degno di una campagna elettorale dove “vince chi la spara più grossa”. Parole, parole, parole….perchè alla fine l’esito pratico sarà nullo.
In questo senso c’è un precedente e meraviglia che nessuno l’abbia fatto rilevare, e cioè che il Comune di Arezzo aveva già provato a imboccare questa strada quando decise di costituirsi parte civile nel processo Banca Etruria, motivando questa scelta con l’"opportunità di procedere alla costituzione di parte civile dell'amministrazione comunale già in questa sede di udienza preliminare per richiedere il risarcimento di tutti gli ingenti danni anche d’immagine subiti dalla collettività aretina e quindi dall'amministrazione comunale". Il risultato fu, nel novembre scorso, l’esclusione del comune dalle parti civili.
Insomma “tanto rumor per nulla”? Può essere, però qualche considerazione è bene farla.
Il Sindaco Ghinelli, che è persona seria ed equilibrata, avrebbe potuto evitare non la sparata che, come abbiamo visto il bersaglio, l’ha centrato, ma l’utilizzo di termini del tipo “città martire” riferito ad Arezzo per la querelle della banca.

Personalmente comprendo la rabbia dei risparmiatori ma le città martiri sono altre. Sono quelle che sono state massacrate dalla guerra e dagli eccidi. Per intendersi è città martire Marzabotto e dalle nostre parti Civitella. Insomma non confondiamo il sacro col profano. Le esagerazioni non portano mai bene, perché oltre a confondere, esasperano gli animi.
Io, sia chiaro, non sono tra quelli che vorrebbero stendere un velo di silenzio e reputo normale che il centrodestra o i 5 stelle utilizzino questa vicenda in campagna elettorale. A parti inverse, verosimilmente, seppur con altri toni, lo avrebbe fatto anche il PD. 

mercoledì 17 gennaio 2018

VOGLIO UN PD POPULISTA


I tre operai morti sul lavoro a Milano sono purtroppo l’ultima tappa di una tragica corsa che pare inarrestabile. Nel 2017 appena concluso l'Inail dice che in Italia sono aumentate le denunce d’infortuni con esito mortale, nei primi 10 mesi erano oltre 800.
I morti sul lavoro non fanno però notizia, così come non fa più notizia il lavoro, quello che c’è e quello che manca.
Mi prende lo sconforto quando leggo che per accalappiare (il termine non è detto a caso) voti si promette di tutto: sospendere le tasse per sei anni, aumentare le pensioni, introdurre il reddito di cittadinanza, il salario minimo, eleminare il bollo auto, l’università gratuita e chi più ne ha più ne metta.

Sia chiaro, sono tutte cose importanti, peccato che confliggano tra loro: l’economia è fatta di vasi comunicanti, se aumenti da una parte devi per forza diminuire dall’altra. Quindi se non si indicano delle priorità alla fine si tratta solo di grida da imbonitori di piazza.
Priorità, ecco un’altra parola che è scomparsa dal vocabolario della politica.

sabato 13 gennaio 2018

PER ORA METTIAMO A RISCHIO LE POLITICHE. TRA UN PO’ AD AREZZO TOCCHERÀ AI COMUNI. E DOPO E’ INUTILE PIANGERE SUL LATTE VERSATO



“Nomen omen” è una locuzione latina che grossomodo significa "il destino nel nome". Mi è venuta in mente quando ho letto che i delegati di Liberi e Uguali della Lombardia avevano deciso di dire no al candidato del Pd stabilendo di correre da soli con Onorio Rosati per la presidenza della Regione.
Onorio è un nome piuttosto inconsueto che rimanda Onorio imperatore, conosciuto perché durante il suo regno i Visigoti saccheggiarono Roma. Un fatto considerato epocale, tanto che S. Agostino nel “De Civitate Dei”, lo vide come un segno della prossima fine del mondo.
Non voglio esagerare: Il fatto che Onorio sia candidato alla Presidenza della Regione Lombardia non vuol dire che si avvicini l’Apocalisse, però avvicina ancor di più, se mai ce ne fosse stato bisogno, la disintegrazione di una prospettiva di centrosinistra in Italia.
Per questo avverto crescere in me lo stesso sentimento di rabbia e impotenza che già avevo sentito affiorare quando, in vista delle ormai prossime politiche, non è stato possibile costruire un’alleanza tra PD e Liberi e Uguali. Sancendo, di fatto, la sconfitta in molti collegi uninominali.
Tutto questo mentre la destra è in difficoltà in Lombardia e si presenta unita alle prossime elezioni politiche: laddove si può tentare di vincere non ci si allea, dove c’è il rischio che la destra prevalga si decide di non fare muro. 
Come diceva l’ambasciatore di Serse agli Spartani nel film 300: “questa è blasfemia, questa è pazzia”.

Il gruppo dirigente del Pd porta diverse responsabilità nella frattura che si è creata a sinistra, quando una parte del tuo partito se ne va, non puoi trattarla con sufficienza come fossero dei “vecchi rimbambiti”.  E non puoi, davanti ad una domanda precisa sugli scenari dire, più o meno, che Liberi e Uguali equivalgono a Forza Italia.
Come ho già detto, spettava a Renzi, non a Fassino fare un atto di umiltà, cioè chiedere un confronto sui temi che stanno a cuore a milioni di persone. Perché non è vero che la gente ormai pensa solo ai cazzi propri, lo sapete perché ci pensa? Perché non vede altre soluzioni. E se va a votare, ci va con la rabbia in corpo, il voto ormai non è più una scelta di speranza ma un segnale di disperazione.
Dalla parte, quella della sinistra pura, che sceglie di correre da sola, mi pare prevalga un “cupio dissolvi”, un desiderio di morire che rimanda a un libro pensato in tutt’altro contesto e intitolato “a cercar la bella morte”.